Le tracce cancerogene nell’outdoor…

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Lo scorso mese di settembre con la campagna Detox OutdoorGreenpeace aveva pubblicamente chiesto ad alcuni famosi marchi dell’outdoor se utilizzassero PFC nei loro prodotti. I PFC o composti perfluorurati sono molecole da decenni largamente impiegate nell’industria, non solo dell’outdoor, in virtù di alcune caratteristiche fisiche capaci di conferire una particolare resistenza termica ed una eccezionale impermeabilità. Caratteristiche che hanno reso estremamente differenziato l’impiego dei PFC (polimeri plastici, carta, fibre tessili e pellame, schiume antincendio, cosmetici, casalinghi, e molto altro ancora). Purtroppo queste molecole, che degradano molto lentamente, causano contaminazione ambientale e sono in grado di bioaccumularsi negli organismi viventi, concentrandosi nella catena alimentare e portando ad una contaminazione pressoché irreversibile. Sono stati trovati perfino nelle aree più remote del pianeta, in animali come delfini, orsi polari e nel sangue umano. Recenti studi scientifici, sia di laboratorio, in vitro, in vivo, che studi epidemiologici, hanno dimostrato che questi composti sono in grado di causare un’ampia gamma di effetti avversi e l’esposizione potrebbe anche incrementare la permeabilità cellulare nei confronti di altri composti tossici, come ad esempio le diossine, potenziandone l’azione. Inoltre, l’interruzione della comunicazione cellulare, di per sé fondamentale per la crescita della cellula, può tradursi nella promozione di una crescita cellulare anormale, e dunque nello sviluppo di tumori, specie in caso di esposizione cronica.

Nonostante la pericolosità dei PFC la maggior parte dei brand, alla domanda di Greenpeace aveva risposto di sì, ma senza indicare in che quantità e in quali prodotti venissero utilizzati. A quel punto Greenpeace ha chiesto a chiunque volesse informazioni di votare i suoi articoli preferiti: “In poche settimane abbiamo raccolto più di 30.000 voti dagli appassionati di tutto il mondo sul nostro sito e, successivamente, abbiamo acquistato i quaranta prodotti più votati per inviarli a un laboratorio indipendente per le analisi, che sono state effettuate due volte e separatamente, su uno o più pezzi di ogni singolo articolo” ha spiegato l’ong. I prodotti analizzati nella presente indagine sono stati acquistati nella quasi totalità dei casi in negozi monomarca o specializzati e solo in alcuni casi, online. Mentre erano ancora nel negozio gli articoli, una volta privati delle etichette sono stati inseriti in sacchetti di polietilene ed immediatamente sigillati onde evitare qualsiasi forma di contaminazione durante il trasporto. Tra quei 30.000 mila maniaci dell’outdoor, convinti che se hai freddo o ti bagni è perché “non esiste il cattivo tempo, ma solo il cattivo equipaggiamento” c’ero anch’io, che da profondo estimatore della responsabilità sociale ed ecologica di Patagonia avevo votato la giacca di punta della nota marca americana. Come è andata a finire? 

Greenpeace ha presentato lo scorso 25 gennaio a Ispo Monaco, la maggiore fiera del settore outdoor in Europa, il rapportoTracce nascoste nell’outdoor” dal quale emerge che “Sostanze chimiche pericolose e persistenti, dannose per la salute e l’ambiente, sono state trovate nei prodotti dei maggiori marchi del settore outdoor, non solo nell’abbigliamento, ma anche in scarpe, tende, zaini, corde e perfino sacchi a pelo. Marchi come The North Face, Patagonia, Mammut, Salewa e Columbia continuano a usare PFC per impermeabilizzare i loro prodotti nonostante si dichiarino a parole sostenibili e amanti della naturaha spiegato Mirjam Kopp, la responsabile del progetto Detox Outdoor. I risultati delle analisi, infatti, hanno confermato la presenza di PFC nel 90% dei prodotti analizzati. Tra questi “In ben 18 prodotti abbiamo trovato concentrazioni elevate di PFC a catena lunga, ovvero i più pericolosi, nonostante la maggior parte dei marchi dichiari pubblicamente di aver eliminato questi composti dai loro prodotti. Il PFOA (Acido Perfluoroottanoico) ad esempio è un PFC a catena lunga responsabile di numerose patologie e malattie gravi come il cancro, ed è stato individuato in alcuni prodotti di marchi molto popolari come The North Face, Salewa e Mammut. Questa sostanza è già sottoposta a severe limitazioni in Norvegia. I nostri risultati al momento confermano lo scarso rispetto di questi marchi per la natura e per la nostra salute: non si fanno scrupolo di usare sostanze chimiche pericolose nelle loro filiere produttive” ha puntualizzato Kopp.

Greenpeace ha fatto notare che “Negli ultimi anni molti marchi dell’outdoor hanno abbandonato i Pfc a catena lunga a favore di quelli a catena corta, sostenendo che fossero un’alternativa meno dannosa. Eppure, recentemente, più di 200 scienziati da 38 Paesi hanno firmato la Dichiarazione di Madrid che raccomanda di evitare l’uso di tutti i Pfc, inclusi quelli a catena corta, nella produzione dei beni di consumo”. Al momento, nell'indagine di Greenpeace, solo quattro articoli, il 10% di quelli analizzati, sono risultati totalmente privi di PFC, “a dimostrazione del fatto che solo poche aziende si stanno muovendo nella direzione giusta” ha spiegato Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. Gli unici prodotti senza “macchia” sono risultate due giacche, una della marca Vaude e l’altra della marca Jack Wolfskin (che era l’unica etichettata come “PFC-free”), uno zaino della marca Haglöfs e un paio di guanti della marca The North Face. Questo risultato, anche se limitato a pochi prodotti, indica che è possibile produrre abbigliamento impermeabile non utilizzando sostanze chimiche così pericolose.

Al momento Patagonia, che ha fatto da sempre della sostenibilità la sua bandiera, non ha abbandonato totalmente i PFC e secondo l'analisi di Greenpeace registra ancora alte concentrazioni di perfluorurati a catena corta almeno in una delle sue giacche, anche se ha annunciato di aver già intrapreso importanti investimenti "per sviluppare al meglio la chimica per l'abbigliamento outdoor attraverso alternative prive di fluorocarbonio" e a base di "materie prime naturali, senza per questo sacrificare le prestazioni o ridurre la durata dei nostri prodotti". Il primo marchio del settore outdoor ad annunciare ufficialmente l’impegno Detox è stato, invece, Páramo Directional Clothing. Il marchio inglese ha già eliminato i Pfc dall’intera catena di produzione, mostrando che è possibile produrre attrezzatura priva di Pfc di altissima qualità e dettando uno standard per il settore. “Insieme a tutti gli amanti della natura e degli sport all’aria aperta sfidiamo anche altre marche a mostrarci veramente cosa vuol dire essere aziende leader nel rispetto dell’ambiente: per questo motivo stiamo chiedendo con una petizione a due aziende leader come Mammut e The North Face di smettere subito di usare sostanze chimiche così pericolose sottoscrivendo un impegno Detoxha concludo la Kopp. La comunità outdoor e le sue aziende sapranno avere la forza per generare un cambiamento radicale in tutto il settore?

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e redattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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