"La politica oggi sfrutta l'Islam"

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Massimo Campanini - Foto: Raistoria.rai.it

Massimo Campanini, professore all’università di Trento, è uno dei maggiori studiosi dell’islam contemporaneo in Italia. I suoi libri, non ascrivibili certo alla mentalità occidentale sempre sospettosa di tutto quanto è islamico, offrono prospettive inedite capaci in questo modo di comprendere meglio la difficile situazione odierna. Recentemente ha presentato a Trento, insieme con la ricercatrice Margherita Picchi, la “Storia del pensiero politico islamico” (in cui si parla di una riflessione secolare che va dal profeta Muhammad ai giorni nostri) e “La battaglia tra l’islam e il capitalismo” del pensatore egiziano Sayyd Qutb, giustiziato nel 1966 perché oppositore del regime di Abdennasser. Abbiamo intervistato il professor Campanini.

Professor Campanini, proprio in questo momento vuole riproporre la figura di Sayyd Qutb, considerato da più parti come l’ideologo dell’Islam politico contemporaneo e uno degli ispiratori del terrorismo jihadista? Ci può spiegare meglio chi era Qutb? 

Sayyid Qutb (egiziano, nato nel 1906) ha cominciato la sua carriera da intellettuale “laico”, poeta e critico letterario. Dopo un viaggio negli USA (1949-1951) tornò sconvolto dalla (a suo parere) dissoluzione morale, politica e culturale dell’Occidente, per cui si affiliò ai Fratelli Musulmani. Fu incarcerato dal 1954 al 1965 e infine impiccato nel 1966 come attentatore alla sicurezza dello stato. È proprio in carcere che, a causa delle torture subite da lui e dai suoi compagni, egli radicalizzò le primitive posizioni, del tutto pacifiche, rivolte soprattutto alla riforma sociale e politica dell’Egitto, e divenne il sostenitore irremovibile di una lotta senza quartiere contro i regimi dittatoriali, oppressivi e miscredenti dei regimi arabi “senza Dio” come quelli di Nasser ai suoi tempi. Il suo pensiero è complesso e articolato, radicale e rivoluzionario, ma non terrorista: non aveva alcuna inimicizia o ostilità per cristiani ed ebrei, solo voleva liberare il mondo islamico dalla dittatura di presidenti e monarchi “atei”, troppo corrivi all’occidente. Il jihad aveva questo fine esclusivo, non mirava affatto a muovere guerra all’Europa e agli USA, come più tardi hanno frainteso al-.Qaeda e l’ISIS. La realizzazione dello stato islamico si sarebbe dovuta fondare su tre princìpi: il ritorno alle fonti legislative della shari’a, la giustizia sociale e distributiva e la “consultazione” (shura) tra governanti e governati, cioè l’obbligo per i governanti di gestire il potere secondo il consenso popolare.

Tra un mese si ricordano i cinquant’anni dalla Guerra dei 6 giorni, un evento spartiacque per la storia medio orientale e non solo. Dal punto di vista politico che cosa ha significato per il mondo arabo? È vero che ha segnato la fine del nazionalismo di stampo laico?

A mio avviso, la Guerra dei sei giorni è stato l’avvenimento più importante, insieme alle prima guerra arabo-isrealiana del 1948 e alla rivoluzione khomeinista del 1979, della storia del MO nel Novecento. Esso ha significato, dal punto di vista politico, la definitiva affermazione di Israele, che, a parte la legittimità o meno della sua esistenza come stato secondo il diritto internazionale (a mio avviso Israele è illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale), ha costituito e continua a costituire, anche a causa della sordità dei suoi primi ministri ad addivenire a un serio processso di pace coi palestinesi, un corpo estraneo nella regione. Comunque, a parte ciò,la guerra dei sei giorni ha visto il crollo dei miti “secolari” e populisti che avevano nutrito la decolonizzazione: il socialismo e il panarabismo, incarnati da Nasser ma anche dal presidente siriano Hafez al-Asad o più tardi Saddam Hussein. Questi miti avevano provocato l’emarginazione, anzi la repressione violenta del discorso islamico (vedasi Qutb, ma ricordiamo il massacro di Hama in Siria nel 1982, 20.000 fratelli musulmani uccisi dai siriani!, o le orride prigioni di Gheddafi contro gli oppositori islamisti), che però ,nemesi della storia, è risorto sulle ceneri dei nazionalismi e pan-nazionalismi laici e socialisteggianti riproponendo lo slogan “l’Islam è la soluzione”. Slogan che, a partire dagli anni Settanta, ha mobilitato parte cospicua delle masse arabe, non tanto verso il jihadisti, quanto piuttosto verso il ritorno ai simboli identitari della tradizione islamica popolare (come la frequentazione assidua delle moschee o il ritorno all’educazione tradizionale o il velo).

Secondo la narrazione corrente il cosiddetto “Islam politico” è l’anticamera del terrorismo. Qual è la sua opinione?

