Libia tra il dire e il fare, chi va a cacciare via Isis?

Stampa

Foto: Remocontro.it

La notizie più recente che arriva dalla Libia è che il premier al momento ancora designato del forse nascente ‘governo di accordo nazionale’ libico, Fayez Sarraj, ‘è sfuggito a un tentativo di assassinio lo scorso 8 gennaio quando il convoglio di auto su cui viaggiava è finito sotto il tiro di armi da fuoco sulla via verso Misurata’. Lo sostiene l’agenzia egiziana Mena citando una ‘fonte ben informata’. Come inizio per il premier d’azzardo non è male.

Ma ben peggio è ciò che accade attorno, su cui pesa un silenzio imbarazzante di parte italiana. Sul campo: Sarraj proveniva da Zliten dove aveva presentato le condoglianze per le decine di vittime dell’attentato con camion-bomba rivendicato dall’Isis contro un centro d’addestramento della polizia. Sparatoria d’avvertimento per il quasi premier. L’Isis in Libia controlla centinaia di chilometri costa della Libia centrale e avverte.

Secondo fonti dello spionaggio occidentale, Isis in Libia è una sorte di Legione Straniera islamica formata col meglio - o col peggio, punti di vista - di anni di guerre mediorientali. Molti dei capi dello Stato islamico in Libia provengono da Siria e Iraq dove sono nati a dove si sono addestrati combattendo. Daesh che anni fa aveva preso milizie dal paese di Gheddafi, ora vuole la Libia come terzo fronte dopo Siria e Iraq. 

Strategia militare già sperimentata: il controllo di grandi città e delle strade principali, eliminare i leader locali e seminare il terrore fra la popolazione. Nelle aree petrolifere i jihadisti puntano al controllo dei ricchi giacimenti. Daesh esporta la strategia usata in Siria e in Iraq con una esibizione di forze e di terrore: il massacro degli allievi di polizia. Le rivalità fra kabile libiche hanno aiutato. Campo libero alle milizie di importazione.

I comandanti Isis in Libia, da fonti di intelligence: Abu al-Mughirah al-Qahtani, yemenita, alla guida dell’organizzazione. Wissam al-Zubaidi , alias Abu Nabil al-Anbari, iracheno, emiro della wilaya Barqa, la Cirenaica. Turki Mubarak al-Binali, alias Abu Sufian, predicatore del Bahrein, ideologo dell’organizzazione. Abu Mohamed Sefaxi, tunisino, capo delle operazioni militari a Sirte, quasi una Raqqa libica.

Sempre l’intelligence occidentale valuta che siano tremila uomini, o poco più, gli effettivi dell’Is, con i militanti locali, arrivati dalle scissioni di jihadiste formazioni locali come Ansar al Sha-ria, in posizione subalterna. E gli attentati suicidi come la ‘operazione martirio’ di Zliten e i suoi 70 morti come monito ai governi locali o paesi membri di missioni internazionali, sul futuro che li attende nel mettere piede in Libia.

Zone petrolifere. Isis non è per ora in grado di controllare flussi di greggio come in Siria e Iraq e cerca di impedire che lo facciano altri. Già colpisce le milizie autonome a presidio delle raffinerie e dei terminali facendo escludere la possibilità di riaprire i campi e pompare petrolio. Sarebbero poi gli stessi jihadisti a conquistare quelle zone e gestirne i traffici, come in Iraq e Siria. In Libia come altrove l’Is prospera nel vuoto.

Un vuoto geopolitico quello lasciato follemente in Libia che l’Is ha colmato senza troppa fatica. Ora la verifica sul campo dell’accordo tra i parlamenti di Tobruk e Tripoli ma non tra tutte le principali fazioni e tribù. Nodi politici in casa libica ancora aperti e priorità interne diverse da quelle della comunità internazionale chiamata a qualche forma di sostegno. Chi ha detto che agli occhi dei libici il nemico principale sia Isis?

Ennio Remondino da Remocontro.it

Ultime notizie

Breve storia di chi ha perso il voto negli USA

23 Febbraio 2017
Alcune leggi americane, varate dopo la Guerra civile e di impronta razzista, impediscono a molti cittadini di votare. Con esiti tutt’altro che democratici. (Lorenzo Piccoli)

A scuola senza…

22 Febbraio 2017
… senza libri, senza quaderni, senza compiti. Funzionerà? (Anna Molinari)

In Congo le vittime del nostro benessere

21 Febbraio 2017
Sfruttamento, violenza e morte si celano dietro l’estrazione del coltan in Repubblica Democratica del Congo. (Miriam Rossi)

Berdimuhamedov è presidente per la terza volta. Rimangono povertà e repressione

21 Febbraio 2017
Il presidente 59enne ha ricevuto il 97,69% delle preferenze e ha rinnovato il proprio mandato per sette anni in Turkmenistan. Secondo l’indice mondiale per la libertà di stampa a cura di Reporters...

Agenda Onu 2030: abbasso la guerra

20 Febbraio 2017
Dopo gli imponenti movimenti giovanili del 1968-69 e dei primi anni ‘70, che portarono alla fine della guerra in Vietnam e alla sconfitta degli Usa, i reazionari di tutto il mondo hanno preso il so...