Le Hawaii e i filtri solari che uccidono la coral reef

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Foto: Greenme.it

Ci hanno sempre detto – e ci continuano a raccomandare – di abbondare nello spalmarci ripetutamente la pelle con creme solari ad alto fattore di protezione per proteggerci dalle radiazioni ultraviolette. Una buona abitudine che ci permette di esporci al sole riducendo notevolmente le conseguenze dei raggi solari sul nostro corpo, soprattutto se pensiamo che, per assorbire la quantità giornaliera di luce solare necessaria all’organismo principalmente per l’assunzione di vitamine come la D, basterebbero non più di dieci minuti, e solo per viso e mani. Ma in particolare un’abitudine che ci permette di arginare conseguenze indesiderate che in scala di gravità crecente vanno da fastidiosi eritemi ai tumori della pelle.

Oggi però non siamo qui per parlare di noi, ma di quello che le nostre pratiche provocano sull’ambiente che ci circonda: siamo qui per riflettere sulle ricadute dell’utilizzo delle creme solari sull’ecosistema marino. Lo spunto ci viene da una proposta di legge di un senatore delle isole Hawaii, Will Espero, che ha suggerito l’adozione di un provvedimento che vieti l’utilizzo di creme solari contenenti Octyl methoxycinnamate (denominazione INCI, insolubile in acqua) e Oxybenzone. Quest’ultimo è dannoso anche perché penetra attraverso la cute (e viene assorbito dal corpo, tanto che le analisi ne rilevano tracce in campioni di urina) e agisce come fotosensibilizzante, favorendo l’aumento, con l’esposizione della pelle alla luce, di radicali liberi (senza contare che si tratta di un derivato del benzofenone che può attaccare il DNA in presenza di luce, con comprovati legami con lo sviluppo di melanomi). Se in Europa ci si limita al momento all’obbligo di segnalare in etichetta la dicitura “contiene Oxybenzone" quando questo superi la percentuale dello 0,5%, alle Hawaii, per ovvie ragioni di prossimità a uno degli ecosistemi più delicati e preziosi del mondo, la soglia dell’attenzione rimane alta anche per quanto riguarda le conseguenze ambientali nell’utilizzo delle creme solari. Un’urgenza che si fa sempre più pressante se consideriamo notizie recenti come quella diffusa da National Geographic sulla morte della barriera corallina australiana dopo 25 milioni di anni, dimostrando come in pochi decenni l’uomo abbia il potere – e spesso la responsabilità – di distruggere ciò che la natura ha costruito nei secoli.

Ecco perché anche aspetti apparentemente insignificanti – e forse meno evidenti se sull’altro lato della medaglia svettano questioni legate alla protezione della salute dell’uomo – sono invece determinanti per la tutela di un ambiente sempre più fragile e a rischio. I filtri contenuti nelle creme solari infatti, pur come effetto collaterale non intenzionale, quando entriamo a contatto con l’acqua vengono in parte sciacquati via dalla nostra pelle, provocando pesanti danni alle barriere coralline. I ricercatori hanno rilevato concentrazioni di oxybenzone 30 volte superiori ai livelli considerati sicuri per le acque delle Hawaii. Il Dipartimento di Stato per il Territorio e le Risorse Naturali ha dichiarato lo scorso settembre che “studi recenti hanno dimostrato che l’Oxybenzone è causa di deformazioni nelle larve del corallo (planulae), rendendole incapaci di nuotare e formare nuove colonie di coralli. Aumenta inoltre la soglia di sbiancamento del corallo, processo che non solo mette a rischio la salute del reef ma compromette anche la resilienza al cambiamento climatico”.

Le relazioni che hanno indotto il senatore Espero a sottoporre la questione al Parlamento sono state prodotte dal centro di ricerca diretto da Craig Downs, l’Haereticus Environmental Laboratory, e provano che “l’Oxybenzone uccide i coralli o, se non lo fa, li trasforma in fantasmi”. E proprio per impedire questa mattanza silenziosa così dannosa per l’ecosistema, la proposta di legge punta a vietare le creme solari che contengano appunto Oxybenzone e Octyl methoxycinnamate, a meno che l’utilizzatore non abbia una prescrizione medica che lo vincoli a quel prodotto. Una proposta che, come prevedibile, ha sollevato polemiche soprattutto tra i grandi produttori di cosmetici, come L’Oréal, che si è prontamente premurata di evidenziare l’insufficienza di dati tali da giustificare la decisione. Decisione che però, oltre ad essere sostenuta dalle ricerche, è caldeggiata da pescatori, marinai e sportivi che frequentano le isole o sulle isole abitano. E come dare loro torto, considerando che ogni anno circa 14 mila tonnellate di protezioni solari vengono inconsapevolmente riversate negli oceani giorno dopo giorno? Come fare allora per proteggere se stessi e contemporaneamente non danneggiare l’ambiente marino? Per esempio dando un’occhiata alla guida all’utilizzo di filtri solari considerati sicuri (in inglese, ma di facile consultazione) di Environmental Working Group o acquistando prodotti biologici certificati ICEA. Sulla base di una riflessione che riprendiamo proprio dalla pagina di Haereticus Environmental Laboratory: l’originale definizione di haereticus significa ‘capace di scegliere’. Non è un concetto semplice. Implica – o dà per scontato - che le persone siano in grado di ‘conoscere’ […] i dati utili per sapere ciò che è dannoso per la persona e per l’ambiente prima di essere ‘capaci di scegliere’ al meglio”. Qualche informazione in più noi abbiamo provato a cercarla e a condividerla con voi: prima che arrivi il tempo delle vacanze possiamo raccoglierne altre e, appunto, decidere per il meglio.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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