Messico: non si uccide la verità uccidendo i giornalisti

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Javier Valdez Cárdenas disse che in Messico “essere giornalista significa far parte di una lista nera, loro decidono se ti uccideranno e quando, non importa se hai protezione, mezzi blindati e scorta”. Valdez era corrispondente dell’importante quotidiano messicano La Jornada a Culiacán, nello stato di Sinaloa, dove è stato brutalmente assassinato il 15 maggio scorso. Si tratta del sesto giornalista ucciso in Messico dall’inizio dell’anno, in quello che resta uno dei paesi più pericolosi al mondo per i reporter, dove dal 2000 sono stati assassinati più di cento professionisti dell’informazione.

Valdez, 50 anni, era un giornalista stimato e riconosciuto a livello nazionale e internazionale, cofondatore del settimanale “Ríodoce” e autore di vari libri sul narcotraffico, tra cui possiamo citare "Narcoperiodismo" e "Los Morros del Narco”. Quest’ultimo racconta le storie reali di bambini e giovani messicani che hanno visto, per una ragione o per l’altra, le loro vite spezzate a causa del narcotraffico. L’omicidio ha destato reazioni sdegnate da più parti, come quella, inusuale, espressa in un comunicato da parte di un gruppo di 186 giornalisti stranieri corrispondenti in Messico per 69 diverse testate. Il testo dell’appello chiede al presiente Peña Nieto che si faccia chiarezza su questo e gli altri delitti, mettendo fine una volta per tutte al clima di impunità che regna nel paese.

Anche dalle pagine dello statunitense Washington Post è arrivato, tramite un editoriale, l’appello a Peña affinché diventi “una priorità” l’individuazione degli assassini di Javier Valdez. "La vita e la morte di Valdez devono servire da ispirazione e impulso al governo messicano per attuare le riforme necessarie e mettere fine all’impunità che permette il proliferare dell’illegalità nel paese”. Lo stesso articolo ricorda come undici giorni prima del crimine una delegazione dell’internazionale Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) si sia riunita con Peña, per presentare il rapporto più recente sulla situazione dei giornalisti in Messico. Tra le raccomandazioni vi era quella di una maggiore protezione per i reporter in situazione di rischio, investigazioni serie e puntuali a seguito di casi di minacce e la persecuzione di delitti contro la libertà di espressione. Il quotidiano statunitense ha considerato positiva la reazione di condanna forte e immediata da parte di Peña Nieto, ma ritiene che questo “chiaramente non sia sufficiente”. Le raccomandazioni del CPJ dovrebbero essere accolte e si dovrebbe correggere “il cronico fallimento del sistema giudiziario nell’investigazione e persecuzione dei crimini”, aggiunge l’editoriale. In questo senso l’individuazione degli assassini di Valdez sarebbe sicuramente un buon inizio.

Anche le Nazioni Unite e la CIDH, Commissione Interamericana per i Diritti Umani, hanno condannato l’assassinio di Javier Valdez, e sottolineato il “grave attacco contro il giornalismo e la libertà di espressione in Messico”. Oltre agli appelli e ai comunicati sono state realizzate manifestazioni in diverse parti del paese. A Oaxaca, ad esempio, si è manifestato per la libertà di espressione, chiedendo azioni efficaci per individuare gli autori materiali e i mandanti di questo e degli altri omicidi. I giornalisti presenti alla marcia hanno sottolineato come il governo federale e quello statale non offrano le garanzie di protezione necessarie affinché si possa esercitare la professione giornalistica in una forma sicura. Non è inoltre garantito il diritto alla libertà di espressione, dato che ogni volta che viene denunciato un caso di minacce a giornalisti non ci sono conseguenze importanti, i casi vengono minimizzati e i fatti non vengono investigati con la debita attenzione. I manifestanti hanno inoltre sottolineato come la reazione di Peña Nieto, tra l’altro appropriatosi dello slogan “No se mata la verdad matando periodistas” (non si uccide la verità uccidendo giornalisti), non sia stata nient’altro che una messa in scena, e come le promesse di giustizia del presidente siano drammaticamente tardive.

A Monterrey si è tenuta un’altra manifestazione, dove i membri della Rete dei Giornalisti del Nordest e l’Associazione dei Giornalisti del Nuevo León hanno sottolineato come “non è che il vile assassinio di Javier sia più importante di quello di altri colleghi o delle migliaia di vittime della violenza, civili e attivisti difensori dei diritti umani. Il fatto è che questa esecuzione di un professionista dedito a denunciare il narco è la goccia che fa traboccare il vaso.” E hanno aggiunto: “Javier non era solo un magnifico giornalista onesto, libero e critico, era un eccellente collega, a chiunque gli chiedesse appoggio lui apriva le braccia e il cuore, condivideva le sue conoscenze, era la voce delle vittime, dava loro nome e volto”.

In questi giorni da più parti sono risuonate le profetiche parole di Valdez: “i proiettili non ci zittiscono, ma non ci sono le condizioni per fare giornalismo in Messico, i proiettili passano troppo vicino e un giorno o l’altro ti colpiscono”.

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