New York: dentro le multinazionali, fuori (e in marcia) la società civile

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A NY tra promesse e proteste - Foto: Unimondo.org

Dal 22 al 28 settembre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon presiederà a New York un Vertice sul Clima che coinvolgerà alcuni dei principali leaders politici, grandi imprese e solo alcuni rappresentanti della società civile (altamente selezionati). Il vertice sarà il primo dopo il fallimentare incontro di Copenaghen nel 2009, quando i leader mondiali non riuscirono a trovare un’intesa su un nuovo trattato che sostituisse il Protocollo di Kyoto del 1997, riuscendo solo a mettersi d’accordo su una serie di impegni volontari per ridurre le emissioni entro il 2020.
 La speranza del segretario generale Ban Ki-moon è quella di rilanciare il dibattito e di tracciare le linee guida per arrivare ad un accordo entro il prossimo anno. Tuttavia, anche se la settimana newyorkese è stata preceduta da molto clamore, nei fatti propone ricette volontarie, basate sul mercato e su devastanti partenariati pubblico-privato.

 Per molte associazioni ambientaliste si tratta di “false soluzioni di un’economia verde che cerca di mercificare ulteriormente la vita e la natura in vista di ulteriori profitti”. Ma abbiamo ancora tempo prima di trovare una soluzione al cambiamento climatico? I dati appena pubblicati dalla World meteorological organization (Wmo)  confermano come nel 2013 si sia registrato un nuovo record di gas serra nell’atmosfera (mentre diminuisce rapidamente la capacità della terra e degli oceani di assorbirli). Di fatto la Terra e il suo clima non sono più in grado di sostenere i livelli di consumo e di produzione della società moderna, industrializzata e globalizzata senza presentarci un conto che rischia di avere conseguenze profonde e forse irrimediabili sulle aspettative di vita nostre e del pianeta. Per questo Alternatives International, ATTAC – France, Coordinadora Latinoamericana de Organizaciones del Campo – La Via Campesina (CLOC-LVC), Corporate Europe Observatory, Ecologistas en Acción, ETC Group, Fairwatch – Italy, Focus on the Global South, Fundación Solón – Bolivia… sono solo alcune delle decine di associazioni, organizzazioni, movimenti e campagne che in vista del prossimo vertice sul clima di New York hanno aderito all’appello lanciato dal World Social Forum Climate: “Ci rivolgiamo a tutti i movimenti sociali, le organizzazioni di base e i movimenti ambientalisti e per la giustizia climatica perché aderiscano a questo documento e si uniscano a noi in questo appello alla mobilitazione: le multinazionali non mettano le mani sul summit”.

I movimenti sociali firmatari di questo appello, che tutti assieme rappresentano più di 200 milioni di persone nel mondo, denunciamo una vera e propria occupazione da parte delle multinazionali delle Nazioni Unite e del processo negoziale sul clima, e chiedono subito un cambiamento profondo. “Il mutamento climatico è il risultato di un sistema economico ingiusto e per superare la crisi dobbiamo attaccare le radici che lo causano, cambiando sistema di produzione e consumo. Non si potrà tornare indietro dal caos climatico se non facciamo nulla per affrontare e sfidare l’inazione dei nostri Governi, le cui politiche sono spesso condizionate dalle multinazionali e dalle imprese inquinanti”. Per molte di queste associazioni la sfida più urgente è legata all’attività delle grandi multinazionali che sussumono l’agenda climatica per sviluppare nuove opportunità di affari e avvantaggiarsi della crisi. “In risposta, dobbiamo lanciare un messaggio forte e chiaro alle grandi imprese e dire basta allo sfruttamento della tragedia del cambiamento climatico”.

Più specificamente, le associazioni chiedono alle Nazioni Unite di resistere alla soluzione del “capitale riverniciato di verde”, rifiutando la mercificazione, finanziarizzazione e privatizzazione del clima “che pone un prezzo alla natura e crea nuovi mercati di prodotti derivati che non faranno altro che aumentare le ineguaglianze e velocizzare la distruzione della terra”. Ciò significa dire no al REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation), alla Climate-Smart Agriculture, alla Sustainable Energy for All Initiative, alla compensazione della biodiversità e a tutti quei meccanismi progettati soprattutto per creare nuove opportunità di profitto per le multinazionali. L’appello chiede un passo indietro anche nel campo delle nuove soluzioni tecnologiche “come il geo-engineering, gli organismi transgenici, gli agrocarburanti, la bioenergia industrial, la biologia sintetica, le nanotecnologie, il fracking, i progetti nucleari, la produzione di energie con la termovalorizzazione” e a tutti quei progetti che necessitano di megainfrastrutture “che non portano benefici alla popolazione e sono produttori netti di gas climalteranti” (come le mega dighe, solo per fare l’esempio più clamoroso). Infine si legge sull’appello “occorre rivedere i regimi di libero scambio e di investimento che promuovono il commercio per favorire profitti tagliando posti di lavoro locali, distruggendo la natura e riducendo sostanzialmente la capacità dei Paesi di definire le loro priorità economiche, sociali e ambientali”.

Ma il popolo “dell’altro clima possibile” non si è limitato a questo appello e sta organizzando per domenica 21 settembre la più grande marcia della storia in difesa dell’ambiente quando centinaia di migliaia di persone dovrebbero scendere in strada a New York, Londra, Berlino, Parigi, Nuova Delhi, Rio de Janeiro, Melbourne e altre città nel mondo per chiedere alle autorità di tutti i Paesi di agire contro il riscaldamento globale.
 Ricken Patel, direttore esecutivo della campagna digitale di Avaaz, uno dei gruppi organizzatori della marcia, ha detto di aspettarsi “più di 100.000 persone solo a New York, mentre quasi 400.000 persone hanno già scritto sul sito di Avaaz che parteciperanno a uno degli eventi in programma nel mondo”. E se il palazzo per una volta gettasse l’orecchio alla piazza forse al vertice di New York si potrebbe riuscire a mettere le basi per arrivare alla Conferenza di Parigi del 2015  ad un accordo globale sul clima che entri in vigore nel 2020 e riaffermi l’obiettivo di giungere a limitare l’innalzamento della temperatura a +2 gradi. 

Un obiettivo certamente ambizioso, ma doveroso e che per Jeremy Brecher, scrittore e storico americano, molto attivo e conosciuto negli Stati Uniti per le sue “crociate” ambientaliste, può dare il la ad una vera e propria rivoluzione, riunendo in un unico fronte tutti i movimenti, anche di natura diversa, che possono avere a cuore la preservazione del pianeta. “Se il problema è globale, serve una soluzione globale. La marcia - ha spiegato Brecher -  dev’essere solo il primo passo, per farci conoscere, per cancellare l’immagine distorta che la gente ha degli ambientalisti”. Per lo studioso americano, presto nascerà una grande coalizione a difesa dell’ambiente “perché chiunque abbia a cuore la salute del pianeta non potrà non partecipare. La nostra battaglia è la battaglia di tutti”.

Alessandro Graziadei

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