Le isole del tesoro!

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Se è vero che ogni anno l’Australia accetta un buon numero di rifugiati che arrivano sull’isola con regolari voli di linea attraverso i canali delle Nazioni Unite, per i migranti che cercano di raggiungerla via mare in maniera “illegale” Canberra ha ideato la così detta “Pacific solution”. Ne avevamo già parlato nel 2012 e nel 2014 di questo particolare programma di “gestione offshore” degli immigrati “irregolari” che prevede il loro spostamento forzato dall’Australia su alcune isole del Pacifico, tra cui la repubblica di Nauru, considerata la repubblica indipendente più piccola del mondo e l’isola di Manus che fa parte della Papua Nuova Guinea. Da qui quasi tutti i migranti vengono rimandati nelle nazioni di origine dopo essere stati sottoposti a trattamenti crudeli e degradanti, in alcuni casi per anni, solo per aver cercato una nuova vita sulle coste australiane. Di fatto queste isole sono diventate dei centri di detenzione con alcuni “vantaggi”: i disperati che bussano alle porte di Canberra sono tolti dalla vista degli australiani; il Governo può evitare di preoccuparsi dei loro diritti umani, visto che sono trattenuti in paesi stranieri dove la giurisdizione australiana non conta nulla ed infine in questo modo è possibile lucrare (e non poco) sui migranti.

Secondo il rapporto di Amnesty InternationalL’i$ola del tesoro, la multinazionale spagnola Ferrovial e la sua sussidiaria australiana Broadspectrum (acquisita da Ferrovial nell’aprile del 2016) stanno facendo i milioni sulle persone migranti trattenute sull’isola di Nauru e di Manus. Le attività di Broadspectrum che riguardano solo la gestione dei due centri detentivi nel 2016 “hanno prodotto 1,646 miliardi di dollari australiani di utili, un incredibile 45% del totale delle entrate dell’azienda” e sempre nel 2016 “i ricavi di Ferrovial dal settore dei servizi, in cui sono incluse le operazioni di Nauru e Manus, sono aumentati del 24,1%” mentre il valore totale del contratto tra il governo australiano e Broadspectrum è di 2,5 miliardi di dollari australiani in tre anni e mezzo. Per questo secondo Luicy Graham, ricercatrice di Amnesty su aziende e diritti umaniIl governo australiano ha fatto di Nauru un’isola di disperazione per i rifugiati e i richiedenti asilo, ma anche un’isola del profitto per aziende che fatturano milioni di dollari grazie a un sistema così volutamente e palesemente crudele da costituire tortura”.

Così, mentre Ferrovial e Broadspectrum fanno ampi profitti, le persone intrappolate sull’isola di Nauru e su quella di Manus trascorrono un’esistenza inumana in prigionia, visto che non solo è stato negato loro l’ingresso in Australia, ma non sanno neanche se e quando sarà loro permesso di lasciare queste “isole del tesoro”. Per Amnesty non solo Broadspectrum è a conoscenza delle condizioni in cui si trovano i richiedenti asilo e i rifugiati, ma in alcuni casi il suo personale, in subappalto alla Wilson Security, si è reso responsabile di veri e propri reati. “Persino persone riconosciute rifugiate - ha spiegato l’ong - non possono lasciare l’isola e subiscono aggressioni, anche di natura sessuale, da parte del personale del centro, senza che nessuno risponda di queste azioni”. Alla data del 30 aprile 2015 erano state presentate già 30 denunce di abusi su minori, 15 denunce di aggressioni sessuali o stupro e quattro denunce relative a prestazioni sessuali in cambio di fornitura di merce di contrabbando.

Nessuno al momento sembra voler assumersi la responsabilità di quanto accade. Broadspectrum e Ferrovial hanno risposto ad Amnesty International che nessuna delle due “opera nel centro di Nauru” e il Governo australiano a sua volta afferma che “il centro è gestito dal Governo di Nauru”, che a sua volta ha addossato ad altre realtà appaltatrici le responsabilità. “Dalle nostre ricerche, invece, è emerso che Broadspectrum gestisce quotidianamente il centro e esercita un controllo effettivo sulla vita quotidiana dei richiedenti asilo e dei rifugiati, per conto del governo australiano e con la supervisione e il controllo finali di quest’ultimo” ha spiegato Amnesty. Intanto negli scorsi mesi, in un documento interno, Broadspectrum ha avvisato i suoi dipendenti che possono essere licenziati se forniranno informazioni sulle attività svolte a Nauru. Una segretezza che tutela anche il contratto sulla base del quale Broadspectrum e Wilson Services operano a Nauru e Manus, le cui clausole non sono completamente pubbliche. “Il segreto di questi contratti consente a Broadspectrum e Ferrovial di nascondere l’esatto ammontare dei profitti che realizzano grazie alle violazioni dei diritti umani, mentre le rigide clausole di confidenzialità imposte dal governo australiano permettono di nascondere la dimensione di queste violazioni”, ha sottolineato la Graham.

Poiché il contratto di Broadspectrum col Governo australiano per la gestione dei migranti "offshore" termina a ottobre, Amnesty sta cercando di sensibilizzare tutte le aziende australiane a non accettare un accordo commerciale che permetta di fare profitti sulla tortura. Per la Graham “Le aziende che stanno considerando l’ipotesi di subentrare devono sapere che sarebbero complici di un sistema intenzionalmente abusivo, contravverrebbero alle loro responsabilità in materia di diritti umani e si esporrebbero a denunce penali e a richieste di risarcimento danni”. Per questo nessun’azienda dovrebbe operare a Nauru e Manus, visto che stando a quanto emerge dal report la situazione in queste due isole è così compromessa che sarebbe impossibile operarvi senza contribuire a gravi violazioni dei diritti umani ed esporsi così a possibili ripercussioni. 

Alla luce di quanto emerso Amnesty ha chiesto al Governo australiano di "trasferire al più presto sul suo territorio tutti i richiedenti asilo e i rifugiati attualmente a Nauru e Manus", assicurandosi che tutti coloro che sono già in possesso dello status di rifugiato abbiano il diritto di risiedere in Australia e ha suggerito di "collaborare con tutte le offerte di cooperazione e assistenza internazionale per il reinsediamento dei rifugiati in un paese terzo, se i rifugiati desiderano essere reinsediati e sono in grado di prendere una decisione pienamente informata e libera”.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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