Migliaia di serbi protestano contro il neo-presidente Vučić

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Parlare di “polveriera balcanica” in questo aprile 2017 potrebbe risultare fuorviante, specie tornando col pensiero a 25 anni fa, quando proprio il 5 aprile 1992 aveva inizio quell’assedio di Sarajevo che si sarebbe protratto sino alla fine del febbraio 1996 causando più di 12mila morti e almeno 50mila feriti, per la maggior parte civili.

Di certo però è un segnale forte quello che proviene nelle ultime settimane da Belgrado e da altre città della Serbia, con migliaia di cittadini in piazza e per le strade a manifestare al grido di “fine alla dittatura. Tutto ha avuto inizio con le elezioni presidenziali dello scorso 2 aprile. Aleksandar Vučić è stato eletto presidente della Serbia con il 55,13% dei voti: ha dunque stravinto le elezioni, risultando il primo degli eletti in ogni distretto elettorale serbo, e ha ottenuto una maggioranza assoluta che gli concede la diretta elezione, senza passare dalla formula del ballottaggio. Non si tratta di un uomo nuovo al potere: Vučić è l’attuale capo di governo e leader del SNS, il Partito Progressista Serbo, e non sono stati in pochi dalla base a denunciare brogli e manipolazioni del voto proprio grazie all’innegabile posizione di potere detenuta dal leader politico sulla scena pubblica e sui media. Accuse avvalorate dall’annuncio della Commissione elettorale centrale serba della necessità di ripetere il voto in almeno otto seggi (per circa 10mila cittadini) lo scorso 11 aprile: numero che non ha affatto scalfito il risultato elettorale ma che segnala sicuramente dei deficit democratici nell’apparato statale.

A protestare sono soprattutto i giovani serbi, anche i giovanissimi “millenials” (i ragazzi nati dopo il 2000) che proprio attraverso l’utilizzo delle piattaforme social hanno dato voce al sopito malcontento popolare con l’obiettivo ultimo di indurre Vučić a rassegnare le dimissioni e di procedere con l’istituzione di figure politiche maggiormente rappresentative delle istanze popolari; i protestanti chiedono inoltre l’immediata rimozione dei vertici della televisione pubblica e l’introduzione del voto elettronico. Eppure Vučić è un premier “giovane” di 47 anni, europeista, su posizioni liberalconservatore e, al di là delle possibili manipolazioni del voto anche semplicemente mediante una sovraesposizione del candidato con una campagna elettorale martellante a suo favore, la sua figura risulta apprezzata da una buona fascia dei cittadini che lo ha scelto alla guida del Paese fino al 2022.

Dove si annidano dunque le ragioni della protesta? Un primo elemento è senz’altro da valutare. L’affluenza alle urne è stata piuttosto bassa: appena il 54,55% degli elettori. Un dato che mette meglio in luce il risultato elettorale, con poco più della metà dei votanti che ha optato per Vučić, eletto quindi da un quarto della popolazione. È allora evidente una certa disaffezione della cittadinanza dalla politica, e dalla stessa azione di Vučić che appare non permeabile alle istanze di rinnovamento delle fasce più giovani della popolazione.

In secondo luogo le forme di autocensura della stampa e i forti limiti alla libertà di espressione sono stati in più occasioni denunciati e si uniscono alle critiche rivolte al dirigismo e all’assenza di trasparenza dell’azione pubblica, accusata di fatto di autoritarismo e di aver determinato una paralisi della società serba riportandola a tempi ben lontani ormai. Un esempio è d’obbligo: le opposizioni da tempo segnalano che la ricerca del lavoro passa ormai necessariamente per l’iscrizione al SNS, il partito del premier, un ulteriore indizio dei limiti dei cittadini serbi sul piano politico e di coscienza civile.

Dinanzi a questa tesa situazione, i politici dei partiti di opposizione intanto stanno a guardare e lasciano mano libera ai giovani, in attesa probabilmente di capire la direzione che assumerà questo fiume di protesta e nella speranza che si incanali verso la propria forza politica. E se le opposizioni di fatto non stanno dando supporto al dissenso, il neo-presidente Vučić d’altra parte non sta cedendo il passo a reprimere il malcontento pubblico (che si presenta peraltro in forme assolutamente pacifiche) e usa piuttosto la presenza degli oppositori come un chiaro segnale del clima di aperta democrazia che è possibile respirare in Serbia. Anche le potenze straniere, specialmente europee ma anche Stati Uniti e Russia, stanno a guardare senza prendere alcuna posizione sulla situazione e probabilmente preferendo un già testato Vučić al caos che la sua caduta e le nuove elezioni potrebbero portare al Paese e all’intera (e sempre instabile) area balcanica. La stabilità della Serbia come Paese e all’interno della regione, di cui il leader serbo può farsi un vanto, resta l’elemento chiave a cui si guarda dalle cancellerie estere chiudendo gli occhi dinanzi alle preoccupanti limitazioni delle libertà civili e politiche a cui sono soggetti i cittadini serbi.

Tuttavia dubbi potrebbero essere sollevati proprio sulla valenza del neo-presidente serbo nella tanto ricercata stabilità della Penisola Balcanica. Restano infatti tesi i rapporti con il Kosovo dopo l’azione dimostrativa dello scorso gennaio rimbalzata sulla stampa internazionale del treno che da Belgrado ha attraversato lo Stato kosovaro con scritte esterne in ben 21 lingue che rivendicavano l’appartenenza del territorio alla Serbia (ribadendo così il mancato riconoscimento di Belgrado alla creazione della neo-Repubblica nel 2008): un episodio increscioso a cui Vučić non ha dato alcuna spiegazione e che sembra annullare i passi in avanti registrati nelle relazioni bilaterali degli ultimi 2 anni. Al di là del complesso “dossier Kosovo”, la doppiezza della politica di Vučić appare evidente proprio su temi correlati alla retorica nazionalista: abbracciata e propagata all’interno del Paese, all’estero è messa da parte a favore di un atteggiamento conciliante e che all’apparenza guarda invece verso il futuro, anche all’interno dell’Unione Europea. Dove sta il vero volto del neo-presidente?

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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