Pakistan: una risposta nonviolenta al terrorismo

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La manifestazione davanti all’assemblea del Punjab - Foto: Rwadari Tehreek

Il governo del Pakistan ha approvato un “Piano di azione nazionale” (Nap) per combattere il terrorismo. Lo ha fatto subito dopo il massacro compiuto dai talebani nella scuola militare di Peshawar del 16 dicembre 2014, quando sono morte 154 persone, la maggior parte bambini. L’attacco era una “vendetta” per le operazioni dell’esercito nel nord del Paese contro il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), ma non ha fermato il Governo del Paese. Dopo l’attentato, infatti, il primo ministro Nawaz Sharif ha revocato la moratoria sulla pena di morte per i reati legati al terrorismo e da allora in Pakistan sono state giustiziate oltre 300 persone. Eppure poco sembra essere cambiato. Solo il 20 gennaio scorso un gruppo uomini armati ha attaccato la Bacha Khan University di Charsadda, nel nord ovest del Paese aprendo il fuoco su studenti e professori e lasciando a terra quasi 30 persone senza vita e una sessantina di feriti.

Ancora una volta Sharif ha condannato l’attacco sostenendo che “chi uccide studenti innocenti non ha fede né religione e ricordando che “siamo determinati e risoluti nel nostro impegno volto a sradicare la minaccia del terrorismo dalla nostra patria”. Tuttavia dopo l’approvazione del Piano nazionale anti-terrorismo non è avvenuta alcuna riforma del sistema giudiziario. Anche per questo nelle scorse settimane un gruppo di attivisti di diverse religioni ha protestato contro l’incapacità del Governo di combattere il terrorismo islamico. Uno di loro, Samson Salamat, presidente cristiano di Rwadari Tehreek, il Movimento per la tolleranza che promuove il rispetto di tutte le fedi, ha dichiarato che “Il 2016 è appena cominciato e già abbiamo assistito a gravi attacchi terroristici. Il piano del governo sembra aver fallito. L’Autorità nazionale anti-terrorismo è stata inattiva per sette anni. Nonostante la smentita del Governo, ci sono le prove che Daesh è attivo in Pakistan. Le organizzazioni terroristiche operano ancora in piena libertà nel Punjab”.

Gli attivisti hanno così organizzato una protesta per chiedere l’attuazione del Piano di azione nazionale e mettere urgentemente un freno ai terroristi con uno uno sciopero della fame e un sit-in di sei ore di fronte all’edificio dell’assemblea del Punjab. Dietro un grande striscione con la scritta “Ora basta” hanno intonato slogan contro il terrorismo, l’odio tra religioni, e l’omicidio in nome di una qualsiasi fede. Secondo gli attivisti anche l’esercito del Pakistan ha chiesto più volte alle autorità politiche di migliorare l’azione di contrasto al terrorismo, monitorando i discorsi dell’odio e la diffusione di materiale di propaganda estremista, bloccando le forme di finanziamento e chiudendo i seminari islamici che inneggiano alla jihad. L’ufficio stampa dell’esercito (Inter Services Public Relations) ha dichiarato di recente: “Questa guerra al terrorismo è complessa e richiede una risposta decisa e unificata. I terroristi sono finanziati dall’estero da agenzie di intelligence nemiche e hanno simpatizzanti anche in casa nostra, che forniscono loro protezione e rifugio”. 

Una situazione non facile anche per il presidente mussulmano di Rwadari Tehreek, Abdullah Malik, che a margine della manifestazione ha spiegato come: “Il fatto che la vita delle persone continui ad essere in pericolo a scuola, nei college e nelle università, pone domande sulla capacità dell’attuale Governo. Non è stata attuata alcuna riforma al sistema giudiziario per combattere il terrorismo, nemmeno dopo un anno dall'approvazione del Nap”. Per Malik occorre fare di più e subito: “Il Governo deve attuare una politica di lungo periodo rivedendo il suo programma, cancellando le leggi che spingono all’odio e annunciando una politica globale per demilitarizzare la società. Le autorità devono bandire tutti i tipi di armi e adempiere alla loro responsabilità costituzionale di garantire sicurezza e protezione a tutti i cittadini”.

Una proposta nonviolenta e radicale che non è una novità per il Pakistan. L’attentato al campus universitario di Charsadda, dello scorso gennaio è stato sferrato non a caso nel giorno in cui era prevista la commemorazione di Khan Badshah, il capo carismatico dei pashtun, a cui è dedicato l’ateneo. Il nome di Khan forse a noi occidentali dice poco o nulla, ma in Pakistan è noto per aver creato il primo esercito nonviolento, i Khudai Khidmatgar (i Servi di Dio) e Baba Khan, o Khan Abdul Ghaffar Khan nato nel 1890 nel piccolo villaggio pashtun di Utmanzai, è conosciuto anche per il suo islamismo pacifista e tollerante che sosteneva la necessità dell’emancipazione femminile e della separazione tra Stato e religione. Proprio per le sue posizioni pacifiste e contrarie alla dominazione britannica è anche chiamato il Gandhi musulmano. I suoi appelli per una trasformazione sociale, per una distribuzione equa delle terre, in difesa delle minoranze e per un’armonia religiosa erano invisi alle autorità britanniche, ai proprietari terrieri, ad alcuni politici e leader religiosi locali e gli costarono due attentati (scampati) e più di 25 anni di prigionia. I suoi insegnamenti dopo la sua morte avvenuta il 20 gennaio del 1988, mentre era agli arresti domiciliari, non sono però stati dimenticati da Rwadari Tehreek e dalle altre organizzazioni pacifiste e nonviolente che hanno manifestato davanti all’assemblea del Punjab, dando vita ad una risposta importante al terrorismo della società civile pakistana.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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