Lezioni di disobbedienza civile

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Şanar Yurdatapan - Foto: Duzceyerelhaber.com

Şanar Yurdatapan è nato nel 1941 a Susurluk, nella Turchia nord-occidentale. Famoso compositore negli anni ’70, è un attivista per i diritti civili da più di 25 anni e cofondatore della “Iniziativa per la libertà di Espressione” nel 1995: ha vissuto in Germania dal 1980, nel 1983 gli è stata tolta la cittadinanza turca, ripristinata nel 1992. Ha trascorso due mesi in carcere. Nel 2002 viene premiato da Index of Censorship per la “Migliore circonvenzione di censura”. 

Potrebbe descrivermi le circostanze che l’hanno spinta a trasferirsi in Germania e che l’hanno spogliata della cittadinanza turca? La cosa ha a che fare con i contenuti delle sue canzoni o era già politicamente attivo?

Ero un compositore, e la mia ex moglie, Melike Demirağ, cantava: il contenuto delle canzoni non era direttamente politico. All’ inizio degli anni ’80 ho sofferto molto, alcuni amici andarono a combattere nelle montagne nell’est del paese e morirono. Sentimmo che il sistema politico stava cambiando e il potere dell’esercito era in crescita. La cosiddetta ‘decisione del 24 Gennaio’ nel 1980 che congelava i salari ed eliminava i sindacati, ne fu la conferma.

Il 2 Settembre dello stesso anno andai in Germania per organizzare il tour di mia moglie, che era anche una famosa attrice. Pensammo che avremmo dovuto mettere da parte qualche risparmio prima di prendere qualsiasi decisione e altri artisti ed amici programmavano di lasciare il paese. Dopo otto giorni ci fu il colpo di stato militare, e decidemmo di rimanere in Germania. Nessuno dei nostri amici ci seguì.

Tre anni dopo, fummo invitati al Festival del Cinema di Cipro, e mi chiesero di parlare come rappresentante della delegazione turca. Nel corso del mio discorso, dissi che mi auguravo che un giorno le tensioni a Cipro sarebbero finite, e i nostri figli avrebbero giocato assieme. Il giorno dopo ero sulle prime pagine dei maggiori giornali turchi per le mie ‘sconcertanti dichiarazioni’: la giunta militare ci chiese di tornare in Turchia se non volevamo perdere la nostra cittadinanza. Noi non tornammo per piu’ di 11 anni.

Lei è conosciuto per aver realizzato numerose azioni di disobbedienza civile e come il fondatore dell’ Iniziativa per la libertà di espressione. Quali azioni considera piu’ efficaci al giorno d’oggi? E quali forme di attivismo erano invece piu’ adatte al clima politico nel passato?

Beh, negli anni ’80, con la giunta militare al potere, non era possibile realizzare azioni di attivismo militante. Per questo, circa 1200 persone sottoscrissero una petizione per il governo elencando i problemi del paese, specialmente a riguardo della debole libertà di critica ed espressione. I media turchi non ne parlarono e il leader della giunta, il generale Evren, dichiarò: ‘Chi sono questi? Chi credono di essere?’ e fu aperta un’investigazione contro i sottoscriventi. Le conseguenze non furono delle peggiori però, perché come l’esperienza mi ha insegnato, se chi si espone è famoso, soprattutto a livello internazionale, il potere avrà timore delle conseguenze per la propria reputazione di ogni decisione presa contro di loro.

Dopo lo scandalo di Sosurluk negli anni ’90, dove in seguito ad un’incidente stradale furono trovati nella stessa auto il capo della polizia di Istanbul, un deputato a capo di un potente clan curdo e il leader dei ‘Lupi Grigi’, killer nella lista dell’Interpol, nacque un’iniziativa di disobbedienza civile chiamata Un minuto di buio per una luce duratura. Ogni sera alle 20:00 le persone spegnevano le luci delle proprie abitazioni per un minuto: è stato molto utile per far crescere un senso di unità tra la gente e per mostrare agli occhi di tutti quante persone erano stanche della situazione politica visto che più della metà di Istanbul cadeva nel buio totale, anche nelle aree più ricche.

Poi nel 1995, iniziammo azioni per la libertà di espressione ripubblicando articoli che erano stati censurati. Come reazione al caso aperto contro lo scrittore Yaşar Kemal per un’articolo che scrisse per Der Spiegel, 1080 intellettuali pubblicarono dieci articoli che avevano causato ai loro autori prosecuzioni legali o pene detentive. Furono ripubblicati in un libro chiamato ‘Libertà di pensiero’, commettendo un NUOVO CRIMINE per l’art. 162 del vecchio codice penale turco. Secondo questa disposizione, chi ripubblica articoli proibiti commette un nuovo crimine e deve essere sottoposto alla stessa pena dell’autore dello scritto. Per via della presenza di più di mille indagati, solo il periodo per l’identificazione e il primo interrogatorio durò 2 anni e mezzo! È stato un periodo molto divertente. C’erano queste lunghe file di famosi scrittori, giornalisti, avvocati davanti alla porta del pubblico ministero. Il pm chiese l’assoluzione per tutti noi e segnalò l’articolo 162 alla Corte Costituzionale.

