La violenza urbana in America Latina

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La classifica delle 50 città più violente al mondo, emessa come ogni anno dalla ONG messicana Consejo Ciudadano para la Seguridad Pública y Justicia Penal, vede ben 41 città latinoamericane tra quelle che registrano il più alto tasso di omicidi. La classifica è capeggiata nel 2015 da Caracas, capitale del Venezuela, dove si registrano 120 omicidi per ogni 100mila abitanti. Le nazioni che presentano più città con alti tassi di omicidio sono il Brasile (21 città), ed il Venezuela (8). Seguono poi Messico (5), Colombia (3), Honduras (2), cui si aggiungono 4 città statunitensi e 4 sudafricane. Le statistiche si riferiscono solamente alle città con più di 300.000 abitanti, escludendo zone di conflitto bellico e rilevando omicidi volontari e preterintenzionali, ad esempio quelli avvenuti in seguito ad aggressioni a scopo di rapina. Possibili distorsioni, come rileva l’organizzazione che ha elaborato i dati, sono dovute principalmente all’attendibilità delle fonti. Nel caso queste siano governative, infatti, vi può essere un elevato interesse a non presentare dati ufficiali. Questo al fine di minimizzare il problema, o di renderlo comunque molto meno drammatico rispetto alla realtà dei fatti.

Ma perché la maggior parte di queste città si trova in America Latina? Quali sono cioè le maggiori cause della violenza urbana?

La risposta non è semplice né definitiva. Una delle principali spiegazioni, secondo vari studi, va ricercata nella crescita rapida e disordinata di molte città latinoamericane, alimentata da imponenti migrazioni dalle zone rurali verso le città, cui non è seguita un’attenta pianificazione urbana. Basti pensare che nel 1950 meno della metà della popolazione viveva nei centri urbani, mentre nel 2000 si era già arrivati ai tre quarti di abitanti dell’America latina stabilitisi in zone urbane. Habitat, il programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani, stima che entro il 2050 ben l’87% della popolazione latinoamericana vivrà nei centri urbani.

Alla rapida espansione delle città latinoamericane si deve poi aggiungere la questione della disuguaglianza. Nonostante alcuni miglioramenti, l’America Latina resta infatti la regione con il più alto tasso di disuguaglianza del pianeta dopo l’Africa Subsahariana. Secondo i dati della Banca Mondiale e del Centro de Estudios Distributivos, Laborales y Sociales (CEDLAS), il coefficiente Gini riferito all’America Latina è pari al 52,9, e resta piuttosto lontano dai livelli di disuguaglianza di Asia (44,7), Europa dell’est ed Asia centrale (34,7) (l’Africa subsahariana, come detto, si attesta al vertice rispetto al tasso di disuguaglianza, con un coefficiente di Gini del 56,5).

Questi due fattori, la rapida crescita dei centri urbani unita all’alto livello di disuguaglianza, hanno  contribuito all’aumento della segregazione sociale, con la conseguente creazione di quartieri ghetto che si contrappongono a quartieri “bunker”. In questi ultimi gli abitanti più benestanti vivono in una sorta di gabbia dorata, protetti da agenti di sicurezza privata, videocamere a circuito chiuso, muri imponenti corredati da fili spinati o elettrificati. La segregazione è riscontrabile non solo a livello di spazi abitativi, ma si riverbera anche nella qualità dei servizi sociali, educativi, sanitari, che restano marcatamente sbilanciati a sfavore dei meno abbienti. Da un lato la segregazione genera un aumento di sfiducia verso il prossimo, dall’altro la percezione dell’aumento della criminalità crea paura dello spazio pubblico, che cessa di essere potenziale luogo di scambio e diversità.

Vasti settori della popolazione latinoamericana sono rimasti esclusi dai presunti benefici che lo sviluppo avrebbe dovuto portare. La mobilità sociale è praticamente nulla e larghe fasce della popolazione restano senza lavoro, dimora, servizi di salute ed educazione, senza opportunità dunque di partecipare alla vita pubblica ed escluse da ogni possibile ambizione di miglioramento, peggiorata inoltre dalla mancanza di rappresentanza politica. La rapidità dei cambiamenti a livello sociale implica inoltre la perdita di valori di riferimento e la coesistenza di valori tradizionali, come ad esempio quelli propri delle culture indigene con nuovi modelli sociali. Questi ultimi, basati soprattutto sulla competitività ed il consumismo, provocano fratture profonde anche a livello generazionale, e generano frustrazione da nelle fasce più deboli per l’inaccessibilità di molti beni di consumo.

La tragica classifica delle città più violente del mondo non rivela però quali siano le distinte tipologie di omicidio: sarebbe importante analizzare, ad esempio, l’incidenza e la frequenza di femminicidi, omicidi di giornalisti e fotoreporter, di attivisti sociali e politici (pensiamo ad esempio al Messico), o degli omicidi conseguenti a faide tra clan per il narcotraffico.

Ciò che risalta sono le evidenti responsabilità politiche nella mancata pianificazione degli spazi urbani, nella permanenza delle disuguaglianze economiche e sociali e, come testimonia ad esempio il caso del Messico, nella collusione con la criminalità organizzata dedita al narcotraffico. La necessità di promuovere l’integrazione e ridurre le disuguaglianze appare dunque prioritaria nel tentativo di arginare la violenza urbana. 

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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