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Nawang, con un paese nel cuore

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La danza Gumpa durante la festa del Losar - Foto da Wikipedia

Nawang è un uomo tranquillo, non particolarmente loquace, ma molto disponibile e gentile. Il suo sangue è tibetano, ma è nato in India dove ha vissuto per ben 37 anni prima di salire su un aereo per l’Italia alla ricerca di lavoro. Il suo italiano è un po’ stentato, ma riesce comunque a farsi ben capire e ad esprimere il suo amore per una patria che non ha mai visto.

“Io sono d’origine tibetana, ma non ho mai visto il mio paese, perché non appena la Cina ha invaso le nostre terre, mia madre e mio padre hanno deciso di trasferissi in India. Io, infatti, sono nato lì e, durante tutta la mia permanenza in questo paese, ho vissuto in una cittadina del sud assieme ai miei genitori e ai miei fratelli.

Ricordo di essere andato a scuola per un breve periodo, ma solo per cinque anni, perché c’era la necessità di lavorare. E così durante la bella stagione ho sempre lavorato nei campi, mentre durante l’inverno ero occupato nel settore tessile, lavoravo la lana.

All’età di 37 anni, nel 2004, invece, sono emigrato e sono venuto in Italia. Sono entrato in questo paese grazie all’asilo politico essendo io un tibetano, ma il mio obiettivo era cercare lavoro. Il viaggio dall’India verso l’Europa l’ho fatto da solo; ma mia moglie, anche lei di origine tibetana, era venuta a stare in Italia già un anno prima, nel 2003. Il problema è che per un po’ abbiamo vissuto in città diverse e solo in un secondo momento ci siamo ricongiunti.

Ora, però, a distanza di molti anni, tutta la mia famiglia è qui e non c’è più niente che mi manca. I miei figli sono atterrati in Italia nove mesi fa. Sono quattro: il più grande ha 18 anni, il secondo 17, il terzo 13, e il più piccolo 11 ed ora vanno tutti a scuola. Pensa, parlano l’italiano molto meglio di me, nonostante io sia qui già da sei anni. Loro conoscono molto bene pure l’inglese, poiché in India la lingua ufficiale utilizzata nelle scuole è l’inglese, e l’indi e ora stanno iniziando a studiare anche il tedesco. Il più piccolo dei quattro, infatti, è ora in Germania con la scuola; è in gita con tutti i suoi compagni di classe e sta in una località vicino a Monaco. Si starà sicuramente divertendo!

Anche uno dei miei fratelli vive in Italia e così pure uno zio, ma ci siamo stabiliti tutti in regioni differenti; tuttavia ci teniamo in contatto.

Attualmente lavoro come giardiniere. È un lavoro che mi piace, posso stare all’aria aperta, ma chiaramente l’inverno c’è molto meno lavoro e quindi talvolta si rimane a casa. Mia moglie invece lavora come domestica in un’altra città e quindi è costretta a fare la pendolare ed è a casa soltanto nel fine settimana. Lei, a differenza mia, è una chiacchierona e sa molto bene l’italiano. Io invece sono molto più silenzioso, preferisco fare piuttosto che parlare.”

Come si trova in Italia?
“A me piace stare qui, sono contento, e non ho particolare nostalgia dell’India. Ma il problema maggiore per me è l’italiano. Lo capisco bene, ma ho grosse difficoltà nel comunicare: ci sono così tante parole e la grammatica è così complessa. Comunque sia la vostra lingua l’ho imparata da solo, da autodidatta e guardando la televisione. Ma penso che un giorno mi iscriverò ad un corso serale di conversazione, così da essere obbligato a sforzarmi e fare dei progressi. Anche a scrivere ho delle difficoltà, dovrò migliorare anche da questo punto di vista. Anche ai miei figli non manca l’India, sono semplicemente felici di essere qui con i propri genitori e di questo non posso che essere grato.”

E cosa ricorda dell’India?
“Quello che ricordo dell’India è la qualità della vita e il problema della mancanza di lavoro. Credo che la crisi economica che ha colpito l’intero pianeta in questi ultimi anni si sia fatta sentire molto più là che non qui. Per come la ricordo io, la vita in India è molto, molto dura, ma conservo comunque dei bei ricordi. È anche un paese molto interessante: particolare, mistico e spirituale.

L’ultima volta che sono tornato in India a far visita ai miei genitori, i quali lavorano ancora nei campi e ai quali spedisco anche dei soldi per poter vivere meglio, è stato nel 2008, ma forse ci torno anche quest’anno, ma è ancora tutto da decidere.”

E cosa la lega ancora al Tibet?
“È il mio sangue. Ma io non posso entrare in Tibet e anche i miei genitori hanno sempre preferito non raccontare tanto, a me e ai miei fratelli, della nostra terra. La situazione è molto delicata e per questo spesso si preferisce tacere.

Il Tibet è conosciuto anche per essere la patria del buddismo ed è il luogo in cui sorgono i famosi monasteri-fortezza in cui vivono e pregano i monaci buddisti. Anche io sono buddista, una religione molto spirituale e piena di pratiche particolari agli occhi degli occidentali. Ad esempio si entra nei luoghi sacri per pregare scalzi, senza indossare le scarpe. La ruota di preghiera, invece, è un mezzo per recitare il mantra facendola girare numerose volte in senso orario; mentre le bandiere di preghiera, uno dei simboli del nostro paese nel mondo, permettono di affidare i buoni propositi e i messaggi di pace delle persone al vento. Sono molto d’effetto, ma è il loro significato ad essere importante.

Una festa molto significativa per tutti noi tibetani è il Losar, la festa del nuovo anno buddista secondo il calendario tibetano. Si festeggia in febbraio, in coincidenza con il primo mese lunare, e nell’antichità si celebrava per imbonirsi gli spiriti protettori della terra.”

E il tuo futuro?
“Non mi manca l’India e non è nei miei progetti tornarci. Voglio rimanere qua con la mia famiglia; l’importante è stare tutti assieme. Un desiderio però ce l’ho: spero un giorno di poter visitare la mia terra, di poter vedere con i miei occhi il Tibet. Sono tibetano, ma non ho mai messo piede nel mio paese. Ora ho 44 anni, non so ancora quanto vivrò, ma la speranza è l’ultima a morire.”

Veronica De Pedri in collaborazione con Aesse

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