Le zanzare che non facevano nascere i bambini

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Foto: Unimondo.org

Qualche settimana fa un collega ha approfondito il tema delle migrazioni delle cicogne. Ora io vi racconto delle zanzare. E badate, Unimondo non si è convertito a testata esopiana, che attraverso favole e animali dagli umani sentimenti narra di vicende e di vite, di morali e lieti fine. Sappiamo fin troppo bene quanto il nostro destino sia inesorabilmente legato agli altri esseri viventi che popolano il pianeta, siano essi mammiferi, uccelli, insetti od organismi vegetali. Sappiamo anche fin troppo bene quanto il cambiamento climatico, l’evoluzione (o l’involuzione?) del nostro ecosistema e la perdita di biodiversità non solo influenzino pesantemente le nostre abitudini e le nostre prospettive declinate al futuro, ma ancor più drasticamente e urgentemente confluiscano nel nostro quotidiano. Anche se non ce ne accorgiamo o non vogliamo vedere ciò che scintilla davanti ai nostri occhi. O che ci ronza in testa. O intorno, appunto.

Facciamo un esempio, e diamogli un nome: aedes aegypti, oppure aedes albopictus. Zanzare, fastidiose perché disturbano il sonno e provocano irritazioni con le loro punture, ma odiose ancor più quando trasmettono virus come la malaria, la febbre dengue, la febbre gialla e la febbre zika, salita agli onori della cronaca solo recentemente e derivante il proprio nome dal bosco ugandese dove per la prima volta fu isolata su una scimmia nel 1947. Un virus di cui ancora poco ci è chiaro, a partire dal fatto che non esiste ancora un vaccino per prevenirlo. Un virus che si manifesta con macchie rossastre su pelle e palpebre, dolori muscolari, febbre a intermittenza, dolori articolari e cefalee. Anche se sopravvive al di sotto dei 2.200 mslm, facendo di acque in ristagno il suo habitat prescelto, questa zanzara non uccide. Mette però in serio pericolo la salute dei feti che, secondo scrupolose analisi, possono nascere con gravi malformazioni, come ad esempio la microcefalia.

Timori fondati a quanto pare, se l’European Centre for Desease prevention and Control (ECDC) ha ritenuto opportuno sconsigliare vivamente alle donne incinte di recarsi in numerosi Paesi di America Latina e Caraibi. Una decisione esagerata, se il virus è rimasto fino ad ora poco diffuso in Africa e silente per decenni? A scatenare l’allarme una donna delle Hawaii che ha contratto il virus durante una vacanza in Brasile, allarme tra l’altro raccolto dalla Colombia, che ha sollecitato le potenziali mamme ad astenersi dal mettere al mondo un figlio nei prossimi 6-8 mesi. Il Ministro della Salute, Alejandro Gaviria, ha precisato che “non si tratta di un invito ad astenersi da rapporti sessuali, ma dal rischio attuale di far nascere bambini con gravi patologie”. Dichiarazioni che diffondono inquietudini non solo tra i più ansiosi, a fronte di più di 13 mila casi sospetti registrati, anche se solo 776 confermati da analisi di laboratorio che riguardano donne in stato di gravidanza, neonati e bambini con problemi neurologici come crisi epilettiche e disfunzioni alla vista e nella crescita. Il dato aumenta però se torniamo in Brasile, dove i casi di malformazioni congenite rilevati dall’autunno 2015 ad oggi sono quasi 4 mila (e 5 i decessi infantili già registrati).

Ma come ha fatto Zika a imparare all’improvviso come compromettere gravemente lo sviluppo degli embrioni umani? La domanda rimane ancora senza risposta, risposta che forse potrebbe però nascondersi in una sequenza del cosiddetto “jumping DNA”, utilizzato durante esperimenti sul vettore del virus. Un’ipotesi che, se si dimostrasse vera, porrebbe urgenti questioni riguardanti l’utilizzo di insetti geneticamente modificati, il cui uso non solo è in programma per contenere - e forse debellare - virus come la malaria, ma anche per arginare lo stesso Zika. I fondati timori degli scienziati che rimangono scettici sull’attuazione di queste soluzioni sono avallati dalla possibilità che il virus operi nuove mutazioni, che potrebbero creare veri e propri mostri e rivelarsi decisamente più pericolosi per il genoma umano.

Di certo l’idea di eliminare dal pianeta quei fastidiosi - e appunto spesso pericolosi - insetti è di primo acchito allettante ma… cosa accadrebbe agli ecosistemi se sparissero in pochi anni, magari perché esemplari geneticamente modificati (come ad esempio maschi sterili) siano stati immessi in natura con l’intento di impedire la riproduzione delle femmine? Le conseguenze sarebbero gravi per la catena della vita, coinvolgendo pipistrelli, uccelli e gli stessi processi di impollinazione (le zanzare maschio non si nutrono di sangue ma di nettare), anche se i sostenitori dello sterminio ne pronosticano la sostituzione da parte di altri insetti concorrenti. Quello che possiamo dire è che la certezza che abbiamo si riduce paradossalmente all’imprevedibilità di questi processi: è quindi auspicabile un’estrema cautela per accompagnare qualunque decisione venga presa sul tema, anche alla luce degli enormi costi che uno sterminio globale potrebbe comportare e delle alternative possibili.

Anna Molinari

Laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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