Più pulito, più bello, più sostenibile

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Walter Meyer e Jennifer Bolstad sono da tempo un riferimento nell’ambito del rapporto tra l’architettura e il paesaggio, anche se in Italia di loro si sa ben poco, se non probabilmente tra gli addetti del settore. Oltre 10 anni fa hanno fondato a Brooklyn LOLA (Local Office Landscape Architecture), un’azienda che ha loro permesso in breve tempo di definire pratiche d’avanguardia per quanto riguarda l’antropizzazione del paesaggio, in particolare per quanto riguarda il design della resilienza e il suo ruolo in rapporto al cambiamento climatico, integrando in maniera decisiva scienza, comunità, investimenti miliardari, sostenibilità e flessibilità, al punto da diventare un riferimento di fiducia della fu (sigh) amministrazione Obama.

Allievi della WRT, una squadra di progettisti, designer urbani e architetti del paesaggio che ha fatto della semplicità e della funzionalità le proprie caratteristiche vincenti, da un lato lavorando con le comunità per favorirne l’empowerment, dall’altro implementando progetti che riflettano le aspirazioni dei cittadini, Jennifer e Walter operano nel campo delle infrastrutture e dell’ecologia, focalizzandosi in particolar modo sui paesaggi costieri, dai giardini residenziali sulle dune ai parchi cittadini che implicano l’utilizzo di tecnologie sostenibili e, appunto, resilienti. Lo scopo è quello di migliorare l’impatto che le città costiere hanno sull’ambiente marino e contemporaneamente proteggere le stesse dai pericoli rappresentati dall’oceano sul quale si affacciano. Uno degli esempi più sorprendenti del loro lavoro è il Parque del Litoral, a Mayagüez, in Puerto Rico, il più grande parco con piante acquatiche realizzato sull’isola, la cui spiaggia di 2,5 km è servita nel 2010 come base per i Campionati sportivi dell’America Centrale. Il progetto ha riportato in vita una barriera corallina in pericolo attraverso la riqualificazione di un litorale post industriale, convertito in una foresta sulle dune che da un lato protegge la città dalle improvvise onde oceaniche e contemporaneamente preserva l’ecosistema marino dall’inquinamento proveniente dal centro urbano: un progetto che ha superato con successo la stagione degli uragani, migliorando significativamente la qualità dell’acqua, e che per queste ragioni è valso a LOLA un prestigioso riconoscimento nel campo delle infrastrutture sostenibili (ma la lista degli awards assegnati all’azienda nel campo dell’architettura del paesaggio e della green innovation è in realtà molto più lunga).

Quella del parco portoricano non è ovviamente l’unica soluzione degna di nota: un altro progetto particolarmente interessante è quello realizzato a Coral Gables in Florida, noto come “The Miracle Mile”. Qui è stata ideata una preziosa riqualificazione dell’area pedonale, che per preservare i monumenti esistenti e le querce presenti necessitava di una soluzione creativa che permettesse un livellamento del suolo e un efficace drenaggio per le frequenti e intense precipitazioni. La proposta è stata quella di un’area pedonale senza marciapiedi, con l’utilizzo di sifoni in corrispondenza delle vie di scolo che convogliassero l’acqua verso le radici delle piante, mantenendo però un passeggio completamente accessibile ed esteticamente godibile. Date un’occhiata qui, e vi renderete conto di persona come un piccolo progetto locale e focalizzato su un problema specifico possa avere grande rilevanza da un punto di vista ecologico.

Ma qual è il rapporto tra scienza e design? A questo link, se avete una mezz’ora di tempo e un po’ di dimestichezza con l’inglese, potete ascoltare in podcast un’interessante intervista di Lisa Chamberlain ai due fondatori di LOLA, nella quale si parla anche di questo: dell’importanza nel loro lavoro di non far prevalere il formalismo se non nelle fasi centrali della progettazione, rimanendo invece focalizzati sulla scienza e sulla sua capacità di essere essa stessa generatrice di forme. Emerge da queste parole il background artistico dei due professionisti e della loro piccola azienda che, nonostante le dimensioni ridotte, affronta problemi molto complessi, sfidando anche il vocabolario più comune. Il focus, infatti, ci tengono a indirizzarlo sulla resilienza più che sulla sostenibilità: se la seconda si riferisce a un modello più statico e sicuramente olistico di natura e clima, la resilienza è caratterizzata da un’attenzione al tempo e alla regionalità della soluzione, puntando a instaurare con la natura una relazione dinamica. E proprio mantenendo un dinamismo intellettuale interessante, Meyer e Bolstad rimangono fedeli a una linea che riassumono efficacemente in “cleaner, cooler and less damaging”, ovvero un modo di lavorare che realizzi progetti più puliti, esteticamente apprezzabili e a ridotto impatto per il territorio e la comunità a cui sono rivolti.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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