Le criptovalute: l’inizio della rivoluzione?

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Immagine: Tradingmania.it

Va da sé, non é semplice assimilare le logiche delle valute virtuali o criptocurrencies. Cosí come non si capisce dove finiscano le nostre capacitá cognitive e dovi inizi il pregiudizio verso qualcosa di cosí nuovo, strano, ancora avvolto dall’enigma, dissuaso dai grandi gruppi finanziari, e di conseguenza “sospetto”. É innegabile che negli ultimi anni le valute digitali si siano anche prestate a usi immorali o alquanto discutibili, ma quale egregia banca privata Svizzera non lo fa?

La realtá é che siamo di fronte alla tecnologia probabilmente piú innovativa degli ultimi anni: la BlockChain. Si tratta della tecnologia sottostante alle monete virtuali, dotata di un potenziale enorme, per lo piú inesplorato, nel trasformare i nostri sistemi economici, la nostra societá, nello stravolgere la vita di sempre piú persone, anche la nostra. Non a caso, per tanti teorici essa rappresenta la seconda generazione di Internet, la vera transizione a un’economia globale, senza barriere. Una tecnologia ben piú altisonante di tanti fenomeni di massa attuali, come i big data, l’intelligenza artificiale, la robotica, capace di ridimensionare il ruolo dominante dei social media, pur convivendoci pacificamente. Per questo motivo é bene non fraintenderne lo schema e le buone intenzioni.

Siamo nel 2008. A poche settimane dal fallimento del colosso Lehman Brothers, mentre si dibatteva sulle modalitá di salvataggio delle piu grandi banche d’investimento, veniva pubblicato un documento su una piattaforma di criptografi in cui si proponeva il modello di un sistema monetario totalmente inedito: “Bitcoin: a peer-to-peer electronic cash system”. Il paper illustrava come un meccanismo di trasferimento di denaro contante da un utente all’altro fosse possibile senza passare da un intermediario finanziario, evitando in questo modo il noto problema del double spending. L’autore visionario, fondatore virtuale del Bitcoin, si firma con lo pseudonimo Satoshi Nakamoto, e la rivoluzione anarchico-monetaria ha inizio. La stessa che da qualche anno divide coloro che ne sono estremamente attratti da quanti ne sono scettici o impauriti. Di fatto, ad oggi, lo stesso Bitcoin che nel 2010 valeva 7 centesimi di dollaro, ha sfondato il muro dei 4.700 dollari, con una crescita che sfiora il 400% da inizio 2017.

Ma non confondiamoci, il Bitcoin é solo una criptovaluta, come ormai ce ne sono a centinaia, un bene il cui prezzo oscilla e che dovrebbe interessarci solo qualora fossimo speculatori. Concentriamoci piuttosto sulle implicazioni della Blockchain, una tecnologia che ci permette di avere una moneta digitale decentralizzata, che soppianta le varie monete legali controllate dagli stati sovrani. Pensiamo all’idea di una moneta sicura, che non si appoggia a nessun istituto o rete bancaria, bensí a una infrastruttura digitale, distribuita capillarmente e democraticamente senza confini, a portata di cellulare. Ció che qui ci deve intrigare non sono tanto le monete tintinnanti, quanto le molteplici applicazioni di questa scienza innovativa. Per la prima volta nella storia, persone da ogni dove possono realizzare transazioni peer-to-peer, la cui fiducia non é stabilita da una terza parte, ma dalla collaborazione reciproca, dalla criptografia e da codici intelligenti indelebili e immutabili.

In estrema sintesi, come funziona? Non parliamo piú di tecnologia delle informazioni ma tecnologia dei beni. I beni (denaro, titoli, marchi commerciali, contratti, proprietá intellettuali, arte, musica, capitale sociale, etc.) sono digitalizzati e vengono distribuiti attraverso un registro globale, utilizzando la criptografia piú sofisticata. Quando questi beni vengono commerciati, la transazione viene pubblicata su milioni di computer a livello mondiale.

A questo punto i cosiddetti miners (minatori, che attualmente gestiscono una potenza tecnologica fino a 100 volte piú performante di Google) elaborano queste transazioni, che circa ogni 10 minuti vengono immagazzinate in un “mattoncino”. Per fare ció i miners sono chiamati a risolvere svariati problemi e competono fra di loro. L’obiettivo é quello di trovare la veritá o “validare” i mattoncini, per i quali saranno remunerati in valuta digitale. Successivamente quel mattoncino sará agganciato al precedente mattoncino e cosí via, fino a creare una catena di mattoncini (la Blockchain appunto), ognuno dei quali é codificato nel tempo con un sigillo digitale.

Perché parlo di tecnologia molto piú sicura dei sistemi informatici bancari? Perché se voglio hackerare uno di questi mattoncini e, per esempio, pagare due persone allo stesso tempo con lo stesso denaro, devo riuscire a “violare” illegalmente quel mattoncino, piú tutti quanti i mattoncini precedenti che compongono la catena, sostanzialmente l’intera storia commerciale di quella Blockchain, immagazzinata contemporaneamente su milioni di computer, che utilizzano l’ultimo grido in termini di livello di criptaggio, il tutto sfuggendo alla piú potente risorsa informatica vivente. Missione pressoché impossibile.

