Nuove cooperative in Cile, tra autogestione ed impegno sociale

Stampa

Foto: ® M. Giovannini

Piccole cooperative crescono, o meglio si propagano: accade in Cile, dove si assiste ad un rinnovato interesse verso questa forma organizzativa, nonostante un quadro legislativo non del tutto favorevole.

Un’esperienza particolarmente interessante è quella della federazione di cooperative di lavoro Trasol (che sta per Trabajo Solidario), sorta proprio quest’anno grazie all’impegno di alcune cooperative convinte della necessità di dare visibilità e nuova linfa a questo fenomeno. I principi a cui si ispirano sono contenuti in un documento dove si afferma che “le cooperative di lavoro sono una forma reale di trasformazione delle relazioni di potere in ambito lavorativo e mirano a  migliorare le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici in ambito economico e sociale. Le cooperative di lavoro cercano inoltre di sviluppare un’etica della dignità per i lavoratori”. Fino ad ora hanno aderito 14 cooperative di lavoro, attive in diversi ambiti: dalle installazioni elettriche e fotovoltaiche ai servizi di pulizia, dalla produzione di manufatti artistici e video alla ricerca militante, dalle installazioni di impianti a gas ai servizi di consulenza.

L’obiettivo di queste cooperative non è dunque solamente quello di perseguire l’interesse dei soci, come accade in molte cooperative di vecchia concezione, ma di creare una vera e propria alternativa in ambito economico, e allo stesso tempo creare un impatto tanto nella sfera sociale come in quella politica. L’obiettivo ultimo per molte di loro è la trasformazione sociale e la generazione di impatto a livello comunitario: “vogliamo che la comunità si imbeva dei valori cooperativi”, spiega Sebastián, in qualità di rappresentante di Trasol durante una presentazione all’Università di Santiago. Sottolinea inoltre come la legge cilena sulle cooperative sia molto generale e permetta di creare allo stesso tempo organizzazioni di tipo imprenditoriale che seguano più da vicino il modello propriamente capitalista, oppure di  mettere l’accento sul lavoro associato, con l’obiettivo di creare lavoro equo, dignitoso, ugualitario, dove nessuno si arricchisca alle spalle altrui. Tutto questo non senza difficoltà: l’ambiente economico e culturale cileno, infatti, non pare particolarmente favorevole alla creazione di cooperative. Basti pensare che, come racconta Sebastián, alla richiesta di un prestito alla banca di credito cooperativo COOPEUCH, la risposta è stato un laconico “noi non prestiamo denaro alle cooperative!”.

Molte delle cooperative che compongono la federazione sono composte da giovani al di sotto dei 30 anni. Si tratta dei ragazzi e ragazze che nel 2011 erano in piazza a chiedere educazione gratuita e di qualità, in quel movimento studentesco di cui ancora si avvertono gli strascichi. Di fatto la mobilitazione del 2011 può essere intesa in un senso più ampio, come una critica globale al modello economico neoliberista ereditato dalla dittatura. Tale modello non ha subito grandi modifiche dopo il 1990, basti pensare che la costituzione cilena continua ad essere la stessa che venne approvata nel 1980, in piana dittatura militare. Nicolás e Joaquín della cooperativa Kutral mi raccontano della loro partecipazione al movimento studentesco quando entrambi frequentavano l’università, e di come questo risorgere del cooperativismo vada in qualche modo associato alla presa di coscienza avvenuta grazie al movimento del 2011. Sottolineano come “molte volte l’energia che si mette in un movimento studentesco va persa, perché non si riesce a canalizzare in qualcosa di concreto. Per questo il nostro compito come federazione è cercare di dare continuità a questa esperienza, continuare con la stessa forza, con la voglia di cambiare le cose. E noi qui con la federazione cerchiamo di dimostrare che sí se puede, o almeno che noi qui ci stiamo provando e che tutto dipende dalla nostra convinzione”. 

I soci delle nuove cooperative osservano e traggono spunto dalle esperienze di altri paesi latinoamericani, dove il movimento cooperativo è storicamente più forte di quello cileno: alle cooperative venezuelane e brasiliane, ad esempio, o alle imprese recuperate argentine, esempio culmine di organizzazioni autogestite basate sull’uguaglianza dei soci e sulla missione politica e sociale inscindibile dalla dimensione economica. Per questo assume una rilevanza fondamentale l’aspetto dell’autogestione e la centralità dell’assemblea. Luís e Claudia, entrambi soci della cooperativa Coenergía, mi raccontano come l’assemblea sia l’organo superiore della cooperativa: lì si prendono tutte le decisioni più importanti e la regola, sebbene non scritta, non è quella della maggioranza. “Continuiamo a discutere fino ad arrivare al consenso”, mi spiegano infatti. Oltre all’assemblea esistono commissioni di lavoro dedicate a tematiche specifiche che sono parallele al lavoro quotidiano, più strettamente produttivo, della cooperativa. Un ruolo particolarmente importante è quello della commissione di educazione, come mi spiega Claudia, che è anche la presidentessa della Federazione: “tutti noi siamo contaminati fino al midollo con il neoliberismo…è solo trasformando le nostre coscienze, pensando che le cose si possono fare in un altra maniera che possiamo cambiare. E’ un lavoro quotidiano fatto di riflessione costante ed è importante che queste riflessioni le condividiamo e discutiamo con i nostri compagni e compagne delle altre cooperative per poter avanzare tutti insieme”. Da qui la necessità della Federazione, che diviene anche uno spazio per rendere visibili queste esperienze ed incoraggiare altre persone ad associarsi in cooperative di lavoro che seguano questi principi.

L’esperienza della Federazione Trasol, così come quella di altre piccole cooperative che stanno sorgendo negli ultimi anni in Cile, sta dunque mostrando alternative concrete al modello neoliberista imperante nel paese (così come in altri contesti), e sembra essere senza dubbio un importante passo verso la creazione di reali processi di democrazia economica.

Michela Giovannini

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

Ultime notizie

Migranti, “disobbedienza legittima” di Open Arms: in crisi le accuse alle ong

22 Aprile 2018
Nel provvedimento di dissequestro della nave dell’ong spagnola Proactiva si riconosce che la Libia non è un posto sicuro. (Eleonora Camilli)

Perché occuparsi di beni comuni?

21 Aprile 2018
Nelle città italiane il numero delle persone che intendono prendersi cura di spazi o utilità di interesse generale è in costante aumento. (Fulvio Cortese)

Calcio: ecco come la FIGC ha sdoganato l’Arabia Saudita

20 Aprile 2018
Chi ha deciso l'amichevole degli azzurri con l'Arabia Saudita? Non certo il commissario provvisorio della FIGC. I principali players sono stati... (Giorgio Beretta

Brasile: si vogliono demolire i diritti collettivi

19 Aprile 2018
Si impedisce il libero dibattito, si fomenta l’intolleranza, si attaccano i movimenti sociali. Coinvolta una parte del potere giudiziario e anche segmenti del potere militare. Occorre reagire con l...

Sfollati e guerriglia: al loro posto una scuola agricola

19 Aprile 2018
Questo l'obiettivo del progetto di cooperazione internazionale di IPSIA del Trentino per il 2018 in Uganda (Giuliano Rizzi)