Opg: il difficile cammino verso la chiusura delle “carceri della follia”

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Foto: Infoaut.org

Si è suicidato usando la sua maglietta come cappio. Aveva 50 anni ed era un detenuto internato all’Opg di Reggio Emilia. Il fatto, riportato dai media locali, è avvenuto all’inizio di quest’anno, e va ad aggiungersi al lungo e triste conteggio di morti e di tragedie avvenute in quei luoghi, definiti tempo fa dal presidente della Repubblica Napolitano un “autentico orrore indegno di un paese appena civile”. Nel 2011 la mobilitazione degli operatori, della società civile, ma anche della politica, ha portato infine alla legge (la n.9 del febbraio 2012) che ne ha decretato la chiusura: all’inizio si era stabilito di chiuderli entro il 1° aprile 2013, scadenza poi prorogata diverse volte, fino al 31 marzo 2015. Ovvero fra due mesi. Ma a che punto sono i lavori? Il nostro paese è davvero pronto a compiere questo passo e soprattutto a offrire un’alternativa efficace e rispettosa dei diritti di queste persone bisognose prima di tutto di aiuto e di cure?

Voci insistenti su una possibile nuova proroga fanno supporre di no, anche se il ministro Andrea Orlando, presentando alla Camera la relazione annuale sull’amministrazione della Giustizia, si è detto deciso a “evitare ulteriori ritardi ed arrivare entro il termine stabilito alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari”. Anche gli operatori e le organizzazioni della società civile premono affinché la scadenza sia questa volta rispettata, nonostante durante il recente convegno annuale al Senato intitolato “Salute mentale, OPG e diritti umani”, siano emerse diverse criticità e questioni tuttora irrisolte: dalla differenza tra le regioni nella tabella di marcia sull’adeguamento dei servizi, alla carenza di personale dedicato, dai finanziamenti bloccati dalla burocrazia statale al problema più generale che riguarda tutta la sanità penitenziaria.

Perché chiudere gli Opg non basta – lo si è già visto con i manicomi – e la prevista apertura delle Rems, le cosiddette Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, è vista dalle associazioni come una non-soluzione: il fatto che vengano chiamati “mini Opg” la dice lunga sul timore che queste nuove strutture possano costituire un ritorno, in miniatura, di quel male che si intendeva debellare. Ma finché il codice penale, nonostante i passi avanti portati dalla nuova legge 81 del 2014, continuerà a prevedere la possibilità dell’applicazione di misure di sicurezza detentive per le persone inferme di mente che hanno commesso reati, l’esistenza di una struttura con il compito di accoglierli resta implicita. Come evitare questo paradosso?

Intanto, dicono le associazioni, ridimensionando il numero dei posti letto previsti per le Rems (900, ben più degli attuali detenuti in Opg) e dirottando i fondi verso un potenziamento dei Centri di salute mentale dislocati nei territori. Lo scopo: creare un’alternativa all’internamento fatta di “servizi forti e aperti 24 ore su 24, con personale competente e adeguato”, che possano accompagnare il paziente non solo nella cura ma anche nel reinserimento in società. “In questo modo – ha detto il presidente del comitato di StopOpg Sefano Cecconi al convegno in Senato – si sposta il baricentro dell’azione per chiudere gli Opg dalle strutture (le Rems) alle persone, dalla custodia ai progetti di cura e riabilitazione individuali, si sposta dai ‘luoghi chiusi e separati’ al territorio e all’inclusione sociale, possiamo dire: seguendo il vento della legge 180”.

Cosa che, lo sanno bene anche loro, è più facile a dirsi che a farsi. La sopra citata legge 81/2014, infatti, ha sì apportato numerosi miglioramenti: come il rafforzamento delle misure alternative rispetto al ricovero in Opg, o l’eliminazione dei famigerati “ergastoli bianchi”, ovvero le proroghe a tempo indefinito delle misure di sicurezza per cui molti hanno finito per passare in Opg tutta la propria vita. Non solo: la legge, come spiega Giovanna Del Giudice del Forum Salute Mentale, “ha sancito che la pericolosità sociale non possa essere più riconosciuta a partire dalle condizioni economiche del soggetto o in relazione alla mancata presa in carico da parte dei servizi sanitari”. Che è quello che, in realtà, succede oggi: più che di pericolosi “matti criminali”, infatti, gli Opg sono spesso dei "contenitori" di persone povere, svantaggiate e abbandonate a se stesse.

Una legge tanto buona (seppure incompleta) che però ancora non sta trovando applicazione, se è vero che, come dicono le associazioni, gli ingressi in Opg starebbero addirittura aumentando in quest’ultimo periodo, spesso con misure provvisorie e per i cosiddetti reati bagatellari. Segno che, in assenza di radicali modifiche al codice penale, è la cultura giudiziaria che deve cambiare, e probabilmente ci vorrà tempo.

Tempo che invece le Regioni hanno avuto per mettersi in regola con il primo decreto di chiusura degli Opg e fare dei propri i Centri di Salute Mentale i perni di questa riforma. Peccato che, complici anche i fondi bloccati e ritardi burocratici, alcune di esse non hanno fatto grandi passi avanti, e molti centri e servizi continuano a soffrire di gravi carenze, a scapito dei malati e delle famiglie, come ha spiegato nel dettaglio la presidente dell’Unasam Gisella Trincas nel suo intervento al convegno.

E intanto, negli Opg si continua a soffrire e morire: in quello di Aversa così come a Montelupo Fiorentino, a Napoli come a Reggio Emilia, a Barcellona Pozzo di Gotto (già sottoposto a sequestro) così come a Castiglione delle Stiviere. Alla data del 31 ottobre 2014 gli internati erano ancora 780 (comunque in diminuzione rispetto a 3 anni fa) di cui la metà in teoria dimissibili con i nuovi programmi di riabilitazione presentati dalle regioni. “E’ assolutamente dimostrabile che si può curare senza ledere i diritti umani e con la partecipazione attiva delle persone, anche quando sono in crisi – ha spiegato Gisella Trincas – Come dimostrano quei pochi Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura che lavorano da lungo tempo senza contenzione e con le porte aperte”. Dunque i modelli positivi ci sono, e indicano una possibile strada da seguire. Sempre, come dicono le associazioni in campo, “se ognuno farà davvero la sua parte”. E quindi, se per una volta non si ripeterà la solita consuetudine italiana fatta di lentezze burocratiche, scappatoie facili e, spesso e volentieri, ricerca del profitto.

Eppure restano indelebili nella mente di chi le ha viste, le immagini di quel video sconvolgente girato dalla commissione d’inchiesta del Senato allora guidata da Ignazio Marino, che nel novembre del 2011 era stato mostrato a tutti gli italiani durante la trasmissione Presa Diretta su Rai3. Quella sporcizia, incuria, solitudine e dolore, la privazione dei diritti e della dignità di cui erano oggetto le persone presenti in quelle “carceri della follia”, avevano riempito di vergogna un’intera nazione e l’avevano spinta a un’immediata reazione. La chiusura di quei luoghi, erano d’accordo tutti anche allora, non poteva più aspettare.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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