Ora serve fare il passo successivo. Come si puó sfruttare questa tecnologia per rendere il mondo un posto migliore? Don Tapstocc lo spiega magistralmente in una presentazione TED di circa un anno fa. Ad oggi, una transazione con una carta di credito richiede una miriade di passaggi su diversi sistemi informatici per terminare in un “accordo” tra le parti e l’aggiornamento dei conti. Con un nuovo sistema finanziario basato sulla Blockchain il pagamento e l’accordo sarebbero la stessa cosa, perché racchiusi nella stessa operazione (un cambio elementare nel registro). I vantaggi sarebbero palpabili ed immediati.

Negli anni si sono sviluppati varie Blockchain. Una di queste é la Ethereum Blockchain, in grado di fabbricare contratti intelligenti tra persone, cioé contratti che si auto eseguono, senza bisogno di passare per avalli legali o burocratici. Mentre sto scrivendo, su Ethereum si stanno implementando progetti innovativi come sostituire una borsa valori o creare un nuovo modello democratico dove i politici rispondono direttamente delle loro azioni. Le potenzialitá della Blockchain continuano a moltiplicarsi l’una con l’altra grazie un vortice vibrante di cervelli, spesso ventenni. Wall Street e l’industria finanziaria nel suo insieme si sentono minacciati dal nuovo modello di banca personale. Non hanno ancora capito come e quanto ne verranno indeboliti o (chissá?) risucchiati.

Di fatto, a noi comuni mortali, perchè dovrebbe interessarci? La crescente disuguaglianza della societá moderna non ci pone piú di fronte a un bisogno di ridistribuzione della ricchezza, finora di scarso successo, ma alla necessitá di rendere democratica in primo luogo la sua creazione, una pre-distribuzione delle risorse. Includendo piú persone nell’economia, assicurando salari piú giusti. Le applicazioni descritte da Tapstocc hanno il fascino delle grandi scoperte ed hanno tutte un comune obiettivo: prosperitá condivisa. Da un sistema inalterabile di registro e titolarizzazione dei terreni, per proteggere i diritti di proprietá nei paesi poveri, all’affermazione di una vera economia condivisa di beni e servizi (non in stile societá per azioni Airbnb, Uber o Alibaba). La Blockchain ci permetterebbe inoltre di riappropriarci del controllo delle nostre identitá, dei nostri dati personali, probabilmente il bene piú prezioso che abbiamo. Oppure, se siamo creatori di valore, musicisti per esempio, potremmo difendere i nostri diritti d’autore e garantirci una compensazione onesta per il nostro lavoro (invece di dipendere da potenti case discografiche), registrando le nostre canzoni su un ecosistema Blockchain.

Ma forse l’applicazione piú dirompente é legata al mondo della microfinanza, e a quegli oltre due miliardi di persone dimenticate dall’industria finanziaria tradizionale (quasi il 40% della popolazione mondiale). Sapevate che il piu grande flusso di denaro dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo non é rappresentato da investimenti o aiuti umanitari, bensí rimesse? La Blockchain aiuterebbe in un colpo solo a tagliare tempi e commissioni finanziarie affinché le famiglie degli espatriati possano ricevere quei pagamenti. Everex, che ha da poco concluso la sua Initial Coin Offering (ICO), é una compagnia che realizza microcredito a livello globale, consente di realizzare bonifici immediati di monete virtuali e di comprare altre valute, relegando le banche al ruolo di istituzioni di fiducia per fissare il cambio col denaro digitale. Bitpesa é un’altra piattaforma che canalizza pagamenti peer-to-peer in diverse valute in Africa.

Insomma, l’inclusione finanziaria del Terzo Mondo sta evolvendo, a braccetto con la Blockchain, e arriva dove prima non sarebbe riuscita a costi sempre piú efficienti. Gli smartphones a 5-10 dollari sono dietro l’angolo e presto metteranno moltissima gente nelle condizioni di essere connessi a un network e di possedere un portafoglio digitale sul telefono. Avranno una maggiore capacitá di commerciare e risparmiare. Anche loro avranno delle risorse da muovere.

La rivoluzione ha da poco varcato la sua linea di partenza. Anche se sta giá alterando grandi marchi e programmi universitari, la vera rivoluzione avverrá nei prossimi anni. I lavori cambieranno in base ai contratti intelligenti, cambierá l’assetto di tante grandi aziende, che inizieranno ad adottare queste tecnologie e a servire quella popolazione che oggi lotta per una porzione di riso al giorno. L’ottica é di lungo termine, certo, ma é adesso che dobbiamo cominciare a demistificare il fenomeno, a sottolinearne le potenzialitá positive e criticarne le limitazioni. Il capitalismo é prosperato grazie all’esclusione degli altri dai mercati, e utilizza il principio di scarsitá come base di funzionamento. Quindi cosa succederá quando i soldi non saranno piú scarsi o concentrati?

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sto per abbandonare, a malincuore, la década dei 20. Non mi sono mai sentito troppo italiano. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente.

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