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Onu: prima Giornata mondiale Umanitaria, in dieci anni uccisi 700 operatori

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Il manifesto della Giornata

Si è celebrata ieri la prima 'Giornata mondiale Umanitaria' ( World Humanitarian Day) promossa dall'Onu in memoria del 19 agosto 2003, quando 22 persone hanno perso la vita nell'attentato contro l'ufficio delle Nazioni Unite in Iraq. Tra le vittime dell'attentato vi fu anche il diplomatico brasiliano Sergio Vieira de Mello, allora Alto commissario dell'Onu per i diritti umani e Rappresentante speciale del Segretario generale in Iraq.

Lo scorso dicembre, l'Assemblea Generale ha adottato la risoluzione A/RES/63/139 chiedendo che nella data di questo tragico incidente venisse celebrata una Giornata mondiale Umanitaria per ricordare coloro che hanno perso la vita nelle operazioni umanitarie e porre enfasi sulle sfide e necessità umanitarie più impellenti. Per l’occasione, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha promosso con i suoi partner una commemorazione della giornata realizzando anche due cortometraggi: il primo, un film della durata di un minuto che mostra le immagini del lavoro degli operatori umanitari; il secondo che è stato trasmesso nel corso della Giornata Umanitaria mondiale contiene il messaggio del Segretario Generale in ricordo dei colleghi caduti.

Nel 2008 sono stati 260 gli operatori vittime di "incidenti di sicurezza", cioè rapiti, feriti o addirittura uccisi: quest’ultimo l’esito tragico per 122 di essi: tra questi, 185 lavoravano per Organizzazioni Non Governative (ONG) e 65 erano funzionari ONU. Dei 122 operatori umanitari uccisi nel 2008, 104 erano appartenenti allo staff nazionale e 18 a quello internazionale: un numero, sottolineano le statistiche delle Nazioni Unite, superiore al personale di peacekeeping rimasto ucciso nel corso di missioni. E un numero che ha conosciuto una spaventosa escalation: nel 1998, erano stati 69 gli operatori umanitari morti a seguito di incidenti di sicurezza e molti meno anche gli attacchi, raddopiatti negli ultimi 10 anni. In tutto, nel decennio scorso, ci contano 700 morti nelle fila del personale umanitario. Sudan, Afghanistan e Somalia i paesi più violenti.

"Oggi gli operatori umanitari sono sempre più esposti alla violenza e si ritrovano a fronteggiare dei rischi inimmaginabili solo dieci anni fa" - dichiara Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. "Ma nonostante questo Save the Children non intende rinunciare a quell’impegno sancito nel 1919 dalla nostra fondatrice Eglantyne Jebb, cioè di garantire a ogni bambino diritto alla salute, alla felicità e a una vita soddisfacente". Negli ultimi anni hanno perso la vita anche sei operatori di Save the Children in Darfur e Sud Sudan . "Finché i diritti sanciti dalla Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza non saranno realtà per tutti i bambini del mondo Save the Children continuerà a lavorare, fedele al suo dna di organizzazione indipendente, laica e internazionale" - conclude Neri. [GB]

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