Mosca: più diplomazia, meno espulsioni

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Foto: F. Pipinato ®

Ci aveva provato prima Napoleone e poi Hitler. Ora la Nato – che considera la Russia come una media potenza – si è insediata, non rispettando i patti, in quasi tutti i paesi un tempo al di là della cortina di ferro. Ma nulla. Mosca è invincibile.

Attraversandola a piedi o raggiungendo i diversi quartieri con l'efficientissima metrò (Uber gli fa un baffo) Mosca è un cantiere a cielo aperto. I martelli penumatici scandiscono il ritmo a squadre di operai che lavorano H24, 7su7. Stakhanov è resuscitato. Forse non è mai morto. Progressi misurabili a vista d'occhio non solo nelle numerose arene che ospiteranno i prossimi Mondiali di calcio 2018 ma in ogni dove: marciapiedi, ciclabili, strade ad otto corsie, argini, piazze, ferrovie, aeroporti. Peccato che nelle retrovie si nascondano ancora baracche e povertà di un sottoproletariato urbano vittima di disuguaglianze non certo superate. Ci si chiede se John Maynard Keynes (colui che teorizzò l'ingente investimento pubblico per oltrepassare la crisi del '29) non abiti in realtà a Mosca.

E per farlo lo zar Vladimir rischiò tutto. Compresa la bancarotta. Fu infatti Standard & Poors nel 2013 a scommettere sul crack finanziario di Mosca che rispose, oggi, con il pieno pagamento del debito estero dell'URSS al club di Parigi (un gruppo informale di organizzazioni finanziarie dei 22 paesi più ricchi del mondo per la rinegoziazione del debito). V'è una dimostrazione di potere maggiore di questa? Hanno ancora senso di esistere le agenzie di rating? Ma la Russia risponde alle provocazioni esogene con imprese ben più ampie dei mondiali come il Ponte Russia Crimea: lungo 20 km (5 volte quello da sempre ipotizzato e mai realizzato di Messina) e 4 mld di euro. Oppure, giusto per non essere d'accordo con l'antistorica richiesta della Polonia di abbattere tutte le statue costruite ai tempi dei soviet, con l'erezione del monumento a Mikhail Kalashnikov, l'inventore del noto fucile mitragliatore AK-47, che, nei paesi poveri ha fatto vere e proprie stragi. La grandeur – inevitabilmente condita di militarismo – si è trasferita al Cremlino.

Anche tutti i tentativi di marginalizzare la Russia nel contesto economico internazionale male orchestrati dagli Stati Uniti, dal TTIP al TTP, sono stati colpiti e affondati. Insomma, la capitale economica e politica del vecchio impero sovietico non ha occhi che per il suo avvenire.

Alle prese con il suo rinnovamento dal 1991, essa sembra, oggi, andare più veloce del tempo! Il centro storico cede il posto alle gru, le cupole d’oro dei monasteri brillano, segno evidente e accecante di una ritrovata “sinfonia” tra potere e patriarcato ortodosso: la terza Roma è ritornata. E non vuole rivali (vedi la persecuzione contro i Testimoni di Geova, applaudita da Kirill). Ecco mille colori sotto le torri vertiginose di vetro e acciaio, le 4x4 dei nuovi ricchi ignorano le vecchie jigouli, le dacie diventano delle vere e proprie cittadelle attorniate da immensi parchi e vetrine sempre nuove sorgono ogni giorno fuori le stazioni dei metrò (ce ne sono 200 ma tra un paio d'anni saranno 270).

L’energia sprigionata dalle fontane che sgorgano ovunque è incredibile. Invincibile. La capitale del “vecchio impero del male” si pone tra tradizione e mutamento, tra le statue di Lenin ed un pullulare di gallerie di arte moderna. Il popolo russo, per dirla con Piero Ostellino, “è stato derubato due volte: dalle nazionalizzazioni sovietiche, prima; dalle privatizzazioni post-sovietiche, dopo. Non ha prodotto democrazia, come si erano illusi i professorini di Harvard, ma anarchia sociale ed economica e un autocrate politico, ex Kgb”, capace di tener ordine nel caos con un consenso personale senza precedenti. Nonostante i numerosi dossier scritti da ong di mezzo mondo su violenze e corruzione.

V'è un solo modo solo per rinvigorire l'orso moscovita: è minacciarlo, boicottarlo, accerchiarlo: lui reagisce. Il popolo russo bruciò le proprie fattorie sia nel 1812 (Napoleone) che nel 1941 (operazione Barbarossa) pur di non far avanzare chi vorrebbe conquistarlo. Figuratevi cosa se ne fa dei trascorsi moniti di Obama o dei boycott della Mogherini. Forse dovrebbero, quest'ultimi ma molti altri, fare un pò i conti con la storia. Che è sempre sia collettiva che personale. Avrebbero fatto meno errori in Ucraina (ove nacque l'identità russa, ma anche dove la politica staliniana, dopo aver massacrato i contadini, li sterminò con la fame sopravvenuta) e in Siria (da secoli alleati fedeli di Mosca). Ma anche avrebbero conosciuto meglio il rivale. Putin nacque a Leningrado, l’odierna San Pietroburgo, quand' era ancora un cumulo di macerie. È la città che ha subìto il più orrendo assedio della Seconda Guerra mondiale, novecento giorni di morte in cui hanno perso la vita un milione di cittadini. I genitori di Putin erano due sopravvissuti all’assedio: mescolavano segatura a farina per aver qualcosa da mettere sotto i denti. Il padre fu gravemente ferito in battaglia e la madre rischiò di morire per denutrizione. Entrambi riportano danni fisici permanenti ma la ferita più grave è la morte di Viktor, il loro figlio di nove anni, fratello che Vladimir non ha mai conosciuto.

Nella sua infanzia c’è il racconto un po’ agiografico delle gesta del padre, Vladimir Spiridonovicˇ Putin, che da fuciliere volontario dell’86esimo battaglione d’assalto dell’Armata rossa, un’unità di élite appartenente all’Nkvd, aveva operato una serie di rischiosi sabotaggi dietro le linee tedesche. Durante una ritirata, Putin padre si era dovuto nascondere per ore in uno stagno, tutto immerso nell’acqua, respirando con una cannula, per evitare di essere catturato da una pattuglia della Wehrmacht. Sopravvisse a tutto ciò.

Insomma, il popolo russo, Mosca, Putin sono abituati agli assedi, agli accerchiamenti e se vogliamo tessere buone relazioni per la pace dobbiamo fare l'esatto opposto di ciò che l’occidente ha fatto finora.  

Fabio Pipinato

Sono un fisioterapista laureato in scienze politiche. Ho cooperato in Rwanda e Kenya. Rientrato ho curato la segreteria organizzativa dell'Unip di Rovereto. Come primo direttore di Unimondo ho seguito la comunicazione della campagna Sdebitarsi e coniato il marchio “World Social Forum”. Già presidente di Mandacarù sono oggi presidente di Ipsia del trentino (Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli) e CTA Trentino (Centro Turistico Acli) e nel direttivo di ATAS. Curo relazioni e piante. 

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