Moltiplicare gli aiuti in Africa. Soprattutto quelli privati

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Danilo Salerno direttore di  Coopermondo-Confcooperative - Foto: Twitter.com

«Il tessuto della cooperazione, le relazioni tra diversi paesi e diversi continenti, il ruolo di imprese che uniscono alla loro attività economica una responsabilità sociale, stabilità, dialogo, libero commercio, rapporti multilaterali. È questo il mondo che l’Italia ha in mente e che non vogliamo lasciarci scippare da chi parla di protezionismo e di chiusura delle frontiere». Con queste parole il primo ministro Paolo Gentiloni ha chiuso la seconda giornata dei lavori di “Coopera”, la Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo tenutasi all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 24 e 25 gennaio.  

Una manifestazione che ha permesso agli oltre 3mila partecipanti arrivati nella capitale per questo appuntamento di tastare il polso della cooperazione italiana. A due anni dall’entrata in vigore della legge n. 125 che ha riformato il settore, per l’Italia che guarda oltre i propri confini sono tante le sfide da affrontare. E buona parte di queste sfide si decideranno in Africa, come ha avuto modo di sottolineare anche il premier. «In Italia - ha spiegato - molti usano l’espressione "aiutiamoli a casa loro". È un’espressione che spesso, però, copre un atteggiamento di chiusura. Non è questa l’impostazione che deve darsi un grande paese come il nostro. Dobbiamo moltiplicare i nostri aiuti destinati all’Africa e, in generale, ai paesi che hanno bisogno del nostro contributo. Per farlo ci vorranno anni, forse decenni. Dall’Africa arriva la domanda di infrastrutture, di elettrificazione, di strade, dighe, grandi costruzioni. Ma questi grandi progetti non basteranno se non andranno di pari passo con la valorizzazione delle risorse delle comunità locali: serve accrescere l’empowerment femminile, aumentare i livelli di sanità e istruzione, costruire occasioni di lavoro e speranza per i giovani. Non basta far arrivare quattrini, bisogna mettere l’Africa nelle condizioni di crescere con le proprie forze».

I progressi dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo

Il mondo della cooperazione italiana è pronto a fare la propria parte. I suoi numeri e le risorse a sua disposizione sono cresciuti in modo rilevante negli ultimi anni. L’Agenzia italiana della cooperazione allo sviluppo (AICS) è una realtà in espansione. Ha 20 sedi nel mondo, sta creando nuove opportunità di impiego per i giovani e a febbraio lancerà un bando per selezionare 60 funzionari. I progetti avviati finora sono stati mille, buona parte dei quali vedono protagoniste associazioni, organizzazioni della società civile e imprese private. L’implementazione del rapporto con quest’ultime è stato favorito dal nuovo ruolo assegnato con la riforma a Cassa depositi e prestiti, che negli ultimi due anni ha finanziato interventi nel settore privato per la cooperazione pari a circa 800 milioni di euro, 550 dei quali destinati all’Africa subsahariana. «La vera novità delle legge n. 125 - ha affermato la direttrice di AICS Laura Frigenti - è di definire la cooperazione come un rapporto tra un sistema di attori con un altro sistema di attori che si trova in un altro paese che si vuole raggiungere. Noi siamo la cerniera e dobbiamo fare in modo che questi interessi in comune convergano e producano l’impatto che vogliamo».

Il ruolo del settore privato

Danilo Salerno, direttore di Coopermondo-Confcooperative, ha tracciato la road map da seguire per dare continuità a quanto di buon fatto negli ultimi anni. «La legge del 2014 - ha dichiarato - ha tracciato un solco e si è creata una terra di mezzo che ha ridotto lo spazio tra profit e non profit. Adesso c’è bisogno di fiducia reciproca e di una piattaforma in cui condividere esperienze e competenze e creare delle partnership. Si sta parlando di quarto settore, ovvero passare dai bandi per tipologie dei soggetti ai bandi tematici in cui diversi soggetti - fondazioni, imprese, università, centri di ricerca - si uniscono e creano delle collaborazioni. Così facendo si può generare occupazione di qualità, lavoro dignitoso e muovere l’indotto per migliorare il welfare locale”.

Secondo Camilla Cionini Visani, direttrice dell’area affari internazionali di Confindustria, «le piccole e medie imprese italiane hanno una grande voglia di andare in Africa e lavorare sui mercati africani. Ma occorre investire sulla formazione tecnica e manageriale, finanziare le start up del posto, valorizzare i migranti africani che arrivano in Europa, allungare le filiere locali passando dalla produzione alla trasformazione delle materie prime». Cooperazione e privato vanno di pari passo non solo in Italia ma anche in Europa, come dimostra l’approvazione di un piano per gli investimenti esterni per l’Africa subsahariana e per i paesi del Vicinato. L’obiettivo è attirare fondi da parte dei privati, delle istituzioni finanziarie bilaterali e della BEI (Banca Europea per gli Investimenti) per combattere la povertà ma non con interventi spot, bensì attraverso investimenti imprenditoriali responsabili e sostenibili.

«Riconosciamo il ruolo positivo che le imprese possono giocare per lo sradicamento della povertà - ha dichiarato il viceministro degli esteri Mario Giro nel manifesto presentato a conclusione della conferenza -. Alcune aziende italiane sono oggi all’avanguardia per la sostenibilità dei loro investimenti in ricerca ed innovazione sui temi ambientali e sociali, per l’utilizzo di materiali e tecnologie estremamente avanzate. Possono svolgere una funzione essenziale nel trasferimento di conoscenze e tecnologie verso i paesi meno avanzati, garantendo continuità, crescita economica e inclusione sociale, nel rispetto degli standard globali di lavoro dignitoso. Dobbiamo promuovere nella cultura aziendale del nostro paese il modello d’impresa inclusivo e socialmente responsabile».

L’Africa deve fare la sua parte 

Perché ci sia gioco di squadra, la palla non può restare però solamente nella metà campo dell’Italia e dell’Europa. I mali dell’Africa si affronteranno in modo efficace solo se l’Africa verrà aiutata a fare la sua parte: vale per la gestione dei flussi migratori, per i cambiamenti climatici, per far sì che la sua crescita economica prevista per i prossimi anni sia un beneficio per tanti e non per pochi. L’Italia in questo passaggio cruciale può avere un ruolo decisivo. Lo ha detto Mariam Yussuf, responsabile del governo somalo per le politiche su immigrazione e infanzia, madre di due bambine cittadine italiane e con un marito perso nell’attentato compiuto da al-Shabaab in un centro commerciale di Nairobi nel settembre del 2013. «Vogliamo più presenza dell’Italia in Somalia - ha detto - Parliamo italiano, abbiamo studiato italiano e pensiamo in italiano. C’è un rapporto di fratellanza tra i nostri popoli. Nell’ottobre scorso a Mogadiscio 700 persone sono state uccise in un attentato terroristico. È da questo che fuggono i somali e gli africani. Loro distruggono e noi ricostruiamo. Una Somalia stabile vuol dire un Corno d’Africa stabile». Ma perché ciò avvenga serve che le due sponde del Mediterraneo si avvicinino ancora di più. È questa una delle grandi imprese che la cooperazione italiana dovrà inseguire. 

Rocco Bellantone da Nigrizia.it

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