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Piccole comunità vs. grande progetto Europeo

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La facciata del Parlamento Europeo – Foto: paesionline.it

Dall’inizio della crisi abbiamo assistito a una costante ricerca di un nuovo equilibrio nei tradizionali meccanismi di rappresentanza nazionale. Uno dei principali effetti, fino ad ora, è stato il drammatico crollo di fiducia nei tradizionali meccanismi democratici, che ha avuto effetti diversi nel continente. In molti stati europei i candidati uscenti sono stati spesso sconfitti alle urne, mentre a vincere sono stati soprattutto i partiti nazionalisti e fascisti capaci di trasformare la disaffezione in odio: il Fronte Nazionale in Francia e Alba Dorata in Grecia, per esempio.

Nelle regioni dove sono più vive l’identità e le tendenze separatiste, invece, la disaffezione ha favorito quei partiti che hanno sostenuto il perseguimento di maggiori poteri per la comunità locale, magari nella forma dell’indipendenza dal resto del Paese. Nel corso dell’ultimo anno, molti degli articoli che ho scritto per Unimondo hanno trattato il profondo ripensamento del senso di appartenenza politica in comunità come Alto Adige, Catalogna, Fiandre o la Scozia. In queste regioni con una forte identità propria, la spinta propulsiva dei movimenti per l’autodeterminazione in salsa locale è emersa decisamente rafforzata dalla crisi. Questi movimenti hanno guadagnato l’attenzione dei media senza precedenti e hanno creato ampie reti che coinvolgono non solo i partiti politici, ma anche gli altri attori della società civile coinvolti nelle attività sul territorio. Solo per citare un esempio, alla marcia di protesta che si è verificato nel centro di Barcellona in data 11 settembre 2012 hanno partecipato centinaia di organizzazioni formali, ONG, partiti politici, ma anche gruppi informali, come club di ciclisti e maratoneti. Nelle elezioni della settimana scorsa, i partiti a favore di un referendum per l’indipendenza hanno raccolto oltre il 50% dei voti. In questo momento, il sostegno della pubblica opinione per la difesa di piccole aree di autodeterminazione regionale è molto forte.

Per chi è cresciuto all’interno di un ideale Europeo, questo sviluppo è paradossale. Dieci anni fa, quando iniziavo le scuole superiori, l’Unione Europea stava smaltendo la sbornia di Maastricht e a tutti i ragazzi veniva inculcata la convinzione che nel giro di pochi anni saremmo diventati cittadini Europei a tutti gli effetti. Era una fase di grande ottimismo, e di europeismo convinto, in cui si pensava che di li a poco gli stati nazionali, per allora, sarebbero stati un ricordo del passato – figuriamoci le regioni. Oggi mi chiedo come è possibile che questa la sfiducia verso le forme tradizionali di auto-determinazione collettiva nello stato nazionale si sia incanalata verso il supporto per comunità più piccole, le regioni, e non invece verso spazi di appartenenza più larghi: la costruzione Europea, per l’appunto. Da un certo punto di vista, la crisi economica rappresenta un’opportunità straordinaria per l’Unione Europea per costruire delle istituzioni comunitarie più forti e legittimate.

In questo periodo vivo a Bruxelles, che è forse l’unica città dove è possibile comprendere quali sono i margini per la costruzione di un senso di cittadinanza autenticamente europeo. La costituzione di un’autodeterminazione collettiva che passi attraverso l’Europa, in fondo, è sostenuta quasi esclusivamente dalle persone che qui vivono e lavorano. Sono solo i leader Europei come Von Rompuy e Manuel Barroso ad aver sostenuto che l’unica risposta alla crisi sia “più Europa”. Queste spinte in effetti, hanno riportato in auge l’idea di un’Unione pienamente politica, che era stata rinviata a Maastricht, ripresa dopo il fallimento del trattato di Nizza e definitivamente archiviata con il fallimento della Convenzione. Un’Unione pienamente politica contribuirebbe a dare un nuovo significato anche al concetto e alla portata della cittadinanza europea, seguendo le prospettive aperte dall’articolo 11 del trattato sull’Unione Europea per la partecipazione dei cittadini alla vita democratica dell’Unione europea.

La creazione di un’Unione pienamente politica ovviamente richiede un impegno molto forte per l’unità e la solidarietà da parte di tutti i leader europei. Senza questa condizione, che al momento sembra essere molto lontana dalla realtà, nessun progetto del genere potrà mai essere realizzato. Tuttavia, c’è un altro problema che potrebbe essere ancora più importante: l’europeizzazione della cittadinanza nazionale non può durare senza il sostegno dei cittadini. Una costruzione esclusivamente dall’alto verso il basso è molto suscettibile di provocare un drammatico fallimento, come è già successo con il progetto di una Costituzione per l’Europa. Paradossalmente, al momento nessuno sembra rendersi conto che il sostegno popolare per un’iniziativa di questo genere è particolarmente debole. Secondo i dati dell’ultimo Eurobarometro, solo il 53% degli europei ritengono che fare parte dell’Unione è “bene”, e in generale solo il 45% ha un’opinione positiva dell’Unione Europea, con un calo piuttosto importante rispetto all’Eurobarometro del 2007). Se guardiamo i media, sia quelli nostrani che quelli internazionali, c’è pochissima attenzione rispetto alla fiducia dei cittadini europei nelle istituzioni e nel progetto comunitario. Eppure in passato, ad ogni tappa che ha segnato l’integrazione europea, la questione della legittimità democratica si è imposta all’attenzione in modo sempre più forte.

Anche questa volta c’è da scommettere che la legittimità popolare e le aspettative legate al progetto europeo diventeranno un problema scottante. Bisogna solo capire quanto tempo dobbiamo ancora aspettare.

Da Bruxelles, Lorenzo Piccoli

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