Lo sviluppo scorsoio…

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“Che razza di sviluppo è quello che fa vivere la gente meno di prima?” ha chiesto Roy Sesana portavoce dei Boscimani del Botswana, sfrattati con la forza dalla loro terra già nel 2002. Fino ad oggi, infatti, l’imposizione dello “sviluppo” ai popoli indigeni non sembra aver contribuito a renderli più felici o più sani. Al contrario, come si legge nel rapporto Il progresso può uccidere pubblicato in gennaio da Survival International, ha avuto effetti devastanti su questi popoli che continuano a subire le conseguenze economiche e psicologiche della perdita della terra e della loro autonomia. La relazione di Survival evidenzia come ormai “sono decine le tribù che sono costrette ad allontanarsi da risorse di cibo abbondanti e sostenibili, e da fonti di identità sicure, per ritrovarsi nella società dominante povere e marginalizzate”. Le ripercussioni di questi cambiamenti forzati sono tragiche e minacciano diverse generazioni a venire. Oltre a tassi di suicidio altissimi, il rapporto denuncia anche livelli scioccanti di alcolismo, obesità, depressione e altri problemi di salute, in primis gli impressionanti tassi diffusione dell’HIV.

“I nostri bambini non vogliono andare a scuola perché là vengono picchiati. Alcuni si danno alla prostituzione. Non ci è permesso cacciare. Si picchiano perché si annoiano e bevono. Alcuni hanno cominciato a suicidarsi. Non si è mai vista una cosa del genere prima! È questo lo sviluppo?” ha chiesto Sesana. “Oggi - si legge sul rapporto - il tasso di suicidi tra i Guarani Kaiowà del Brasile meridionale è il più alto al mondo. Supera di 34 volte la media nazionale del Brasile ed è statisticamente il più alto del pianeta”. La media rimane estremamente alta anche tra popoli indigeni come gli Aborigeni Australiani e i Nativi Americani in Alaska. In molte aree del mondo è invece la malnutrizione la causa di molti problemi, dalla denutrizione per i bambini Guarani, costretti a vivere ai margini delle strade, all’obesità per molti Nativi Americani, per i quali l’unica possibilità è nutrirsi di il cibo spazzatura. Un dato allarmante è poi la mortalità infantile, altissima per esempio tra gli Aborigeni Australiani, “che hanno dati doppi rispetto al resto della società australiana”. In Papua occidentale l’emergenza è invece l’Aids: "se nel 2000 non se ne registrava nessun caso, nel 2015 le persone colpite dal virus erano più di 10.000". 

Le fotografie del regista aborigeno Warwick Thornton mostrano questo devastante impatto del “progresso” e dello “sviluppo” sulla salute dei popoli indigeni. Nelle sue fotografie Thornton ritrae alcuni familiari con lattine di Coca-Cola, birra e confezioni da fast food legate intorno al busto, come fossero cinture esplosive, per denunciare la terribile alimentazione a cui sono costretti i popoli indigeni in Australia e in altri paesi del mondo. “Moriamo per la cattiva alimentazione. Questa merda ci sta uccidendo. La cattiva alimentazione è una bomba a orologeriaha spiegato Warwick Thornton. “Il modo più salutare per vivere è con la terra, nella comunità, nel paese, mangiando gli alimenti della nostra terra e non le schifezze della città.” L’Istituto Internazionale per il Diabete ha dichiarato che senza “un’azione urgente” si corre il “rischio concreto di un grave sterminio delle comunità indigene. 

Per Survival questo stato di marginalità e malattia è “Un inevitabile risultato dello storico e continuo furto di terra ai danni dei popoli indigeni, e dell’imposizione forzata di uno sviluppo estraneo alla loro cultura”. Imporre lo sviluppo ai popoli indigeni, insomma non funziona e neppure l’assistenza medica è sufficiente a contrastare gli effetti negativi delle malattie introdotte dall’esterno e della devastazione causata dal furto di terra. “Come ci continuano a ripetere molti indigeni, i nuovi centri di assistenza medica non sono in grado di curarli da malattie prima sconosciute” ha spiegato Survival. Per questo “Siamo contrari a qualunque tipo di sviluppo proposto dai governi. Penso che questa idea di un progresso non-Indiano sia folle! - ha aggiunto Olimpio, della tribù Guajajara dell’Amazzonia brasiliana - Arrivano con queste idee aggressive sul progresso e le impongono a noi esseri umani, e in particolare a noi popoli indigeni che siamo i più oppressi di tutti. Per noi questo non è assolutamente progresso”.  

In tutto il mondo i popoli indigeni hanno sviluppato stili di vita largamente autosufficienti e straordinariamente diversi. Nonostante questo vengono ancora descritti come "arretrati e primitivi" semplicemente perché i loro modi di vivere comunitari sono diversi dai nostri, ma se il loro diritto a vivere in pace nelle proprie terre è rispettato, o ripristinato, le tribù prosperano. Dopo il riconoscimento del territorio Yanomami nell’Amazzonia settentrionale, avvenuto nel 1992, alcune equipe mediche hanno lavorato con gli sciamani indigeni e, insieme, hanno rapidamente dimezzato il tasso di mortalità  della tribù. Gli Jarawa in India vivono nelle loro terre ancestrali e godono di quello che è stato definito un “periodo di abbondanza”, tanto che secondo i nutrizionisti, la loro dieta è “ottimale”. Per questo Survival International ha fatto appello alle Nazioni Unite affinché migliorino la protezione dei diritti territoriali indigeni e chiedano ai governi di rispettare gli impegni presi verso i propri popoli indigeni.

Se è vero che le società umane sono tutte in perenne trasformazione, questo rapporto di Survival non vuole negare le conquiste della scienza moderna e non sostiene nemmeno le visioni troppe romantiche del “buon selvaggio”. “Il nostro studio dimostra, però, che l’imposizione del progress” ai popoli indigeni non porta mai a una vita più lunga e più felice, bensì a un’esistenza più breve e miserabile, che ha come unica via d’uscita la morte. Il progresso così inteso ha già distrutto la vita di molti popoli e ne minaccia tanti altri”. Rispettare i loro diritti e i loro territori ci pare ancora e di gran lunga il modo migliore per assicurare il loro benessere e un loro meno artificiale “sviluppo”, non a caso negli ultimi anni accompagnato dalla parola “umano”. Del resto “Quando ai popoli indigeni è consentito determinare il proprio futuro, generalmente se la passano molto meglio di chi ha subito l’intervento pesante e ignorante di estranei” ha ricordato il direttore di Survival Stephen Corry.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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