La quiete dopo la tempesta

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"Ultimo minuto", "ultime notizie" - Immagine: Egemeclisi.com

Immaginiamo un grande evento, di quelli che cambiano e deviano la storia di un paese. Un accadimento che suscita stupore, sgomento, e per chi ha un approccio più umano, anche fratellanza. Non un evento casuale come un disastro naturale o un’epidemia, ma ad opera dell’uomo, che non sai da dove viene e perché. Chi tiene strette le redini della vita di molte persone? Ma quello che interessa a noi in questo caso è: chi tiene in pugno la possibilità di ricordarle? 

Riceviamo ogni giorno una quantità enorme di informazioni, e ciò che non ci tocca direttamente potrebbe scivolare via dalla nostra memoria facilmente. Quindi è necessario che qualcuno ce lo ricordi, che quell’evento sia scelto come litemotiv da giornali, televisioni e social media.

In Turchia questa scelta però a volte avviene a monte, perché il governo può imporre su ogni evento a cui segue un’investigazione il Yayın Yasağı, il silenzio stampa. L’avvocato Veysel Ök, legale della piattaforma di giornalisti indipendenti  P24  , spiega ad Unimondo che “il divieto di diffondere qualsiasi tipo di informazione su un particolare argomento per il quale è in corso un’investigazione o un procedimento può avere una durata indefinita, potendo permanere sino alla loro conclusione (art. 285 del codice penale turco )”.

Come spiega in maniera efficace il giornale Sendika in questo articolo, il silenzio stampa è stato imposto almeno in otto occasioni importanti negli ultimi 5 anni: nel 2011 dopo il massacro di Roboski, a Şırnak - nel sud-est della Turchia - dove 34 contadini morirono per mano dell’esercito turco. Nel 2013 a Reyhanlı, villaggio sotto minaccia jihadista al confine con la Siria, quando 54 persone morirono. Nel 2014, dopo la morte di 301 minatori a Soma. Nel 2015, quando 4 persone morirono e 400 furono ferite a Diyarbakır, nel corso di una manifestazione del partito filo- curdo HDP due giorni prima dele elezioni del 7 Giugno. Un mese più tardi, dopo la morte di 33 ragazzi intenti ad organizzare aiuti per Kobane in un centro culturale di Suruç. In seguito alle esplosione che ad Ankara, in un corteo per la pace nel sud-est del paese, uccise più di cento persone. E infine, dopo l’esplosione del 12 Gennaio 2016 che ha tolto la vita a 15 persone nel centro storico di Istanbul.

Per questi casi, per i quali Daesh, PKK ( Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e DHPK ( Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo) sono accusati pubblicamente a rotazione, ancora nessuna notizia è disponibile sullo stato delle investigazioni. L’avvocato Ök, ricordando anche i recenti arresti di decine di accademici turchi in seguito alla sottoscrizione di una petizione per la pace con i curdi, sostiene che “il periodo buio in cui stiamo precipitando, per la possibilità di esprimere pareri critici o semplicemente scomodi al governo, è ormai paragonabile a quello degli anni ’80, dopo il colpo di stato militare”.

Anche in Italia siamo avvezzi alla lunga durata dei procedimenti giudiziari. Ad onor del vero però, ogni volta che un’evento ha grande risonanza mediatica, in qualche modo ci si affretta a risolverlo perché il pubblico aspetta, affamato di risposte.

Ecco che questa risonanza mediatica viene eliminata grazie all’articolo 285 del codice penale turco, che punisce chi viola il silenzio stampa (televisioni, giornali ma anche hosting providers come Twitter e Youtube) con il carcere da uno a tre anni. Ovviamente nel mondo del web è difficile risalire alla fonte dell’informazione, dunque il governo turco si limita ad inviare centinaia di ordini di rimozione di contenuti alle compagnie sopracitate, con la minaccia di chiudere il sito del tutto. Ipotesi non così astratta visto che Youtube è stato censurato per più di due anni e mezzo nel 2008 e nel 2015 il 90% delle richieste di rimozione di contenuti ricevute da Twitter provenivano dalla Turchia.

İlay Yılmaz, uno degli avvocati difensori di Youtube e Twitter, ha spiegato ad Unimondo che “tali contenuti sono scandagliati dalla Autorità per le Telecomunicazioni (TİB) solo attraverso delle parole chiave standard, criterio poco sofisticato per delle notizie di grande rilevanza sociale come quella dell’attentato a Sultanahmet; per notizie di questo genere l’interesse protetto dall’art. 285, cioè la non interferenza con le investigazioni in corso, merita di essere bilanciato con il diritto fondamentale a diffondere e ricevere informazioni”.

La piattaforma P24 ha intanto impugnato la decisione delle autorità di imporre il Yayın Yasağı agli eventi del 12 Gennaio scorso mentre molti casi sono stati aperti contro i principali giornali turchi di opposizione, per aver ignorato il divieto continuando a scrivere. In questi casi, un’immediata “quiete dopo la tempesta” non può essere accettata. La tempesta dev’essere conosciuta e discussa, prima di essere dimenticata. 

Sofia Verza

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), ricercando nel campo della libertà di espressione. E' stata vice presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, occupandosi di sensibilizzazione sulla questione israelo-palestinese e cooperazione culturale in Cisgiordania. Scrive per il Global Freedom of Expression Centre della Columbia University e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso

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