Ogm: la moratoria della melanzana in India

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Manifestazione in India - Foto: oggiscienza

La questione degli organismi geneticamente modificati (OGM) rappresenta una cartina di tornasole decisiva per capire l’evoluzione dell’agricoltura globale. E non solo.

Il 2010 ha segnato il quindicesimo anniversario dell’inizio della commercializzazione dei prodotti biotech. In questo periodo, secondo le stime fornite della ISAAA (un istituto internazionale di ricerca, moderatamente favorevole agli OGM), la superficie coltivata è cresciuta del 87%: nel solo 2010 si sono raggiunti i 148 milioni di ettari coltivati (più 10% rispetto all’anno precedente), in 29 diverse nazioni (nell’anno si sono aggiunti Pakistan, Myanmar e Svezia, mentre la Germania ha ripreso le coltivazioni). A questi 29 paesi se ne aggiungono altri 30 che importano i prodotti OGM: in queste 59 nazioni vive il 75% della popolazione mondiale.

È impressionante notare come i prodotti biotech siano diffusi soprattutto negli Stati poveri o in via di sviluppo. Il 90% dei circa 1,54 milioni di contadini biotech sono poveri agricoltori residenti in paesi ancora poco sviluppati o emergenti, nei quali la coltivazione degli OGM è cresciuta nel 2010 del 48%. Gli Stati maggiormente convinti nell’investire in questo tipo di agricoltura tecnologica sono Cina, India, Brasile, Argentina, Sudafrica. I dati si potrebbero moltiplicare: in Myanmar ormai il 75% del cotone prodotto è transgenico (il famoso o famigerato Bt cotton, brevettato dalla Monsanto) e in India lo stesso tipo di cotone viene coltivato sul 9,4 milioni di ettari, con un continuo incremento negli ultimi 10 anni.

L’India rappresenta la più importante frontiera per l’agricoltura tecnologica: sfondare definitivamente in un mercato enorme per popolazione, e in un immenso territorio disponibile, segnerebbe la vittoria decisiva per gli OGM. Non a caso proprio nel continente indiano assistiamo a un’aspra lotta tra i favorevoli e i contrari all’agricoltura biotech. Ma non sono discorsi teorici, come potremmo pensare alle nostre latitudini, ma riguardano letteralmente la vita e la morte di migliaia di persone, incidono sui diritti umani e sulle aspirazioni democratiche, segnano la direzione in cui si incamminerà il mondo, dal punto di vista ambientale e non solo.

L’introduzione dei prodotti biotech in India risale al 1998 quando la Monsanto (che aveva “creato” in laboratorio il cotone Bt tre anni prima) cominciò a sperimentare sul terreno il cotone transgenico. Ovviamente la multinazionale esaltò i presunti meravigliosi vantaggi del nuovo prodotto: si sarebbe abbattuto di 2,6 volte l’utilizzo di pesticidi, la produzione sarebbe aumentata di più di una tonnellata per acro, i costi sarebbero calati del 40%. Il successo del cotone Bt fu immediato. Nel 2002 il governo indiano autorizzò formalmente la produzione e il commercio del cotone OGM, che nel frattempo era stato “acquistato” Maharashtra Hybrid Seed Company (Mahyco), di cui la Monsanto detiene il 29% delle azioni. Purtroppo gli anni successivi smentirono queste speranze. Un interessante e documentato articolo del giugno 2009 di Priya Kumar, giornalista e attivista indiana, ripercorre tutte le tappe del fallimento del cotone Bt che ha provocato un ondata di suicidi tra i contadini. Ora la stessa Monsanto fornisce cifre molto diverse ammettendo la criticità della situazione. Un fallimento registrato anche in Cina. Ma gli OGM non si fermano.

È soprattutto il nesso tra prodotti biotech coltivati da poveri agricoltori e brevetti in mano alle multinazionali a segnare l’aspetto più preoccupante. In un’intervista del marzo 2010, in seguito all’apertura della Ue sulla patata Amflora, Vandana Shiva utilizzava parole chiarissime: “Ogm equivale a brevetto. Vuol dire che un’azienda può diventare monopolista di un certo seme e imporlo a chiunque lo voglia coltivare. In India coltivare a riso un ettaro, prima che arrivassero le multinazionali con le loro sementi, costava circa 16 mila rupie. Quando molti hanno spostato la coltivazione sulla vaniglia, il costo è salito a 300 mila rupie per ettaro. A tanti contadini è stato fatto credere che si sarebbero arricchiti comprando i nuovi semi, che avrebbero incrementato le produzioni. Chi si è lasciato convincere ha scoperto che bisognava acquistare le sementi tutti gli anni - non si riproducono, hanno un gene “suicida”, ed è la dimostrazione che sono contro natura - a un prezzo triplo rispetto ai semi tradizionali. Così si sono indebitati fino al collo. Risultato: 200 mila suicidi in 10 anni”. La federazione indiana è comunque molto variegata al suo interno: se lo Stato del Maharashtra, con la capitale Mumbay, è in prima fila nella corsa agli OGM, il Kerala (governato dai comunisti), il Sikkim (il più piccolo Stato) hanno bandito l’agricoltura biotech, puntando sul biologico.

Ora la battaglia in India si sposta alla melanzana transgenica. Gli attori sono sempre gli stessi: la Mahyco (che ha prodotto la melanzana biotech Bt brinjal), i contadini che subiscono pressioni di ogni tipo, il governo che cerca di mediare, favorendo comunque l’impostazione pro-OGM. Anche se qualcosa nelle ultime settimane sembra cambiato portando all’inattesa decisione di Jairam Ramesh, ministro per l’ambiente e le foreste dell’India, di una moratoria sulla melanzana. Il governo infatti ha recepito le istanze del Genetic Engineering Approval Committee indiano (Geac, comitato per l’approvazione dei prodotti di ingegneria genetica, che pur sottolineando la possibilità che il nuovo prodotto possa ridurre fino al 40% le perdite di raccolti a causa di parassiti, metteva in guardia sulla sicurezza alimentare di una verdura presente in maniera massiccia nella dieta indiana. Una decisione positiva salutata con soddisfazione da molti Stati indiani e che può essere davvero un segnale di cambiamento.

Piergiorgio Cattani

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