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La storia del passato. E il futuro?

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Che idea meravigliosa, la storia della pace nel libro The Glorious Art of Peace [La gloriosa arte della pace] di John Gittings, NYC: Oxford University Press, 2012. Qualcosa su cui quasi tutti vorrebbero imparare, l’arte della pace! Come per la storia della salute, del cibo e dell’amore, anziché la storia delle guerre, delle malattie e della fame, dei generali, dei re e degli imperi. Si tratta della storia di qualcosa che può ispirare le persone, fra cui anche gli/le statisti/e, a far meglio. È un libro di testo scolastico più adeguato che i soliti elenchi di regnanti, re e regine (secondo lo schema “divorziato/a-decapitato/a-morto/a-divorziato/a-decapitato/a-sopravvissuto/a”).

La storiografia di Gittings copre sette periodi: “pace antica” basata sulla Grecia e la Cina; la “moralità della pace” del medio evo, da Gesù alle crociate; l’ “approccio umanista” del primo rinascimento moderno con particolare attenzione a Erasmo; poi la “coscienza della pace” dell’illuminismo; le “alternative alla guerra” della Lega delle Nazioni, la composizione pacifica delle dispute, e la nonviolenza (Tolstoj, Gandhi); la “appropriazione impropria della pace” dall’ONU alla guerra fredda; “dare un’opportunità alla pace” dalla guerra fredda all’Iraq. Si focalizza sulla modernità con cinque dei sette periodi, e sull’Occidente, pur con lodevoli escursioni in Cina e India-Russia per il loro impatto sull’Occidente. Mancano: la piccola pace non-occidentale, come per gli Amerindi (confederazione Sioux), i Polinesiani (ho’o pono pono), gli Zulu (ubuntu); come pure: la grande pace non-occidentale fra i massimi paesi al mondo, Cina e India. Tuttavia Gittings copre un bel po’ di materiale pertinente “dall’Iliade all’Iraq”.

La metodologia di Gittings è empirica in quanto a eventi, paesi e personaggi, con citazioni fascinose e foto artistiche; tali elementi li pone in relazione causale e per analogia; sempre in modo interessante. Mancano: esplorazioni teoretiche basate sui condizionamenti, diciamo, naturali (geografici, alimentari); culturali, come il dualismo per i greci, lo yin/yang per i cinesi; strutturali, come le caste/la verticalità dei ceti rispetto all’equità. Tuttavia Gittings offre parecchio materiale grezzo per chi abbia intenti teoretici.

L’impressione principale tratta dal libro è la storia dell’anti-bellicismo svolta da singoli e talvolta da gruppi; in altre parole, la pace negativa contro la violenza. Sulla pace positiva, come costruire equità e armonia, dissolvere traumi e conflitti, c’è quasi nulla.

Ma non c’è da biasimare Gittings per questo; piuttosto, le civiltà che ha esplorato. E appunto questa è ovviamente la ragione per cui abbiamo gli studi per la pace come qualcosa di diverso dagli studi sulla guerra e l’opposizione alla guerra. Peraltro non sono granché meglio altri settori d’indagine. Gli studi sanitari si concentrano sulle patologie e le loro terapie ben più che sulla salute positiva; e solo recentemente la stessa psicologia ha cominciato a spostare il suo baricentro dalle turbe mentali verso una psicologia positiva. Che la gloriosa arte della pace appartenga più alla storia del futuro?

Il gentile riferimento di Gittings a me come “pioniere” nel settore può fungere da invito ad aggiungere qualche parola alla sua visione del futuro. La sua analisi del declino del patriottismo e della disponibilità a morire per le cause degli stati è eccellente. Gli stati, con tanto di ultima ratio regis, bandiere, monumenti, inni, giornate nazionali, costituzioni, eserciti e nemici, sono attualmente in accentuato declino, eccetto forse i maggiori, come Cina-India-Russia-USA. Le guerre coloniali declinarono col colonialismo, le guerre inter-statali stanno declinando con gli stati; occasione perché gli sprovveduti celebrino il trionfo della pace.

C’è molto da imparare dalla storia della salute a questo punto. Il “glorioso” declino delle malattie contagiose, con i microrganismi come agenti di morte, non ha corrisposto al declino delle malattie. Le malattie strutturali del corpo (come i tumori con un tessuto che cresce a spese di altri, e le malattie cardio-vascolari che bloccano l’accesso all’ossigeno) e della mente (come le depressioni, senza sapere come intervengano né come se ne esca), sono diventate le nuove preoccupazioni dell’arte sanitaria. Analogamente, gli stati solevano usare proiettili e bombe – e il fuoco e la fissione nucleare – come agenti di morte, mentre stiamo assistendo a uno spostamento epidemico verso una violenza strutturale fra e all’interno degli stati.

Guardiamo alle élite supreme della conformazione sociale indoeuropea. Gli aristocratici-kshatriyah uccidevano con proiettili sui campi di battaglia. I mercanti-vaisyah con lo sfruttamento – un ceto o una regione che campava a spese di altri/e – uccidendone molti di più col denaro, sul campo di battaglia del mercato. E i chierici/intellettuali-brahmini con la repressione culturale e l’alienazione sui campi di battaglia denominati dibattiti, che limitano la circolazione dell’informazione – l’ossigeno delle società – alla cultura dei dominanti. Ci si focalizza su competizione e lotta, su vincitori e perdenti, non su scambi uguali, dialoghi, sinergie, trascendimenti. Gli agenti di morte oggi sono non tanto élite militari quanto commerciali, politiche e culturali con nulla di “soft” nel loro potere. Con tali modalità vengono uccisi molti di più, fisicamente e/o spiritualmente, che mediante violenza diretta da parte militare. Ma l’arte della pace può essere analoga, basarsi sull’equità nella cooperazione, sull’ empatia per l’armonia, sulla riconciliazione dei traumi del passato, e la risoluzione dei conflitti.

Il che non equivale a dire che la violenza diretta non possa riapparire con attori sub- e super-statali, con nazioni che rifiutino di essere sovrastate da qualche nazione dominante, e da nazioni e regioni che stabiliscano proprie bandiere, giornate della nazione/regione, inni, ecc. La Madre delle Regioni Unite, l’UE, ha tutto quanto ciò; altre possono copiarla e, come l’UE, combinare pace interna con guerre esterne. Forse un’organizzazione delle Regioni Unite, ovviamente senza diritti di veto, e con un parlamento eletto in elezioni e referendum onesti e liberi potrebbe far meglio che la Lega delle Nazioni e le Nazioni Unite?

Abbiamo bisogno di tutti gli stimoli e le intuizioni presenti nel ragguardevole libro di Gittings e altre ancora, per arricchire la nostra cultura di maggior capacità di cooperare, empatizzare, riconciliare e risolvere i conflitti. La violenza e la guerra sono sovente sintomi di traumi e conflitti sottostanti irrisolti. Li si identifichino, li si risolva! Le incompatibilità sono sfide per produrre cambiamenti che facciano spazio alla compatibilità. Un’arte, sì; che si può imparare. Davvero gloriosa. E per di più agibile, aggiungendoci l’ottimismo di Gittings.

Johan Galtung

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