Memorie fotografiche dal Mali

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Immagine: Giovane uomo in piedi con radio e torcia (foto: Tijani Sitou, Mopti, Mali, 1978) da Amp.matrix.msu.edu

La fotografia è rappresentazione della realtà e come tale narrazione di uno spazio e di un tempo prodotta da uno sguardo altro rispetto al soggetto fotografato, essa racconta qualcosa di quello sguardo e qualcosa di ciò che lo sguardo ha riprodotto, cioè l’immagine. Lo sguardo, la visione che la produce non è un atto neutro, non è una semplice funzione biologica, non è prerogativa di chi può vedere; è un atto di selezione ed interpretazione della realtà. Denis Cosgrove, geografo, ci dice che “la visione è più dell’abilità di osservare e dell’atto fisico di guardare. Il significato di visione incorpora l’immaginazione: l’abilità di creare immagini nell’occhio della mente, che superano in vari modi quelle registrate nella retina dell’occhio dalla luce del mondo esterno. La visione ha una capacità creativa che può trascendere spazio e tempo”. Ma c’è anche chi, come la fotografa Susan Sontag, criticamente, ci mette in guardia dalla presunta neutralità ed oggettività dell’immagine fotografica perché “c’è qualcosa di predatorio nel gesto di scattare una fotografia. Fotografare delle persona significa violarle, vedendole come non si sono mai viste, conoscendo di esse ciò che non conosceranno mai; trasforma le persone in oggetti che possono essere simbolicamente posseduti”.

Ma fotografare e conservare le immagini consente anche di raccogliere informazioni, di ritrarre una realtà, che è da un lato ritaglio, esito di un punto di vista, ma anche contesto compiuto di senso attraverso il quale restituire una visione del mondo, parziale, ma pur sempre una visione. Alcune di queste idee sottendono la filosofia del progetto che è stato lanciato sulla rete giovedì 11 giugno 2017 e avente come obiettivo la digitalizzazione, conservazione e diffusione del lavoro di cinque fotografi maliani, l’Archive of Malian Photography.

Se Malick Sidibé è un nome noto a livello internazionale a tal punto che la Somerset House di Londra gli ha dedicato recentemente una mostra – Malick Sidibé: The Eye of Modern Mali – che si è conclusa a metà gennaio 2017, gli altri sono sconosciuti ai più. Seydou Keïta, Abdourahmane Sakaly, Mamadou Cissé, Adama Kouyaté e Tijani Sitou sono fotografi che hanno saputo raccontare il Mali prima dell’indipendenza, poi dagli anni Sessanta, fino ai più recenti anni Novanta del Novecento.

Le redini di questo progetto fotografico sono tenute dal figlio di Sakaly, Youssouf, con la collaborazione e supervisione scientifica dell’università del Michigan. L’archivio maliano rientra all’interno di un progetto più ambizioso che dal 2002 mira ad approfondire la conoscenza della storia della fotografia del Mali. “Dare forma al modo attraverso il quale la storia fotografica e le pratiche culturali in Africa occidentale sono pensate e studiate fino a quando i concetti rappresentati andranno oltre ciò che siamo soliti vedere…”, questo lo scopo dell’archivio. Esso ha beneficiato di due fasi di finanziamento. La prima, del 2011, finanziata dal programma degli archivi a rischio della British Library e la seconda, del 2014, finanziata dalla National Endowment for the Humanities (NEH), un’agenzia governativa americana. Il progetto ha consentito la realizzazione di un portale che ha l’ambizione di raccogliere cento mila fotografie restaurate e digitalizzate, disponibili gratuitamente alla consultazione in bassa risoluzione.

Le fotografie presenti sono già una selezione. Per ognuna di esse è stata realizzata una legenda in francese e in inglese ricostruita grazie all’aiuto delle famiglie che le custodivano o dei responsabili degli archivi dove sono state trovate. Si tratta prevalentemente di ritratti di individui, famiglie, coppie, gruppi di amici, la loro funzione originaria non aveva a che fare con esposizioni o sale museali; si trattava di scatti destinati agli album di famiglia. Ma la loro funzione oggi è di gran lunga di più ampio respiro perché quegli scatti ci raccontano un frammento di Mali non diversamente scrivibile o narrabile. Abiti, acconciature, accessori, stili di vita, spazi interni o esterni vengono narrati e attraverso i bianchi e neri delle varie fotografie diventa possibile fare memoria di decenni sconosciuti alle giovani generazioni, forse dimenticati anche dalle generazioni più adulte. L’oggetto fotografico, quindi, forse in modo sovradimensionato rispetto all’istante in cui lo scatto è nato, è sicuramente una fonte straordinaria per chi quel momento non l’ha vissuto e vorrebbe farlo suo per appartenere un po’ di più alla storia dalla quale veniamo.

Scaricare le fotografie è possibile grazie alla licenza Creative Commons con attribuzione, senza modificazione dell’opera, senza scopo commerciale (CC BY-NC-SA 4.0 international). Una copia di tutte le fotografie è trasmessa alla Maison africaine de la photographie (MAP) di Bamako per favorirne la diffusione e l’accessibilità.

In generale, la conservazione delle fotografie in Mali, come in altri contesti simili, è una sfida contro le difficili condizioni climatiche, le intemperie e i furti. Molto del patrimonio fotografico è andato perduto come quello dei fotografi Mountaga Dembélé, Baru Koné, Youssouf Traoré e Samba Bâ. Oggi, si cerca di recuperare ciò che resta prima che sia troppo tardi. Si restaurano i negativi danneggiati, si puliscono dalla polvere e dalle macchie d’acqua e di olio, nonché dalle imperfezioni più persistenti. E lo si fa delle immagini disponibili, quelle i cui negativi sono ancora utilizzabili o accessibili. Infatti, la grande sfida è anche quella della relazione con le famiglie che custodiscono le eredità fotografiche; famiglie che, in alcuni casi, devono essere aiutate a capire che quel materiale non è semplice immagine, ma patrimonio culturale di un intero paese e che non può essere distribuito senza regole con il rischio di finire nelle mani di collezionisti senza scrupoli.

Il progetto, infatti, mira anche a proteggere i diritti d’autore di queste immagini il cui utilizzo passa attraverso degli accordi con le famiglie e la restituzione delle stesse a restauro e digitalizzazione avvenuta. Le possibilità di esplorazione sono davvero straordinarie, lo si può fare a partire dai singoli artisti oppure con una ricerca mirata attraverso la data delle immagini, il soggetto, l’autore o altri elementi; un’occasione unica per avvicinarsi ad un paese conosciuto per la sua subalternità, vulnerabilità, instabilità; un paese che per decenni, fin prima dell’indipendenza, ma soprattutto tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, ha cercato di riprendere in mano la propria storia, per ricreare un senso di appartenenza dopo continui adattamenti di quei confini territoriali e avvicendamenti politici che hanno caratterizzato il prima, il durante e il dopo la presenza francese.

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger. 

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