NoCap, la filiera si ribella al caporalato

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Foto: Slowfood.it

Un modello economico più etico per contrastare il caporalato: in nome di questa esigenza Yvan Sagnet, dopo anni di lotta nei campi di pomodori in Puglia, ha fondato la rete internazionale No Cap, presentata di recente al Parlamento italiano. Il caporalato agricolo in Italia non ha mai prosperato così tanto come in questo periodo caratterizzato dai flussi migratori. Secondo il rapporto Best Practices against Work Exploitation in Agriculture del Milan Center for Food Law and Policy (Mcflp) – progetto biennale in collaborazione con Coop – circa un terzo del lavoro agricolo in Italia è da considerarsi irregolare. Parte di questo fenomeno sommerso – che vale 17 miliardi di euro – è rappresentato da situazioni di semischiavitù e sfruttamento le cui vittime sono in genere donne e immigrati irregolari. In un contesto simile viene da pensare alle campagne del Sud Italia dove ogni estate si riversano migliaia di braccianti – per lo più provenienti dall’Africa – che vivono clandestinamente in masserie abbandonate o in bivacchi improvvisati, e che raccolgono pomodori per un euro al quintaleYvan Sagnet, camerunense, nel 2011 è diventato un simbolo della protesta contro il caporalato proprio in una di queste campagne, a Nardò in provincia di Lecce, dove ha guidato per giorni uno sciopero dei raccoglitori di pomodori. Un atto di coraggio che ha portato la magistratura ad aprire un’inchiesta conclusasi con 16 arresti. Gli abbiamo chiesto di raccontarci che cosa è cambiato da allora.

Come è cambiata la sua vita dopo quei fatti? E come sta procedendo la sua battaglia?

Dopo sei anni sono cambiate tante cose, in positivo e in negativo. Di positivo c’è che il mio impegno è riuscito a far luce su un fenomeno poco considerato e che ho cominciato a collaborare con le istituzioni per contrastarlo. Da allora è nata una legge (la n.199 del 2016, nda) che per la prima volta estende il reato di caporalato anche alle imprese. Questo è un passo decisivo per la lotta allo sfruttamento dei braccianti. Di negativo ci sono le minacce di morte, le ritorsioni che durano ancora adesso.

Nonostante la legge, però, pare che il fenomeno del caporalato si stia espandendo. Com’è possibile?

È vero, il fenomeno è in espansione. Questo perché la norma non viene applicata abbastanza, rischiando di diventare presto una delle tante leggi disattese che già abbiamo. Lo Stato dovrebbe intensificare i controlli, da una parte riformando l’ispettorato del lavoro e dall’altra mettendo a disposizione dei lavoratori più strumenti di tutela: chi denuncia il caporalato, infatti, rischia di incappare nel reato di clandestinità poiché il più delle volte è un lavoratore irregolare, senza documenti. E se nessuno denuncia, il fenomeno può alimentarsi nel più completo silenzio.

Cosa si può fare nel pratico? Possono i consumatori avere un ruolo in tutto questo?

In questi anni abbiamo svolto un importante lavoro di sensibilizzazione rivolta all’opinione pubblica e ai consumatori perché un elemento che gioca a favore del caporalato è proprio la politica dei prezzi bassi imposta dalle multinazionali e dalla grande distribuzione. Una politica che spinge i piccoli produttori a impiegare forza lavoro sottopagata per rimanere competitivi sul mercato. Non che questo debba diventare un alibi, però le cose stanno così. Per cui il ruolo dei consumatori è fondamentale nel momento in cui si sceglie quale cibo acquistare e da chi.

Per questo si sta concentrando nel creare un’alternativa di filiera…

Dopo aver lavorato per 4 anni con il sindacato è iniziata la fase due del mio impegno contro il caporalato, perchè credo che per colpirne le cause reali bisogna accelerare la transizione verso un nuovo modello economico. Due anni fa ho fondato, ispirandomi ai principi di Slow Food, l’associazione No Cap, una rete internazionale che ha come finalità la creazione di una filiera etica e certificata, promuovendo le imprese che rispettano i diritti dei lavoratori, dell’ambiente e che optano per la filiera corta e locale. La rete è stata presentata proprio in questi giorni alla Camera dei Deputati.

Maurizio Bongioanni da Slowfood.it

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