L’islam politico è la novità del pensiero e della prassi islamiche del Novecento. L’islam non è alle origini tendenzialmente politico, lo è diventato in modo esplicito e scientemente teorizzato nel Novecento sia come reazione al colonialismo e all’espropriazione violenta da parte dell’imperialismo europeo della cultura arabo-musulmana, sia come bandiera per una ricostruzione retrospettiva delle passate glorie dell’islam. Non è affatto in sé l’anticamera del terrorismo: l’islam politico è stato ed è anche teologia della liberazione, come in Hezbollah, in Ali Shariati o nella Sinistra Islamica di Hasan Hanafi. Certo, alcuni movimenti di islam politico hanno effettuato una scelta jihadista di lotta armata, ma ciò per ragioni strategiche e di risposta a realtà contestuali (la ribellione contro la crisi economica, la frustrazione della neo-colonizzazione occidentale, la lotta contro l’espansionismo israeliano, percezione della doppiezza e della violenza dei regimi arabi al potere eccetera). Mai però effettuare collegamenti automatici: sono semplificazioni e banalizzazioni che impediscono la comprensione di ciò che accade.

Lei ha scritto che, almeno per l’Islam sunnita, non si può parlare di “teocrazia” ma di “cesaropapismo”, cioè dell’utilizzo della religione da parte dei capi politici e non viceversa. Ci potrebbe spiegare meglio questa differenza?

In una breve formula: nella storia islamica c’è stata assai più spesso una strumentalizzazione del religioso da parte del politico che viceversa. Gli ulema, i dotti religiosi, non hanno mai governato lo stato o gestito il potere civile: il primo a farlo è stato Khomeini in Iran, ma appena 40 anni fa ed era sciita. Piuttosto sono stati i califfi e i sultani a cercare (e ottenere) la legittimazione religiosa degli ulema. Dunque, nessun papa, nessuna gerarchia religiosa che abbia preteso di gestire lo stato (teocrazia), soprattutto presso i sunniti; piuttosto controllo dei simboli religiosi da parte del potere pubblico per fini autocratici (cesaropapismo).

Resta la domanda cruciale, declinata spesso in maniera superficiale ma comunque decisiva: l’Islam è compatibile con la democrazia liberale? Con la tutela dei diritti umani? Il caso dell’Egitto e della Turchia sembrano chiudere questa possibilità…

L’islam è compatibilissimo con la democrazia procedurale (parlamentarismo, pluripartitismo, votazioni) e pressoché nessuno dei teorici politici musulmani l’ha mai negato. Certo, i valori possono essere declinati in modo diverso. Ma i cinque principi o fini della sharia, ovvero la salvaguardia della vita, della ragione, della religione, della proprietà e della discendenza, sono tutt’affatto compatibili con i princìpi occidentali dei diritti della persona e della libertà di culto e di espressione. Se ciò non accade in Egitto e in Turchia o altrove non è colpa dell’islam, ma di chi non applica adeguatamente i princìpi islamici. Del resto, Abu Ghraib e Guantanamo, le dittature dei paesi latino-americani, la manipolazione delle notizie (l’Italia è solo 56 esima per libertà di stampa!), l’interventismo militare neo-colonialista dipinto come esportazione della democrazia, la disuguaglianza sociale eretta a sistema, il sostegno incondizionato e ipocrita a regimi impresentabili come quello saudita, la compilazione di liste di proscrizione nei confronti di chi non la pensa all’occidentale, dimostrano che l’Occidente predica molto bene, ma razzola molto male. E i popoli afro-asiatici, sebbene noi continuiamo a considerarli sottosviluppati anche intellettualmente, non lo sono affatto e capiscono benissimo il double standard. E quindi “non ci amano” sebbene facciano buon viso a cattivo gioco. 

Lei è un esperto di Egitto, come valuta la recente visita del Papa?

Molto positivamente, se non aveva fini “missionari” e “apologetici”. Conoscendo Bergoglio, non credo li avesse, ma i ponti devono essere percorribili in entrambe le direzioni: l’islam verso il cristianesimo, il cristianesimo verso l’islam. Su un piano paritario: la “verità” non ce l’ha l’islam, ma non ce l’ha in tasca neppure il cristianesimo, che è identificato comunque con l’occidente. Per esempio, il cristianesimo non può dialogare teologicamente con l’islam continuando a ritenere Maometto un impostore, laddove l’islam riconosce Gesù come grandissimo profeta anche se non come dio incarnato. Purtroppo, l’Occidente ha maturato la convinzione di essere la fonte unica del sapere e del bene, della scienza e del progresso, l’impressione di essere assiso sul trono dell’assoluta verità: ciò che è occidentale è per natura universale, civile, democratico, progressista, “giusto”; chi non si adegua o non si comporta allo stesso modo è incivile, barbaro, arretrato, sottosviluppato e i suoi valori devono “occidentalizzarsi” per essere degni di considerazione. La “fine della storia” del pensiero unico liberal-democratico, alla Fukuyama o neo-cons, è un’idea totalitaria e nichilistica: e avrà effetti distruttivi, per l’Occidente in primo luogo e per l’equilibrio internazionale tutto.  

Articolo parzialmente pubblicato sul “Trentino” 

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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