Migranti eritrei: se “casa” significa l’inferno

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Un manifestante in Piazza a Montecitorio – Foto: Toro

Frasi come “rimandiamoli a casa”, “aiutiamoli nel loro paese”, sono spesso pronunciate senza conoscere la reale situazione da cui migliaia di migranti fuggono ogni giorno, fino a rischiare la vita in terra e in mare per entrare nella tanto agognata Europa.

Ed è anche per questo che, il 25 ottobre 2013, un migliaio di immigrati eritrei si sono riuniti di fronte a Montecitorio dove, intorno a una bara di cartone e numerosi cartelloni e bandiere, hanno celebrato un commovente funerale interreligioso per le vittime del naufragio del 3 ottobre lungo le coste di Lampedusa, in cui hanno perso la vita in una volta sola più di 360 migranti, in maggioranza somali ed eritrei. Oltre al lutto però, c’era anche la condanna e tanta rabbia di fronte a una politica dei respingimenti italiana ed europea che, oltre a non essere mai stata un deterrente per questi “viaggi della speranza”, mette tutti in un solo calderone, rispedendo spesso e volentieri nel proprio paese anche chi per legge avrebbe diritto a ottenere lo status di rifugiato perché “a casa propria” rischia la vita.

“Da più di 20 anni l’Eritrea è un inferno in terra, dove è impossibile vivere – raccontano i manifestanti a Montecitorio, arrivati perfino da Germania, Gran Bretagna, Norvegia e Svezia per gridare il loro sdegno – Decine di migliaia di persone hanno lasciato l’Eritrea, una percentuale altissima di esuli per un paese che conta solo 4 milioni di abitanti”.

Fuggono dalla povertà? Non solo, e il fatto che l’Eritrea venga chiamata la “Corea del Nord africana” la dice lunga sulla situazione sociale e politica che attanaglia il paese, comandato da più di 20 anni dal dittatore Isaias Afewerki . Ex leader del Fronte popolare di liberazione eritreo, Afewerki ha combattuto la guerra contro l’Etiopia e, ottenuta l’indipendenza nel 1993, è stato infine nominato presidente del paese: da quel momento, in Eritrea non ci sono state più elezioni, e tortura, detenzione arbitraria, severe restrizioni alla libertà di espressione, di associazione e di libertà religiosa, sono diventate all’ordine del giorno. La Costituzione, ratificata nel 1997, non è mai stata attuata, e l’unico partito politico ammesso è quello governativo, il PFDJ (Popular Front for Democracy and Justice).

L’accesso al paese per le organizzazioni internazionali per i diritti umani è quasi impossibile, e dato che i mezzi di informazione indipendenti sono vietati, il paese è praticamente isolato e poche informazioni arrivano all’esterno. Inutile dire che internet è sotto stretto controllo, ed è ormai da anni che il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) definisce l’Eritrea “uno dei paesi più censurati al mondo”. Anche il relatore speciale sull’Eritrea delle Nazioni Unite, Sheila B. Keetharuth, istituito nel 2012 in riconoscimento della “continua violazione diffusa e sistematica dei diritti umani”, illustra una situazione da incubo. Nel suo report spiega infatti che, oltre all’assenza di diritti, sono soprattutto il lavoro forzato (in gran parte nelle miniere) e la durata indefinita del servizio militare a spingere “ogni mese” circa 1500 eritrei, quasi tutti giovanissimi, a cercare di lasciare il paese. Peccato che fuggire sia tutt’altro che semplice: lungo i confini, infatti, vige l’ordine di “sparare a vista”.

Coloro che sopravvivono e sono costretti a tornare indietro (compresi quelli che vengono rimpatriati da noi) sono spesso chiusi in carcere, senza processo, in condizioni durissime e senza possibilità di comunicare con i propri parenti e amici. “Sono detenuti in celle sotterranee o in container, con temperature che vanno da caldo torrido al gelo. Molti prigionieri non ce la fanno” spiega la relatrice Onu, che parla anche di arresti arbitrari e violenze: “Tortura e abusi durante la detenzione sono di routine. I prigionieri vengono appesi agli alberi per le braccia, legati al sole in posizioni scomode per ore o giorni, con manette strettissime per bloccare la circolazione, c’è il finto annegamento e ci sono le percosse”. Anche la durata delle detenzioni è indefinita: a proposito dei numerosi giornalisti arrestati, ad esempio, Reporters Without Borders riferisce che, se quattro sono morti in carcere nel 2012, altri sono tutt’ora in isolamento, alcuni addirittura dal 2001.

Per i “fortunati” che riescono a emigrare, scampando alle fucilate lungo i confini o alla morte nel deserto o per mare, le pene tuttavia non sono finite: i cittadini eritrei all’estero sono infatti costretti a pagare una tassa del 2 per cento alle loro ambasciate o ai loro consolati. Se si rifiutano, viene loro negato il diritto ad avere i documenti essenziali, innescando un pericoloso impasse burocratico nei paesi ospitanti. Inoltre, non possono spedire pacchi o lettere ai propri cari in patria.

Alla luce di tutto ciò, non stupisce che i manifestanti eritrei a Montecitorio si siano indignati con il governo italiano, che alla giornata di cordoglio per le vittime del 3 ottobre ad Agrigento ha pensato bene di invitare proprio l’ Zemete Tekle e altri funzionari del governo. Sempre a queste persone è stato dato il permesso di recarsi a Lampedusa poco dopo la strage per parlare con i superstiti, cosa che ha destato l’allarme del prete eritreo e presidente dell’Agenzia umanitaria Habeshia, don Mussie Zerai: “Si aggirano indisturbati a Lampedusa tra i richiedenti asilo – scrive il religioso in una lettera al ministro dell’integrazione Cecile Kyenge – raccogliendo dati e fotografie per la schedatura dei fuggitivi, in incontri che mettono a repentaglio la sicurezza di queste persone e delle loro famiglie”.

E se molti dopo il 3 ottobre speravano che da quella tremenda tragedia si sarebbero aperti dibattiti seri su una possibile alternativa alla politica dei respingimenti – oltre a una presa di posizione dell’Unione Europea sul governo eritreo – l’unica decisione concreta è stata al contrario il rafforzamento di Frontex, l’agenzia di gestione delle frontiere, con il costosissimo schieramento aeronavale “umanitario” dell’operazione Mare Nostrum. Per quanto riguarda la divisione delle responsabilità tra i vari paesi UE, tutto è stato a giugno, per non “turbare” le elezioni europee con un argomento così scottante.

Anna Toro

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