Malnutrizione nel Sahel: una malattia mortale

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Foto: LR_© Erwan Rogard pour MMI

«Faccio spesso visita alle famiglie per monitorare lo stato di salute dei bambini. I problemi non sono pochi per chi vive nei villaggi, recarsi al centro di salute significa percorrere lunghe distanze, ci sono i lavori nei campi da svolgere e tanti preferiscono rivolgersi ai guaritori tradizionali. La malnutrizione non è una patologia semplice da diagnosticare e spesso i genitori la riconoscono tardi, in stadio avanzato. Ma con il dialogo ci si comprende e le cose stanno cambiando, ora sono i genitori stessi che spiegano ad altri genitori come identificare i sintomi. Noi spieghiamo che le cure sono gratuite e sosteniamo le spese di trasporto fino in ospedale».

Così Boukari Poda, giovane burkinabè, spiega la sua attività di operatore sanitario volontario in alcuni villaggi della regione Centre-Ouest del Burkina Faso. Il suo ruolo è fondamentale nella prevenzione e cura della malnutrizione infantile, che non è solo una patologia medica ma anche sociale, poco conosciuta dalle persone comuni e una causa di vergogna per la famiglia. L’importante lavoro di Boukari è inquadrato all’interno di una progettualità delle ong italiane LVIA e Medicus Mundi Italia che, in collaborazione con partner italiani e burkinabé e con finanziamenti europei e della cooperazione italiana, si sono adoperate dal 2012 per rispondere all'emergenza alimentare nel Sahel, causata dalla carestia che colpì più di 18 milioni di persone nei vari Paesi dell’area. 

Oggi, la malnutrizione in Burkina Faso colpisce quasi 500mila bambini prima dei 5 anni di età. In base ai dati di ECHO - Dipartimento della Commissione Europea per l’Aiuto umanitario e la protezione civile, aggiornati a settembre 2017, il paese africano ha il 14esimo tasso di mortalità infantile più elevato al mondo: 350mila bambini soffrono di malnutrizione acuta moderata, 149mila di malnutrizione acuta severa e 257mila persone sono in condizione di crisi alimentare.

Una malattia mortale e che finisce per condizionare l’intera società perché passa da una generazione all’altra. Lo spiega bene la dottoressa nutrizionista Ella Compaoré, che per un periodo ha collaborato al progetto: «I bimbi colpiti da malnutrizione acuta severa, se non curati in tempo non potranno raggiungere buoni risultati a scuola e saranno adulti con forti difficoltà nella vita lavorativa, mai autonomi. Le donne che hanno sofferto di malnutrizione infantile partoriranno bambini piccoli e deboli». Le conseguenze sono irreversibili per questo è importante intervenire tempestivamente prima che la malnutrizione raggiunga il livello più grave.

La crisi alimentare nell’area del Sahel è una condizione strutturale: innalzamento della temperatura, aumento della popolazione e degrado dei suoli peggiorano la vulnerabilità della popolazione. Basti pensare che dal 1970 si verificano ciclicamente gravi siccità, a cui seguono crisi alimentari. Ma i dati indicano anche un progressivo miglioramento, reso possibile con l’impegno della comunità internazionale; il Global Nutrition Monitoring dell’OMS rileva che in Burkina Faso c’è stata una diminuzione del 40% dei numero di bambini sotto i 5 anni colpiti da rachitismo e sottosviluppo. L’impegno di queste due Ong italiane, delle strutture sanitarie del Burkina Faso, dei medici, infermieri e dei volontari come Boukari, dal 2012 a fine 2017 nella Regione del Centre-Ouest ha permesso di curare quasi 60.000 bambini affetti da malnutrizione acuta severa.

Dal punto di vista della prevenzione, inoltre, nella regione Centre-Ouest del Burkina Faso l’incidenza della patologia è diminuita dall’11% al 7%. Come si sono raggiunti tali risultati? Attraverso le campagne di screening nei villaggi e la creazione di una rete tra i centri di salute e gli ospedali; attraverso la formazione del personale sanitario e degli operatori volontari nei villaggi che hanno un ruolo fondamentale per il dialogo con le comunità, e grazie alla sensibilizzazione dei guaritori tradizionali e delle famiglie, anche insegnando alle mamme a cucinare pasti sani e diversificati con l’uso di semplici ingredienti locali.

Il successo della progettualità consiste nell’essere totalmente inserita nel tessuto sociale e nel sistema sanitario locale. Dopo sei anni di intervento nella regione Centre-Ouest, nel 2018, l’azione di LVIA si sposta nel nord del Burkina Faso, dove lo stato di malnutrizione è tra i più gravi al mondo: il 15% di bambini tra gli 0 e i 5 anni sono denutriti. L’area è a rischio anche dal punto di vista della sicurezza e delle infiltrazioni terroristiche (gli attacchi a hotel e locali internazionali a Ouagadougou di gennaio 2016 e di agosto 2017 sono gli avvenimenti apparsi sui media europei ma non gli unici) ed è in queste terre che la cooperazione internazionale ha una rilevanza ancora più strategica come racconta Marco Alban, rappresentante LVIA in Burkina Faso: «Interveniamo nelle aree di confine nel nord del Burkina Faso e nord del Mali mettendo l’accento sul rafforzamento dei sistemi di salute di base per aumentare la resilienza delle popolazioni e delle amministrazioni locali in un contesto reso fragile dalle tante crisi, alimentare, nutrizionale, climatica, di sicurezza…Popolazioni più resilienti e amministrazioni più stabili possono meglio far fronte a queste sfide».

LVIA ha attivato una Campagna per contribuire a curare e prevenire la malnutrizione nel nord del Burkina Faso: è possibile contribuire mandando un sms o chiamando da rete fissa il numero 45548, fino al 27 gennaio. Anche Gianluigi Buffon dà il suo sostegno alla Campagna e spende un appello: «Sono un papà anch’io e vorrei che tutti i bimbi avessero la possibilità di diventare grandi. Per questo ho deciso di sostenere LVIA, che da anni lavora per salvare la vita a migliaia di bambini».  

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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