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Piante in bottiglia e un giardino sottovetro

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Giardini in bottiglia- Foto: haisentito.it

L’avreste mai detto? Un microuniverso verde dentro una bottiglia di vetro. E stavolta non si tratta di nessun miracolo della fantascienza, né di tecniche digitali tridimensionali o di esperimenti di biochimica effettuati in laboratorio. Un miracolo forse lo sembra, sì, ma un miracolo della natura. Che a ben pensarci non ha nulla di soprannaturale se non una straordinaria – e per noi effettivamente spesso inconcepibile – capacità di sopravvivere, riadattarsi, respirare. Anche dentro una bottiglia di vetro chiusa.

Una di quelle cose che risvegliano il fanciullino di pascoliana memoria che è in noi, che si emoziona senza freni, che si meraviglia senza inibizioni e che ancora ha la capacità di restare a bocca spalancata davanti alle cose. Come davanti a un piccolo ecosistema autosufficiente, per esempio. Quello che più stupisce è che questi giardini sottovetro non hanno alcun bisogno di cure. Sopravvivono anni in contenitori chiusi ermeticamente, creandosi le condizioni ideali di vita anche se isolati dal resto del mondo: assorbono la luce, effettuano la fotosintesi e producono l’energia necessaria alla vita.

Gli stessi scienziati della NASA stanno studiando questo fenomeno, interessati al potere delle piante di depurare l’aria e possibilmente, usufruendo soltanto dell’energia solare, rendere autonoma una stazione spaziale. Un esempio incredibile di come le piante siano pioniere della sopravvivenza e di quanto possano resistere date le condizioni necessarie. Quali? Essenzialmente una, la luce, unico input esterno che fornisce l’energia utile a produrre il proprio nutrimento e continuare a crescere. Le proteine che nelle foglie contengono la clorofilla fanno tesoro della luce e la immagazzinano sottoforma di ATP, adenosina trifosfato, una molecola dal nome complicato che non fa altro che prendersi cura di parte della luce ricevuta. L’altra parte è invece utilizzata per liberare gli elettroni dall’acqua assorbita dal terreno attraverso le radici. Gli elettroni possono quindi convertire il diossido di carbonio in carboidrati, liberando ossigeno. La fotosintesi è il processo di assemblare, costruire la luce: le piante decodificano la luce e la sintetizzano… un’operazione che è l’esatto contrario della respirazione cellulare che avviene in altri organismi, compresi gli umani. In realtà anche l’ecosistema di cui stiamo parlando utilizza il meccanismo della respirazione cellulare, sia durante la notte, sia per decomporre il materiale di scarto delle piante. In questa fase, i batteri del suolo assorbono l’ossigeno di scarto e liberano anidride carbonica che la pianta in crescita può riutilizzare.

Anche per le piante quindi nessun risultato è scontato o raggiunto senza sforzo. Si tratta di un processo articolato e l’aspetto stupefacente è che ogni cosa dentro l’ecosistema viene riciclata e sopravvive senza aggiunta di acqua, che viene ricavata in autonomia dalle radici delle piante e rilasciata nell’aria con il respiro delle foglie.

La condensa poi, favorita dall’ambiente chiuso, permette all’acqua di ritornare alla terra e far ricominciare il ciclo. Una pioggia che ricade al suolo portandogli nutrimento.

Per provare a realizzare un giardino tutto vostro qui trovate come fare. Prima di tutto sceglietevi un bel contenitore di vetro, meglio se con il collo largo, come un grande barattolo di marmellata o una vecchia damigiana. Procuratevi un po’ di terriccio, ghiaia o argilla in grani e piantine che amano gli ambienti umidi. Aiutatevi con un cucchiaio per disporre i vari strati, prima la sabbia, poi il terriccio (o il compost, perché no?) avendo cura di preparare uno strato abbastanza profondo per accogliere le radici delle piante che avrete scelto, usando qualche piccola accortezza. Inserite le piantine e aggiungete un ultimo strato di ghiaia che aiuterà la sedimentazione del compost. Annaffiate poco e delicatamente e posizionate in un luogo luminoso ma lontano da fonti di calore. E aspettate, osservate, meravigliatevi.

Certo, non tutti saranno entusiasti di questo giardino-sotto-vetro. Non profuma, non si può toccare né odorare. Per alcuni è anche un po’ sciocco lasciarlo lì dentro… E capisco che a chi come me attraverso i sensi raccoglie il mondo, il fatto di non poterlo annusare e accarezzare possa risultare un tantino frustrante. Ma il fascino di questo microuniverso è probabilmente un altro: quello cioè che riproduca su piccola scala ciò che può accadere nella dimensione macro. Si tratta pur sempre di un esperimento che potrà passare di mano in mano tra nonni, figli e nipoti, una sfida intergenerazionale per vedere quanto sarà in grado di durare. E forse un monito, o un’ancora di salvezza, per chi il pianeta lo sta violando, lento e silenzioso, giorno dopo giorno. Lì, sottovetro, la natura si sta preparando alla sopravvivenza, ci sta preparando un domani.

Anna Molinari

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