Migranti: la nostra “malaccoglienza” in 6 punti

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Come vengono accolte tutte quelle persone che, dopo un viaggio allucinante per terra e per mare, riescono ad approdare nel nostro paese? Chi decide chi resta e chi invece deve tornarsene da dov’è venuto? E in base a quali leggi e principi? Le risposte a queste domande offrono in realtà un quadro desolante del sistema di accoglienza italiano, fatto di sistematiche violazioni dei più elementari diritti umani, procedure opache e illegittime, incuria e speculazioni sulla pelle dei profughi e degli immigrati.

A ribadirlo, tre report usciti a brevissima distanza l’uno dall’altro: il Rapporto sui centri di identificazione ed espulsione della Commissione diritti umani del Senato presentato a Roma il 21 febbraio; il report “Accogliere: la vera emergenza”, ad opera della campagna LasciateCIEntrare e quello realizzato in collaborazione con Cittadinanzattiva e Libera, dal titolo “InCAStrati”, presentati entrambi il 25 febbraio presso la sede della Federazione nazionale della stampa.

1- I giornalisti e la società civile non hanno libero accesso ai centri.

Tra gennaio 2015 e dicembre 2015, LasciateCIEntrare e le associazioni partner hanno visitato 50 Cas, 7 Cara, 7 Cie, 2 Cpsa, 6 centri informali, 4 Sprar, divisi tra Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Piemonte, Lazio, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Sardegna. I dati e le testimonianze raccolte, però, sarebbero solo “la punta di un iceberg”, a causa della difficoltà di accesso a questi centri.  La campagna stessa LasciateCIEntrare era partita nel 2011 come mobilitazione contro la circolare 1305 dell'ex ministro dell'Interno Maroni, che vietava alla stampa e alla società civile di entrare nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione che fungevano anche da centri di detenzione amministrativa. Ebbene, ad oggi le cose non sono cambiate e, se non arrivano le autorizzazioni, giornalisti e attivisti sono costretti ad appoggiarsi a un parlamentare. “Dobbiamo fingere di essere loro collaboratori – spiegano – è così da sempre”.

2- Gli hot spot sono privi di base legale

Un punto di forte interesse per le indagini sono stati gli hot spot, l’ultima “novità” in fatto di centri per i migranti nel nostro paese. Fortemente voluti dall’Europa e costituiti con una Road map italiana e con una semplice circolare del Ministero dell’Interno, la loro funzione dovrebbe essere quella di identificazione e smistamento dei nuovi arrivati sulla base della suddivisione tra titolari di protezione e ricollocamento in altri paesi europei, e i “migranti economici”, ovvero da rimpatriare subito. Dei sei previsti, al momento sono in funzione quelli di Lampedusa, Pozzallo e Trapani, e dovrebbero ospitare i profughi solo per il periodo necessario alla loro identificazione. Le cose si complicano quando queste persone rifiutano di farsi identificare attraverso le impronte digitali (l’uso della forza in questi casi è vietato). Come già accaduto, si viene trattenuti nel centro per settimane, senza la necessaria convalida del giudice. La natura giuridica degli hot spot risulta perciò un ibrido poco chiaro: “Continuano a essere centri di prima accoglienza o diventano di fatto dei Cie, unica tipologia di strutture dove si è trattenuti in seguito a convalida del giudice, e da cui non ci si può allontanare?» si chiede la commissione del Senato. “La verità – spiega Alessandra Ballerini di Terres des Hommes– è che non c’è una legge che preveda che queste persone possono essere rinchiuse, e se ci fosse sarebbe comunque incostituzionale”.

3- Le procedure di selezione e respingimento sono opache e irregolari

Ma come avviene questa separazione tra i potenziali rifugiati e i migranti economici? Le associazioni parlano di un “foglio-notizie”: una paginetta da compilare, in cui la parte cruciale è quella in cui bisogna esprimere le motivazioni dell’arrivo in Italia. Peccato che, spesso e volentieri, venga distribuita agli immigrati dalla polizia di frontiera in assenza di mediatori e interpreti, o nessuno che tenga conto delle loro condizioni fisiche e mentali dopo quel viaggio estenuante. Niente di strano che molti vengano infine bollati come “migranti economici” prima ancora di aver potuto formalizzare la domanda di protezione internazionale. Nei report si parla anche di respingimenti collettivi, spesso sulla base della sola nazionalità, nonostante siano contrari alle norme europee e l’Italia sia stata già condannata dalla Corte europea dei diritti umani.

