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Mondo arabo: rivoluzioni di “felicità”

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Il Cairo: donne in festa a Tahrir Square - Foto: ©La Stampa

Moltissimi commentatori hanno cercato di comprendere le ragioni di fondo che hanno portato alla rivolta generalizzata del mondo arabo, un evento che segnerà sicuramente tutto il prossimo decennio. Ogni analista sottolinea un aspetto diverso che ha svolto la funzione di molla decisiva per la rivoluzione: la crisi economica con l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità; la diffusione delle nuove tecnologie e dei social network in grado di aggirare ogni tipo di censura; l’agonia di regimi pluridecennali ormai arrivati alla soglia di un quasi fisiologico tracollo; la spinta dei giovani che vogliono essere, come i loro coetanei nel mondo, desiderosi di democrazia, diritti e libertà.

Sicuramente la situazione economica ha fatto da detonatore per lo scoppio della rivolta. A livello globale, prima la FAO poi la Banca mondiale, hanno lanciato l’allarme per l’aumento dei prezzi del cibo, arrivati quasi al record del 2008. Il rapporto Food Price Watch offre dati impressionanti: per fare due soli esempi nell’ultimo triennio lo zucchero è aumentato di 4 volte, mentre i cereali di quasi 3.

Guardando più da vicino la realtà del mondo arabo, in particolare dell’Egitto, si capisce il contesto in cui è nata la rivoluzione: il 42% degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno (quindi sotto la soglia di povertà assoluta), il 30% è analfabeta e circa il 38% del reddito è utilizzato per acquistare generi di prima necessità.

Secondo lo storico e economista libanese Georges Corm, “i regimi autoritari o francamente dittatoriali installati in certi Paesi, e non soltanto nel mondo arabo, appoggiandosi su reti di interessi economici e finanziari “talvolta evidenti, talvolta occulti”, dove multinazionali e oligarchie fanno fortuna in simbiosi spesso con i regimi al governo, saccheggiando le risorse nazionali, e dimenticandosi totalmente delle generazioni seguenti. Senza la creazione adeguata di impiego, le economie di questi Paesi non possono soddisfare il mercato del lavoro nel quale si rovesciano, ogni anno, decine o centinaia di migliaia di giovani – di cui molti diplomati – ridotti in gran parte alla disoccupazione, all’emigrazione o alla miseria.”

Ed è proprio questo meccanismo ad avere acceso la fiamma decisiva: la mancanza di redistribuzione della ricchezza, l’endemico alto tasso di disoccupazione (in Libia del 30%, nello Yemen del 35%), la corruzione di regimi che si arricchiscono mediante accordi con governi e multinazionali stranieri svendendo il paese. La miseria generalizzata insieme alla repressione di regimi autoritari che presumevano di riuscire a controllare tutto, sono i due elementi chiave per capire la sollevazione: Mohamed Bouaziz (il ventiseienne tunisino morto il 4 gennaio dopo essersi dato fuoco per protesta il 17 dicembre dando il via alle dimostrazioni contro il dittatore Ben Ali) era sì diplomato ma, non trovando altro impiego, faceva il venditore ambulante di verdura, da anni vessato dall’autorità. Il giovane aveva capito che in quelle condizioni il suo futuro semplicemente non esisteva.

Per questo forse le ragioni di quello che è stato chiamato l’89 arabo vanno ricercate in un esistenziale desiderio di futuro e di felicità, prima ancora che nelle rivendicazioni “politiche” di libertà e democrazia o nelle istanze sociali di “pane e lavoro”. Le sollevazioni, alcune dall’esito incerto e molto cruento, sono state una sorpresa per tutti, anche per gli stessi protagonisti. Nel 2004 il giornalista libanese di religione greco-ortodossa Samir Kassir (ucciso l’anno dopo in un attentato a causa delle sue posizioni democratiche) scriveva un piccolo libro intitolato “l’infelicità araba”. In esso l’autore individuava in categorie psicologico-esistenziali (infelicità, malessere, sfiducia, orgoglio ferito…) il nucleo di un mondo arabo soggiogato e privo di speranza. Così si legge in un passaggio: “L’impotenza è oggi, innegabilmente, la cifra dell’infelicità araba. Impotenza a essere ciò che si ritiene dover essere. Impotenza ad agire per affermar la propria volontà di esistere, se non altro come possibilità di fronte all’Altro che ti nega, ti disprezza e adesso nuovamente ti domina.” (Samir Kassir, L’infelicità araba, 2004).

Ora invece sembra giunto il tempo del riscatto. Quello del “diritto alla felicità” è un sorprendente e discusso principio presente nella Costituzione degli Stati Uniti, un simbolo dell’individualismo americano ma anche dell’ideale di uno Stato capace di immettere nel cuore dei suoi concittadini il sogno di una vita prospera e felice, perché compiuta e libera. La gioia nei volti dei giovani di piazza Tharir al Cairo, alla notizia della fine del regime di Mubarak, testimonia una rinnovata voglia di futuro. La rivoluzione egiziana di cui ignoriamo gli esiti politici definitivi (in fondo adesso governa l’esercito…) ha però dimostrato caratteristiche del tutto nuove, come descritto egregiamente sul quotidiano Al Hayat, condensate in un sogno possibile di felicità. Ed è questo il messaggio più bello e positivo che viene dalle piazze arabe.

Piergiorgio Cattani

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