#OSJUBA. Una visione open per lo sviluppo del Sud Sudan

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Lo sviluppo del Sud Sudan passa per la Rete – Foto: missionline.org

Può Juba, la capitale del paese più giovane al mondo, segnato da decenni di guerra civile e con indicatori economico sociali drammatici, diventare un modello pionieristico di sviluppo basato sull’Open source? Cioè sulla filosofia del libero accesso, condivisione e redistribuzione di strumenti e contenuti digitali da dove sono nati i software e i sistemi operativi liberi con codice sorgente replicabile e modificabile dagli utenti, Wikipedia, licenze come Creative Commons, nuove forme di giornalismo partecipativo e il crowdmapping. È ciò che stanno valutando i cyber-attivisti di r0g, organizzazione con sede a Berlino, attraverso un processo di dialogo con la società civile e le istituzioni sud-sudanesi, africani della diaspora, organizzazioni che si occupano di ricostruzione post-conflitto ed esperti di tecnologie per la comunicazione e l’informazione (TIC).

La prima tappa verso la realizzazione della visione che r02 ha chiamato #OSJUBA è stata toccata il 21 e 22 giugno. La seconda è in programma per il 27 settembre, durante la settimana berlinese dedicata ai social media. Lo scopo degli incontri è analizzare iniziative del “mondo non-proprietario” in vari settori e definire una strategia in linea con le aspirazioni della popolazione del Sud Sudan, stato costituito poco più di un anno fa dalla separazione da Khartoum. Nel neo paese africano, dei 9 milioni di abitanti più della metà vive in condizioni di povertà, l’aspettativa di vita è tra le più basse al mondo e il 48 per cento dei bambini sotto i cinque anni è malnutrito. Il cammino da compiere sulla strada delle libertà civili è ancora lungo e la libertà di stampa ancora troppo limitata.

Secondo Irene Panozzo, giornalista freelance, storica e analista che da dieci anni segue da vicino le vicende del Sudan, è presto per parlare di strategie di sviluppo quando nel paese ci sono gravi emergenze da tamponare. “Mancano scuole e ospedali, infrastrutture, insegnanti e operatori medici. Dall’indipendenza a oggi, c’è stata un’inflazione dell’80 percento circa. Ci sono alcune ribellioni in corso, centinaia di migliaia di ex sfollati interni che dal Nord hanno deciso di rientrare nel Sud, sudsudanesi che magari nel Sud non hanno mai vissuto, che parlano solo arabo e che dall’ambiente cittadino in cui sono cresciuti (Khartoum soprattutto) si trovano a «tornare» ai villaggi d’origine dove non hanno lasciato niente. Ci sono altri 150 mila circa nuovi profughi che sono arrivati nell’ultimo anno in Sud Sudan, in alcuni degli stati al confine con il Nord, a causa del conflitto negli stati sudanesi del Kordofan meridionale e del Nilo Azzurro. La situazione nei campi profughi, creati a ridosso del confine in zone che durante la stagione delle piogge sono completamente allagate e quindi sostanzialmente isolate, è drammatica: in due campi in cui opera Medici Senza Frontiere il tasso di malnutrizione e mortalità è molto al di sopra della soglia d’emergenza» spiega l’esperta che si chiede: “In una situazione del genere a cosa può servire l’open-source?”.

Consapevole della fragilità del paese, della necessità di soddisfare bisogni primari e delle pesanti deficienze in campo sanitario, educativo e nella gestione delle risorse è anche Stephen Kovats, fondatore di r0g, che in un articolo dell’Association for Progressive Communication riconosce come il Sud Sudan sia probabilmente il posto più difficile in cui realizzare qualsiasi cosa. “Riuscire a fare bene a Juba però può creare enormi opportunità per la nazione in erba”, dice lungimirante.

Tra i progetti che potrebbero rientrare nella strategia di #OSJUBA spiccano la piattaforma di mappatura partecipativa sviluppata da Ushaidi in Kenya, che ha recentemente annunciato di avere in cantiere una versione migliorata chiamata appunto Juba. L’organizzazione tedesca Open-oil potrebbe adattare al contesto sudanese wiki e ad altre creazioni interattive sperimentate altrove, per promuovere politiche di gestione delle risorse petrolifere trasparenti e a beneficio dei cittadini. Sempre in campo energetico, l’austriaca Artesian potrebbe portare nelle comunità non coperte da corrente elettrica SOLPAC, piccoli generatori solari a basso costo in quanto sviluppati appunto con metodologia open-source. Possibile anche il coinvolgimento dell’Ong internazionale Tactical Technology Collective, specializzata nell’utilizzo di informazioni per il cambiamento sociale, e i giornalisti dell’Ong tedesca Media in Cooperation and Transition con corsi per freelance sull’informazione in situazioni di post-conflitto. Tutti progetti che sarebbero realizzati con fondi pubblici tedeschi e con il sostegno di fondazioni e partner privati. “Per concretizzare la visione #OSJUBA vogliamo coinvolgere diversi attori della comunità internazionale impegnati nei vari settori dello sviluppo e creare un modello di supporto decentralizzato in cui sviluppatori e utenti collaborino per trovare soluzioni tarate sulle specificità del contesto. In questo modo la sostenibilità del progetto non dipenderà da un’unica agenzia o impresa”, spiega Kovats. “Certo, il successo di questa strategia dipende da quanto la visione di una capitale fondata sull’open-source sarà condivisa e appoggiata dalla volontà delle istituzioni locali e dalla messa a punto di politiche idonee a garantire ai cittadini la libertà di espressione, di accesso e condivisione delle informazioni – aggiunge -. Infine, altra sfida da cogliere è insegnare a persone analfabete (il 27 percento degli adulti) o che non hanno familiarità con internet e le TIC a utilizzare reti e piattaforme”.

Tutte incognite di un processo tortuoso, i cui frutti nessuno si illude maturino in un giorno. D’altra parte, non è nell’impatto a breve termine che si misura il successo di esperimenti partecipativi come quello tentato dagli attivisti berlinesi, il cui proposito è piuttosto quello di innovare i principi e le pratiche della cooperazione allo sviluppo iniettandovi la filosofia open.

Daniela Bandelli

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