Pence in Medio Oriente: Gerusalemme capitale, la vittoria dei sionisti cristiani

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Foto: Asianews.it

“Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia”, canta il salmo 137:5-6.  È necessario tenere a mentre le parole di questo inno per comprendere l’impatto sulla coscienza ebraica della decisione statunitense di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola così capitale di Israele. La decisione del presidente Trump s’inscrive in una logica. Non arriva dal nulla, sebbene abbia suscitato sorpresa e scioccato i regimi arabi. Due dichiarazioni solenni ufficiali su Gerusalemme precedono questo riconoscimento. La prima è una legge adottata il 30 luglio 1980 dalla Knesset, che annette Gerusalemme est e proclama Gerusalemme  capitale dello Stato di Israele “una e indivisibile”; la seconda è una legge approvata dal congresso degli Stati Uniti nel 1995 che dichiara in modo ufficiale Gerusalemme la capitale “indivisibile” di Israele e chiede il trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme.

Il recente tour arabo del vice-presidente americano Mike Pence in Egitto, Giordania e Israele, in un certo senso corona l’iniziativa del presidente Trump. Ma allo stesso tempo, tradisce lo sgomento delle autorità palestinesi davanti alla decisione americana e il declino del processo di pace. Per altro, essa ha una zona d’ombra. Acclamato alla Knesset e trattato come “uomo di integrità e onore” dal presidente Reuven Rivlin, il funzionario americano ha pregato di fronte al Muro del Pianto nella Gerusalemme est occupata, e ha completato il suo viaggio nella regione senza incontrare un singolo responsabile palestinese. Infatti, solo il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e il re hashemita Abdullah II hanno ricevuto Pence. Dopo aver congelato i contatti con i responsabili statunitensi a seguito della controversa decisione, il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas si è rifiutato di incontrare il vicepresidente.

Qualunque cosa si possa pensare del conflitto israelo-palestinese, questo risentimento è indicativo dell’enorme delusione che la scelta americana ha provocato nelle menti dei leader arabi in generale, creando al contempo una considerevole zona grigia nella politica estera di Washington. In effetti, la decisione del presidente degli Stati Uniti del 6 dicembre 2017 è stata interpretata come una concessione all’elettorato evangelico americano. Tuttavia, secondo il giornalista libanese Elie Fayad, “la domanda che tutti si pongono ora è questa: la decisione di trasferire [l’ambasciata] riconosce implicitamente l’annessione di Gerusalemme est, conquistata da Israele insieme a Cisgiordania, Golan e Sinai, durante la guerra lampo del 1967? Poiché, in sostanza, è possibile che uno Stato di diritto come gli Stati Uniti si lasci andare ad una simile contraddizione e accetti un territorio, che essi considerano ufficialmente occupato, come la capitale dell’occupante? Perché, così facendo, non vanno contro il mondo intero, o contro le sole risoluzioni internazionali, ma contro se stessi!”

Se, nel decidere il trasferimento dell’ambasciata, implicitamente essi riconoscono la decisione israeliana di annettere Gerusalemme est – aggiunge l’esperto citato – allora gli Stati Uniti avrebbero rotto “il” dogma fondamentale della loro politica estera, che è il seguente: “In caso di conflitto, gli Stati Uniti non consentono alcuna decisione che possa anticipare un accordo fra le due parti coinvolte nel conflitto”. Cosa ha potuto spingere il presidente americano a rompere la tradizione in maniera così brusca e a creare una zona d’ombra, sapendo che gli Stati Uniti, così come d’altronde tutta la comunità internazionale, considerano i territori conquistati da Israele nel 1967 come “territori occupati”? La risposta a questa domanda risiede nelle motivazioni religiose dell’elettorato evangelico del presidente Trump, di cui il vice-presidente Mike Pence condivide le convinzioni, pare al punto d’aver esercitato un’influenza preponderante sulla decisione americana. Effettivamente, secondo Tarek Mitri, ex-ministro libanese della cultura e al tempo stesso responsabile dell’ufficio delle relazioni ecumeniche al Consiglio ecumenico delle Chiese (Coe) a Ginevra, “il vice-presidente americano, nato cattolico, si è convertito al protestantesimo evangelico e appartiene a questo movimento del Partito repubblicano che si dichiara impegnato in una crociata per la tutela dell’identità e dei valori cristiani d’America”.

“Molte influente in seno al Partito repubblicano, questa destra cristiana sostiene generalmente Israele”, continua Mitri. “Al cuore di questo movimento si trovano i sionisti cristiani e i dispensionalisti [corrente teologica, ndr] che credono che la creazione d’Israele nel 1948 sia stata ‘il segno di tutti i segni’ e ‘il più grande evento dal punto di vista profetico, dalla distruzione del Tempio di Salomone, nel 70mo anno dell’era cristiana’” (in “In nome di Dio, in nome dell’America”, di Tarek Mitri, Labor et Fides, pagina 172). “Tale movimento – precisa Mitri – ha una visione apocalittica della storia e crede sinceramente che la ricostruzione d’Israele è un preludio alla seconda venuta di Cristo”. Mitri precisa che la decisione di Donald Trump onora una promessa fatta a questo elettorato – fra il 30 e il 40% degli elettori – formato da cristiani di destra, conservatori e altri evangelici. Mohammad Sammak, co-presidente del Comitato nazionale per il dialogo islamo-cristiano, arriva ad affermare che la decisione di trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme potrebbe preludere al riconoscimento della sovranità d’Israele su Gerusalemme est occupata e marcare il centenario della Dichiarazione di Balfour, dal nome del lord inglese che promise al movimento sionista la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina e che, secondo Mitri, egli stesso è stato un “sionista cristiano”.

Fady Noun da Asianews.it

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