La società civile europea contro il reato di solidarietà

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Il dibattito pubblico nazionale di quest’estate è stato contraddistinto da un duro attacco alle Ong che portano soccorso ai migranti nel Mediterraneo e da una forte delegittimazione mediatica di chi è impegnato nell'accoglienza in Italia.

Su scala europea la mappa dei cosiddetti “reati di solidarietà   ” si è ampliata parecchio dopo i casi in Danimarca e Grecia che ci avevano lasciati attoniti negli anni scorsi. Ad agosto, in Francia, è arrivata la condanna   a 4 mesi di carcere per Cédric Herrou, agricoltore della Val Roia al confine tra Francia e Italia, reo di aver aiutato 200 migranti in fuga fornendo loro acqua e cibo e di aver occupato insieme a una cinquantina di eritrei un villaggio vacanze abbandonato delle ferrovie francesi (Sncf) a Saint-Dalmas-de-Tende, nelle Alpi Marittime. Fino ad oggi, la giurisprudenza italiana ha assolto quando non archiviato le denunce di favoreggiamento all’immigrazione clandestina a carico di protagonisti di iniziative di solidarietà verso i migranti. Vedremo cosa ne sarà del processo di Trapani alla nave di Jugend Rettet   , accusata di trasgredire le regole scambiando il mandato umanitario con quello politico, per la quale è fissata a settembre un’udienza per il dissequestro.

In merito ai “reati di solidarietà” la normativa europea non è chiara e gli stati membri l’hanno recepita in modi diversi. Un report   dell’Agenzia Europea per i diritti fondamentali (la FRA) già nel 2014 aveva evidenziato l’ambiguità della Direttiva europea nel definire il reato di favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali di migranti   .

La Carta di Milano

A Milano il 20 maggio scorso è stata organizzata la manifestazione "Insieme contro i muri", e in quel contesto è stata lanciata la Carta di Milano. L’appello della Carta di Milano  , tra le altre cose, si rivolge alle istituzioni comunitarie chiedendo di “affermare con chiarezza che chi fornisce assistenza umanitaria ai profughi e migranti non può essere criminalizzato e deve, anzi, essere agevolato e tutelato”. La Carta, tuttora aperta a sottoscrizioni, si pone dunque l'obiettivo di fare appello alle  istituzioni europee affinché chiariscano qual è la loro posizione in materia. Purtroppo, mettono in guardia i firmatari della Carta di Milano, attualmente la Commissione sta valutando una riforma che potrebbe avere esiti peggiorativi e che se venisse realizzata avrebbe l’effetto di favorire ulteriormente le reti dei trafficanti.

L’eredità solidale degli anni ‘90

Nelle scorse settimane, autorevoli commentatori hanno sottolineato con sgomento che stiamo sperimentando un tempo che non pensavamo di vivere. Eravamo convinti di poter costruire sull'esperienza di solidarietà nei confronti delle popolazioni in fuga dalle guerre di dissoluzione della Jugoslavia negli anni '90 e invece quella straordinaria eredità non è mai stata così a rischio. Certo il sistema italiano di accoglienza diffusa dei migranti (SPRAR) è frutto dell’esperienza degli anni ‘90 ed è tuttora riconosciuto come il miglior modo per affrontare l'accoglienza, sia per i beneficiari che per le comunità d’arrivo. Ad esso si è accompagnato un sistema di accoglienza diffuso, anch’esso sperimentato negli anni ‘90, grazie a reti “dal basso” della società civile. Ma la partecipazione civica non fa notizia e non trova una sponda politica forte. Il contagio a cui assistiamo è invece quello dei discorsi d'odio, della rabbia riversata contro il più debole.

Un elemento chiave nel sostegno alle azioni di solidarietà di 20 anni fa era la conoscenza del contesto e della crisi umanitaria, da qui origina l'esperienza di OBCT. Oggi invece non c’è interesse per i conflitti da cui originano i flussi migratori e le ragioni di chi fugge dal proprio paese sono largamente ignorate, come sottolineato da Alex Zanotelli nel suo recente appello affinché si rompa il silenzio sull’Africa. La società civile una volta si pensava come protagonista nella soluzione della crisi umanitaria, oggi viene criticato aspramente chi rischia la propria vita per portare aiuto a popolazioni in contesti di guerra come la Siria. E persino la passione intellettuale del ricercatore Regeni, torturato ed ucciso in Egitto, viene vituperata con allusioni e accuse ignobili.   Certo abbiamo capito che a fronte delle grandi ambizioni di poter sostituire “l’ONU morta a Sarajevo” ci sono anche molti ostacoli all’intervento civile nei conflitti  ma niente dovrebbe indurci a pensare che sia arrivato il momento di rinunciare al ruolo della società civile nella politica internazionale.

