Non sono razzista, ma”: dalla politica la salvezza o la condanna

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Foto: A. Toro ®

“Sporco negro, vattene via dall’Italia”. Avrebbero detto frasi come questa i ragazzi (tra cui alcuni minorenni) che la notte del 29 ottobre in pieno centro a Roma hanno massacrato di botte Kartik Chondro, 27 anni, originario del Bangladesh, provocandogli la frattura di naso, zigomi e mandibola. Un caso purtroppo non isolato, che si aggiunge alla lunga lista di aggressioni a sfondo razziale avvenute negli ultimi anni nel nostro paese, tra pestaggi, raid punitivi, arrivando talvolta anche all’omicidio. Casi estremi, certo, dietro cui si nasconde però un sentimento di intolleranza ormai generalizzato, meno violento forse, ma ancora più insidioso perché può venir fuori da ognuno di noi quando ci facciamo prendere dalla paura, quando l’ignoranza e la propaganda scellerata obnubilano il giudizio e ci fanno dire che, certo, “non siamo razzisti, ma”... Un “ma” che fa partire tutta una serie di attenuanti che finiscono per svuotare di significato tutta la premessa, lasciando a briglia sciolta opinioni e pregiudizi che fino a pochi anni fa erano giudicati inaccettabili. Ed è proprio il tabù del razzismo, in primis nel linguaggio, che sembra esser stato ormai sdoganato nel nostro paese: dalla politica, amplificato poi dai media e riprodotto all’infinito dai cittadini sotto forma di stereotipi e cliché nei discorsi da bar, sui mezzi pubblici o nelle piazze virtuali dei social network. “Chiedersi se l’Italia è razzista è una domanda sciocca: non lo è. Nessuna categoria può essere definita come un blocco unico e omogeneo. Ma che in Italia ci siano razzisti, questo è un fatto” spiega Luigi Manconi, Presidente della Commissione per i diritti umani del Senato, durante il Salone dell’Editoria Sociale dove ha presentato il saggio intitolato proprio “Non sono razzista, ma” (sottotitolo: “La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura”), scritto a quattro mani con Federica Resta, avvocata e dottore di ricerca in Diritto Penale.

Per Manconi, infatti, quello che connota il nostro paese in generale non dovrebbe definirsi tanto razzismo – o almeno non ancora – quanto “xenofobia”: ovvero, la paura dello straniero, dell'ignoto. “Si tratta di una tendenza dell'essere umano a cui nessuno di noi è immune” spiega, senza con questo voler giustificare l’atteggiamento diffuso di intolleranza quasi compiaciuta e spesso strafottente di chi teme che, condividendo i propri diritti e spazi con gli altri, possano venir meno quelli propri. Complice la crisi economica che non ha trovato risposte credibili da parte della politica, la strada più facile – oggi come in passato – è quella di trovare un capro espiatorio, ancora meglio se diverso e più debole, su cui incanalare le proprie frustrazioni e paure. Un “cattivismo” autogiustificato che si contrappone al “buonismo”, espressione dispregiativa usata come un mantra contro chi ancora osa esprimere sentimenti di solidarietà verso chi è meno fortunato. Perché oggi essere solidali è diventata prerogativa di chi è ricco e privilegiato, mentre l’ostilità verso lo straniero è il punto di coesione di un nuovo sentimento identitario da difendere a tutti i costi contro un’ “invasione” che in realtà non trova nessun riscontro nei dati e nelle statistiche. Una deriva fatale? Siamo davvero destinati a diventare un paese razzista e violento?

La risposta degli autori del libro è “no”, e la ragione sta proprio in quella famosa frase “Non sono razzista, ma” in cui, più che l’ipocrisia di chi non ha il coraggio di esprimere fino in fondo il proprio sentimento, Manconi e Resta individuano una sorta di grido d'aiuto, del tipo: “Aiutateci a non diventare razzisti”. “Vediamo le città italiane attraversate da mille conflitti e tensioni sociali – spiega Manconi – ma se leggiamo oltre le urla e le scellerate rappresentazioni mediatiche di quei conflitti, sembra davvero che nelle parole di chi protesta contro una presenza straniera, che non capisce e non accetta, vi sia questo sentimento di angoscia: la consapevolezza che la situazione stia precipitando, e una conseguente domanda di rassicurazione e richiesta di soccorso”. Ed è proprio qui, in questa “domanda sociale”, che la politica dovrebbe cogliere la sua sfida più importante, in cui si deciderà il tipo di società in cui vivremo nel prossimo futuro. “Costruire la convivenza può essere faticoso, e il solo compito della politica, quella fatta da persone per bene, quella intelligente, razionale e lungimirante, è di essere presente dove c'è questa fatica, inquietudine e sofferenza”. Peccato che, denunciano contemporaneamente gli autori, “in questi 25 anni l'unica politica che c'è stata è quella cattiva, quella degli imprenditori politici della paura”.

Per Manconi e Resta, è infatti proprio nella sfera politico-istituzionale che le parole dell’aggressività anti-straniero hanno trovato legittimazione e incentivo. Non a caso, un intero capitolo del libro è dedicato all’ “Homo Calderolis” e al cosiddetto “razzismo della bonomia”, costituito da un vocabolario elementare, dozzinale, quotidiano e allo stesso tempo banalizzato: “’Banalità del male’? Qui siamo a qualcosa di ulteriore: è l'immiserimento del male, che non è capace neanche di dichiararsi. Tutto è ammiccamento, battutina, parole meschine”. Il riferimento è al famoso discorso di Treviglio del 13 luglio 2013 in cui il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli, aveva paragonato l’allora ministro dell'Integrazione Cécile Kyenge a un orango. Una vicenda surreale e vergognosa che nel libro viene scandagliata nei dettagli, e che ha un seguito, forse non a tutti noto: alla denuncia della Kyenge seguì infatti il “salvataggio” di Calderoli da parte del Senato, autorizzando, in un certo senso, a utilizzare il razzismo per fare politica (della serie: finché si parla in tono scherzoso va tutto bene?). La Kyenge non si è mai arresa (“Non sono una vittima – ha detto durante l’incontro romano – ma è stata offesa la mia dignità e quella di tanti altri ragazzi e ragazze che aspettavano dalle istituzioni una condanna”) e il caso tornerà in Corte Costituzionale.

Ma se il problema fossero solo partiti come la Lega saremmo già una spanna avanti: “Esiste un razzismo istituzionalizzato anche nel centrosinistra” ha commentato il prete e attivista eritreo, padre Mussie Zerai, che ha chiamato in causa i recenti provvedimenti del governo per bloccare i migranti sulla rotta libica e balcanica: “Se neghi i diritti umani, neghi la protezione, impedisci addirittura alle persone di arrivare, allora cessi di essere democrazia” ha detto. E poi ci sono le ordinanze dei sindaci – di ogni colore, compreso il partito di Manconi – in chiave anti-immigrato, così come le parole irresponsabili di chi quella “sfida a disinnescare l’ansia collettiva” probabilmente non ha nessuna voglia di coglierla, per mero calcolo elettorale. “Non si possono tollerare gli intolleranti” dicono con il filosofo Karl Popper gli autori del libro. Eppure sono sempre di meno coloro che pensano che difendere i diritti degli ultimi significhi anche, un domani, difendere i diritti che potrebbero essere i propri (la società civile, forse, mai così abbandonata e bistrattata proprio da chi avrebbe il dovere di sostenerla).

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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