Fummo prosciolti, ma appellai la decisione. Nel 1999, una legge ad hoc sospese tutti i casi a condizione di non ripetere lo stesso crimine nei successivi tre anni. Come nascondere la polvere sotto il tappeto invece di fare i necessari cambiamenti nella legge! Dopo 7 mesi, iniziammo a pubblicare un libro di quel genere ogni anno: nel 2000 pubblicammo 43 opuscoli, due dei quali portarono alla mia detenzione e del giornalista Nevzat Onaran per due mesi. Nello stesso anno, pubblicammo il libro ‘Libertà di pensiero- 2000’ che fu proibito, ma noi fummo prosciolti dalla Corte di Sicurezza Nazionale, che era praticamente una corte composta di soli militari. Fu una decisione davvero comica! Durante il processo, tutti gli accusati si rifiutarono di rilasciare dichiarazioni ripetendo che in una corte come quella il loro ‘diritto ad un giusto processo’ era violato, indicando la precedente decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo Incal v. Turkey.

Nel 2004 le Corti di Sicurezza Nazionale furono abolite, anche se dovemmo aspettare fino al 2014 perché ci fosse un’abolizione sostanziale visto che avevano solo cambiato il nome.

Quindi, posso dedurre che lei crede che le azioni legali siano le migliori per ottenere dei risultati efficaci?

Certamente, è cosi’.

Ma come possono le azioni legali essere il metodo migliore visto la asserita corruzione dei membri del potere giudiziario e comunque il malfunzionamento del sistema legale? In un’intervista con Index of Censorhip lei ha dichiarato che ‘molti giudici e pm pensano che il loro dovere non sia applicare proteggere la giustizia ma difendere lo stato. Qualche anno fa una ricerca di TESEV ha dimostrato che il 70% di loro dichiara apertamente che quando si tratta di difendere lo stato, la legge non è più così’ importante’.

Lo confermo nuovamente, ma da cosa possiamo dipendere se non dalla legge? Anche se il sistema giudiziario è malato, questo è il metodo pacifico di ottenere dei risultati. Solo questi metodi possono convincere le persone che non sono consapevoli: se usi metodi violenti, potresti anche ottenere i risultati desiderati ma non avrai mai un grande consenso o un’ampia consapevolezza attorno alle motivazioni che sostengono il tuo attivismo.

L’ideologia degli attori giuridici rivela una sorta di ‘sacralità‘ nella concezione dello stato. Questa visione si estende anche al di fuori del potere giudiziario?

Certamente. Pervade la nostra cultura: se non fosse così nella mente della maggior parte dei cittadini turchi, non accadrebbe nemmeno nel settore giudiziario. La definisco una CULTURA DI OBBEDIENZA: permane dall’impero Ottomano, questa piena fiducia nello Stato e nel leader di tale stato. Sultano o meno, è cambiato solo il capo.

Come procede l’iniziativa della sua associazione, il ‘Museo dei crimini del pensiero’? È un museo virtuale e lei in un’intervista ha spiegato che l’URL non è in Turchia perché non possa essere facilmente chiuso. Però si è detto sicuro che dopo il primo Aprile 2015, quanto sono comparsi on-line i busti di famosi politici nel corridoio del museo, il sito sarebbe stato censurato.

Non è successo! Sono scioccato! Forse temono che censurandolo il sito diventerebbe più famoso, più persone ne verrebbero a conoscenza. Comunque, non possono distruggere il nostro museo: per questo non abbiamo voluto realizzarlo realmente, ma solo nel mondo virtuale. I nostri concittadini hanno ormai imparando ad usare VPN, proxy ed ogni altra forma di tecnologia per aggirare le censure del governo.

A questo link, il video di promozione del museo virtuale. Antenna (Iniziativa per la Libertà di Espressione) è un menbro di IFEX, un ombrello per molti artisti, giornalisti, attivisti e organizzazioni per i diritti umani a livello internazionale. 

Sofia Verza

Laureanda in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), che realizza un lavoro di lobbying per l'entrata della Turchia nell' Unione Europea, ricercando nel campo della libertà di espressione. Dal 2014 è vice- presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, che si occupa di sensibilizzazione sulla questione israelo- palestinese e realizza progetti di cooperazione in Cisgiordania. 

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