4- Anche negli hot spot le condizioni sono lesive della dignità umana

Vengono descritti come sovraffollati, sporchi, carenti dei servizi essenziali. L’hot spot di Lampedusa in particolare è dotato di un buco nella rete, l’unico elemento costante dopo le diverse ricostruzioni e smantellamenti del centro. Il buco, infatti, ha una funzione essenziale: quando il sovraffollamento diventa insostenibile (la capienza è di 381 persone ma ce ne sono state anche 1500), funge da sfiatatoio. “I reclusi fuggono verso la via centrale di Lampedusa dove da anni i lampedusani lasciano il caffè, o il panino pagato, e dove di sera avviene lo scambio clandestino di oggetti di conforto, vestiti, coperte, che dovrebbero essere distribuiti dentro il centro”.  Nonostante questa fuoriuscita nei momenti più critici, le condizioni del centro restano comunque precarie: gli attivisti parlano di materassini di gommapiuma grezza, di persone che “evidentemente pativano il freddo”, di scarsa igiene personale (nel centro di Lampedusa l’acqua è salata), con un solo medico e un infermiere ad effettuare turni h24. Stesso schema è stato riscontrato a Pozzallo.

5- Le ricollocazioni sono un’utopia e il diritto di asilo non è garantito

Eppure questi centri sono dotati dei macchinari più sofisticati per identificare queste persone e inserire le informazioni nelle banche dati nazionali e europee. Se ne occupa la polizia scientifica con Frontex, ma dentro è presente anche l’Easo (l’Ufficio europeo di sostegno per l'asilo) che insieme all’Unhcr dovrebbe convincere i migranti ad aderire alle famose ricollocazioni (in genere facendo vedere loro un video). “Peccato che non si sia in grado di dir loro i tempi e soprattutto dove verranno ricollocati. Quindi non si sa bene a cosa aderiscano” spiega ancora Ballerini. Inoltre, nonostante la presenza delle ong, sembra essere quasi impossibile per queste persone formalizzare la propria domanda d’asilo. “Nell’ipotesi in cui qualcuno le abbia informate della possibilità, e non è scontato, lo esprimono oralmente ma questa volontà non viene registrata nell’unico modo ufficiale previsto, cioè i moduli C3, che a quanto pare mancano sempre”. Il risultato è che, una volta fuori dal centro, molti non vengono considerati richiedenti asilo ma “irregolari” e come tali colpiti dal decreto di respingimento. Quasi nessuno, però, può far ritorno a casa da solo. Come spiega anche il rapporto della commissione Senato: “Di fatto, sono destinati a rimanere irregolarmente nel territorio italiano e a vivere e lavorare illegalmente, in condizioni estremamente precarie”.

6- L’accoglienza ha a che fare più col business che con i diritti

Coloro che finiscono nei Cas non sono più fortunati. Si tratta di centri di accoglienza “straordinari”, in genere hotel, cascine, ristoranti (si segnalano anche pizzerie) che vengono riconvertiti in strutture in cui ospitare i profughi e i richiedenti asilo. Secondo il ministero dell’Interno ce ne sono 3.090 ad ospitare circa 71 mila persone, ovvero il 72 per cento totale delle presenze che ammontano a 98.632. Strutture di emergenza? Tutt’altro. Nel rapporto InCAStrati viene descritto un sistema ibrido di accoglienza in cui i Cas, di cui non esiste un elenco pubblico, rappresenterebbero la regola e non l’eccezione. “E’ un sistema pieno di opacità, difficile da controllare, che produce speculazioni di privati che s’improvvisano gestori per avere accesso ai fondi, con il costante pericolo delle infiltrazioni criminali – spiega Laura Liberto di Cittadinanzattiva – Qui i servizi erogati alle persone sono l’ultima delle preoccupazioni.” I racconti sono da brividi: dalla mancanza di mediatori alla scarsa distribuzione di cibo e acqua. E ancora: carenza di igiene, assistenza sanitaria scarsa o nulla, e perfino la presenza (illegale) di bambini insieme agli adulti, ammassati in stanze sporche e locali sovraffollati. “Molti centri sono allestiti in zone periferiche, in cui regnano spaccio e prostituzione – precisa Yasmine Accardo, referente territoriale di LasciateCientrare – E’ così che molti immigrati finiscono nelle maglie del caporalato e della criminalità”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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