Le pale eoliche uccidono le balene?

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Foto: Facebook.com

E’ successo qualche settimana fa: due balene morte sono state rinvenute sul litorale di Suffolk, nell’Inghilterra orientale, e una terza è stata individuata mentre galleggiava nel mare antistante. Tre morti che hanno sollevato un gran polverone mediatico oltremanica, di cui gran parte originato dalle dichiarazioni di un assistente bagnanti. Una vicenda che deve farci riflettere non solo sugli ostacoli correlati all’evoluzione delle energie rinnovabili e alla tutela dei grandi mammiferi marini, ma anche sui rischi che possiamo incontrare come giornalisti di diffondere, per superficialità, urgenza o pregiudizio, notizie non verificate.

La prima delle inesattezze è naïve, ma sufficiente ad attivare i radar della nostra attenzione: pur appartenendo ognuna a una specie diversa, le balene sono arbitrariamente quanto teneramente diventate “una famiglia”. La seconda imprecisione ha un peso decisamente diverso, alludendo a una connessione tra la morte dei cetacei e il rumore provocato dalla costruzione di un parco eolico offshore, nonostante lo spostamento di materiali fosse terminato da oltre due mesi.

Non è purtroppo raro che le balene finiscano per spiaggiarsi lungo le coste del Regno Unito, compresa la zona di Suffolk: numerosi sono i report che ce ne offrono testimonianza, compresa la documentazione dello UK Cetacean Strandings Investigation Programme (CSIP) che raccoglie dati per il governo e che, secondo gli ultimi rilievi disponibili (2015) conta 88 esemplari di balene arenati sulle spiagge britanniche.

L’interesse suscitato però da questo episodio è strettamente collegato ai commenti riportati a margine della vicenda, che insinuano un rapporto di causa-effetto tra la messa in funzione delle turbine a vento e la capacità delle balenottere di comunicare in maniera corretta attraverso l’utilizzo dei propri radar. Se ne deduce che le vibrazioni delle pale e il suono provocato confondano i cetacei, come riportato anche da fonti autorevoli come The Times. Il fatto viene però smentito da un post sulla pagina Facebook ufficiale del CSIP, che espone chiaramente come “sia improbabile che gli eventi siano correlati dato il diverso grado di decomposizione” dei mammiferi, punto di vista confermato anche da una dichiarazione del British Divers Marine Rescue Service.

In effetti, dichiarazioni governative ufficiali del Joint Nature Conservation Committee (JNCC) ammettono evidenti difficoltà sia nel trovare un collegamento causale tra gli spiaggiamenti, sia nel distinguere tra le cause umane e quelle ambientali che possono provocare la morte delle balene: si va da ragioni legate al restare impigliate in attrezzatura utilizzata nella pesca (oltre il 50% delle balene spiaggiate tra il 1990 e il 2010 in Scozia) agli urti contro le navi o al rumore provocato dal loro passaggio che mette temporaneamente fuori uso i radar dei cetacei, nonché alle morti per fame o per assorbimento di sostanze inquinanti.

Altro elemento da non sottovalutare, pur se non ancora confermato per le balene, è la variazione nella distribuzione delle specie marine nel Mare del Nord, che sta subendo importanti modifiche a causa dei cambiamenti climatici in atto, che negli ultimi 30 anni hanno provocato l’innalzamento della temperatura dell’acqua di 1,3°C.

Quanto al rumore subacqueo, una prima indagine al riguardo è stata pubblicata congiuntamente nel novembre del 2016 dal Centre for Environment, Fisheries and Aquaculture Science (Cefas), dal Marine Scotland Science e dall’Università di Exeter, con lo scopo di registrare i suoni percepiti sotto la superficie, proprio con l’intento di valutare al meglio gli effetti sull’ecosistema marino e permettere di sviluppare le migliori tecnologie necessarie a un’attività umana che riduca al minimo il proprio impatto ambientale.

E’ pur vero che i parchi eolici offshore vengono per il momento costruiti su fondamenta trasportate al largo e innestate sul fondale marino attraverso perforazioni che silenziose non sono: è quindi plausibile che le balenottere risultino effettivamente disturbate dai rumori subacquei, anche se questa non sembra essere una tra le prime delle cause elencate in una ipotetica lista che contiene per esempio anche l’uso di sonar, i quali provocano modifiche nel modo di comunicare dei cetacei. Potenzialmente gli spiaggiamenti potrebbero quindi derivare anche da una reazione ai suoni provocati dai parchi eolici, ma è bene non affrettare le conclusioni, dato che altri suoni subacquei potrebbero aver indotto le balenottere a un comportamento anomalo, come ad esempio le armi ad aria compressa utilizzate nei test sismici per l’estrazione di gas e petrolio o, appunto, i sonar delle navi. E, se la differenza tra il rumore provocato per la costruzione delle turbine e quello invece causato dal loro normale funzionamento è decisamente notevole e rilevante, occorre anche precisare che la tecnologia si sta orientando verso il montaggio di pale eoliche non solo tramite un “avvitamento” in loco che permetterebbe di ridurre notevolmente il rumore in fase di installazione, ma anche attraverso un sistema di turbine galleggianti.

Le conclusioni che a questo punto possiamo trarre ci invitano a una riflessione non solo sulle ricadute delle attività umane sull’ambiente terrestre e marino, ma anche sulla comunicazione disattenta e inaccurata di notizie emotivamente strumentalizzabili, che vanno monitorate e verificate con attenzione e che sono di fondamentale rilevanza per una lettura informata e il più possibile obiettiva di fatti come quello accaduto sulle coste inglesi, di certo allarmante e da non sottovalutare, ma anche da interpretare all’interno di una complessità di elementi che spesso la superficialità di una notizia non ci fornisce.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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