Migrazioni, cooperazione e sfide epocali

Oggi la paura, il terrorismo, la crisi economica, hanno spinto l'opinione pubblica a marginalizzare le aspirazioni di un tempo e a trovare nei migranti un facile capro espiatorio della propria impotenza di fronte alla globalizzazione. Non ci sono dubbi, le migrazioni di massa richiedono la mobilitazione di risorse, e la capacità politica e sociale di gestire il disagio e la tensione sociale che ne derivano. Ma la risposta non può essere quella della disumanità, del rendersi complici di crimini contro l’umanità, della violazione delle regole che ci siamo dati nello spazio europeo come in quello nazionale. La nuova legge italiana sulla cooperazione internazionale rappresenta sicuramente un passo avanti, dopo decenni di attesa. Ma perché sia efficace è importante che vengano assicurate risorse adeguate: paesi come la Gran Bretagna hanno raggiunto in poco tempo l'agognato 0.7% del PIL previsto dagli impegni internazionali, mentre l’Italia, anche dopo un significativo aumento, nel 2015 arriva a fatica allo 0,21%.

Sappiamo che la sfida è grande. La migrazione non si fermerà per un po' di aiuti umanitari e se anche i paesi africani avessero una crescita sostenuta per anni, la migrazione resterebbe un fenomeno con cui fare i conti. Serve cogliere l'opportunità della sfida epocale che abbiamo di fronte e guardare al futuro: facilitando l'integrazione di chi arriva, creando posti di lavoro nel settore dell'accoglienza, e soprattutto combattendo per ottenere maggiore equità nel nostro paese  e su scala globale. Esiste una fitta realtà di persone e associazioni che sta lavorando con determinazione, coraggio e passione a questi scopi e che con il proprio impegno fa la differenza ogni giorno nel nostro paese. Il carico di lavoro è tanto e la società civile fatica a trovare la forma per incontrarsi, fare rete e trovare interlocutori politici.

Appelli, reti e altre iniziative europee

La Carta di Milano è un inizio fondamentale, sottoscriviamola in tanti. Incontriamoci a Milano il 30 settembre  per costruire un coordinamento nazionale e favorire la nascita di un Osservatorio permanente a tutela della libertà e dell’indipendenza della società civile che operi per i diritti di migranti e rifugiati, e rafforziamo il legame con chi nel mondo politico è disposto a sostenerla davvero. E facciamo in modo che questa preziosa iniziativa non resti solo italiana, mettendoci in contatto con le altre realtà attive a livello europeo, ad esempio, contribuendo a diffondere anche la petizione della ONG europea Social Platform  che ad oggi ha raccolto più di 160 mila firme per sensibilizzare le istituzioni europee su questo stesso tema.

Non è facile ottenere un coordinamento efficace tra le iniziative della società civile, trovare il modo di spingere la politica nella direzione auspicata, essere in grado di raggiungere la dimensione transnazionale mantenendo il radicamento territoriale. Oggi, però, nella tutela dei diritti fondamentali possiamo avvalerci anche degli strumenti dell’Unione europea che dobbiamo imparare a sfruttare appieno per far sentire la nostra voce. Perché è la mancanza di solidarietà che viola regole e principi europei, non la sua dimostrazione concreta e quanto mai necessaria. Non solo la solidarietà non può essere considerata un reato, ma al contrario va condannato severamente chi viola le regole UE rifiutandosi di condividere l’onere dell’accoglienza dei migranti.

In questo senso è rassicurante che la Commissione Europea abbia avviato il procedimento di infrazione  a carico di tre paesi membri, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, che da due anni si rifiutano di collaborare. Chi infrange il principio di solidarietà tra paesi membri alla base dell’integrazione europea rinnega uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento comune e va sanzionato.

Luisa Chiodi da Balcanicaucaso.org

Questa pubblicazione/traduzione è stata prodotta nell'ambito del progetto Il parlamento dei diritti, cofinanziato dall'Unione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea.

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