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Petrolio: sversamenti in mare e sicurezza dei punti strategici mondiali

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Una petroliera spezzata nel Canale di Suez - Foto: ©AP/Telegraph

La vicenda della marea nera riversatasi nel Golfo del Messico, a seguito dell'esplosione della piattaforma petrolifera off-shore Deepwater Horizon della compagnia British petroleum, ha riportato all'attenzione dell'opinione pubblica il problema delle trivellazioni sottomarine in cerca di giacimenti di idrocarburi e di gas. Queste ricerche avvengono normalmente in acque internazionali e a profondità sempre maggiori: al di là di ogni auspicio e di ogni miglioramento tecnologico la sicurezza totale non è mai garantita. Ugualmente in questi ultimi anni assistiamo a una rinnovata corsa al petrolio sottomarino, con conseguenti dispute tra Stati, rivendicazioni, ricerca di nuovi equilibri. Lo scioglimento dei ghiacci artici apre il passaggio a nord ovest ma diventa l'occasione per gli Stati limitrofi di tracciare, spesso arbitrariamente, nuovi confini.

Attraverso le rotte marittime passa orientativamente il 50% della produzione di petrolio mondiale, che nel 2008 è stata di circa 80 milioni di barili al giorno (non è facile quantificare e soprattutto trovare fonti univoche per questi dati): è come se quotidianamente partissero 25 petroliere cariche di 200000 tonnellate di greggio ciascuna. Si capisce allora come queste balene di acciaio intasino le rotte e rischino di creare disastri ecologici che sono ormai all’ordine del giorno. Sono 343 i milioni di tonnellate di idrocarburi che transitano ogni anno nei mari italiani.

Il diritto del mare, esistito in qualche primitiva forma fin dagli albori dell'umanità, prevede che l'oceano sia uno spazio libero per tutti. Il famoso giusnaturalista del XVII secolo Ugo Grozio affermava nel suo libro Mare liberum: “perché questo vasto oceano è navigabile in tutte le sue parti e perché i venti soffiano talvolta da un lato, talaltra da un altro, se non perché la natura ha voluto che l’accesso fosse libero a tutte le nazioni?”. Nel dopoguerra vennero siglati molti trattati internazionali sull’argomento l’ultimo dei quali è il trattato di Montego Bay (United Nations Convention on the Law of the Sea, UNCLOS) firmato nel 1982 e entrato in vigore nel 1994: gli Stati Uniti hanno firmato ma non hanno ad oggi ratificato il trattato. Esso distingue con molta precisione le acque adiacenti agli stati: si parla così di acque interne, acque territoriali, zona contigua, zona economica esclusiva, piattaforma continentale, alto mare a cui corrispondono diversi diritti nazionali.

In teoria viene comunque sancito il diritto della libertà dei mari che non vuol dire soltanto libertà di transito e di commercio, ma anche di sfruttamento a scopo energetico o per le comunicazioni (per esempio la posa di cavi sul fondale). In pratica però ci sono molti contenziosi e molte pretese degli Stati soprattutto quando ci si avvicina ai cosiddetti choke point (imbuto di mare che si restringe pericolosamente): proprio questi stretti sono punti strategici di nevralgica importanza per il passaggio di navi da guerra e da trasporto e in particolare per le petroliere.

I principali stretti da cui passano le rotte del petrolio sono: lo stretto di Hormuz (nel Golfo persico da cui transitano circa 17 milioni di barili al giorno – bbl/d); lo stretto di Malacca (che congiunge l’Oceano Indiano al Pacifico da cui nel 2006 sono passati 15 milioni bbl/d e l’80% del petrolio importato per mare dalla Cina); il canale di Suez e Stretto di Bab el-Mandab (a nord e sud del Mar Rosso da cui transitano rispettivamente 4,5 e 2,1 milioni bbl/d), Stretto del Bosforo e Dardanelli (un vero e proprio imbuto molto tortuoso che unisce il Mar Nero al Mar Mediterraneo

da cui passano 2,4 milioni bbl/d), il canale di Panama da cui transitano “soltanto” 0,5 milioni bbl/d. Insomma quasi tutto il greggio commerciato via mare deve passare attraverso questi colli di bottiglia sempre a rischio di assalti pirateschi o di attentati terroristici. In questo senso si susseguono gli allarmi: il 29 luglio scorso una petroliera giapponese ha subito un presunto attacco terroristico nello stretto di Hormuz. Ed è proprio questo angusto braccio di mare ad essere da anni al centro dell’attenzione soprattutto perché l’insicurezza dell’area attira molte imbarcazioni militari, in primis statunitensi, con lo scopo di “proteggere” le rotte del petrolio. Ma l’esito finale è spesso controproducente perché, a causa dell’insostenibile intasamento, si rischiano incidenti più o meno fortuiti.

Per evitare il passaggio del petrolio negli stretti si potenziano sempre di più gli oleodotti anch’essi però facili obbiettivi di sabotaggi e che soprattutto devono sottostare a imprevedibili dispute transfrontaliere. La soluzione più innovativa è alla fine sempre la stessa: cambiare fonti.

Piergiorgio Cattani

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