“La pace ci piace tanto”, anche in Kenya

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"La Rift Valley vista da Mochongoi. Scarpate, boschi, fondovalle: i luoghi dei raid e degli scontri - Foto: S. Bin ®

Parto. Direzione Nairobi. Dire Kenya oggi, soprattutto alla scala globale, fa pensare alle minacce del terrorismo e al clima di tensione preelettorale che alimenta gli spazi urbani del Paese. Certo, oltre a questo c’è il nostro immaginario colonizzato dai paesaggi naturalistico-ambientali e condensato nell’idea del “safari” (che significa viaggio, in kiswahili) e che può solo ricordarci che il “mal d’Africa” esiste. Di mali però ce ne sono tanti, chiaramente non solo in Africa, e la “sicurezza” diventa la regola del gioco. La Farnesina chiede prudenza o avvisa di limitare gli accessi ad alcuni luoghi o aree dove ostinatamente, e con caparbietà, c’è chi però continua a lavorare e a vivere.

Il riferimento geografico è al Kenya centro-settentrionale. Se la presenza di Al Shabab è nota, insieme alle questioni sul confine somalo-kenyano, come pure la politica “etnicizzata” e le sue prassi, sconosciute sono invece le questioni lungo la Rift Valley che abitano la savana alberata e le foreste centrali, nonché le zone aride del nord. Come tutte le “spaccature” geologiche, anche questa non fa eccezione: a differenza di quello che si può pensare, qui gruppi sociali si sono incontrati, hanno convissuto, lottato per le risorse, cercato di occupare per primi le zone più ricche di terre e di acque, trovato anche soluzioni sociali e “politiche”, non sempre pacifiche, di gestione di beni per forza comuni.

Questa valle, lo sappiamo, ha rivelato pezzi fondamentali della storia dell’umanizzazione del mondo. Oggi, la definiamo “remota” e insicura. Per chi la abita è il centro del mondo, l’unico possibile: tugen e pokot (della famiglia dei kalenjin), njemp (legati ai masai), embu (del gruppo kamba), ma anche turkana, samburu, kikuyu e altri gruppi. “Si continuano a sconsigliare viaggi a qualsiasi titolo nelle regioni aride e remote del centro nord del Paese, teatro di episodi di violenza di carattere tribale o legata all’attività di pastorizia (in particolare pokot e turkana). Vi si possono, infatti, verificare scorribande armate ai danni dei viaggiatori da parte di gruppi di predatori oppure scontri fra tribù pastorali e stanziali le cui ostilità sono esacerbate dalla scarsità di risorse”. Nell’invito della Farnesina ci sono due elementi, tra gli altri, che attirano la mia attenzione. La scarsità di risorse, anche questa ritenuta in modo alquanto ridondante e troppo semplicistico causa dei conflitti “tribali, e le armi, sofisticati fucili e pistole.

Vado e arrivo. Percorro strade che attraversano foreste e mi sposto passando da 1.700 ad oltre 2.000 metri di altitudine: Mochongoi, Karandi, Marigat sono riferimenti topografici sulla carta del distretto di Baringo. È questo il palcoscenico degli scontri: le poste in gioco qui sono sicuramente l’acqua e il suolo – per usi agricoli, pastorali e ittici – e il bestiame, che al di là di quello che viene dichiarato non serve solo per pagare la dote, ma alimenta mercati fiorenti di carni “rubate”. Sono infatti le razzie di bestiame, il cattle rustling, al centro degli scontri.

In particolare, nel distretto sopra nominato, a contendersi il bottino sono i tugen e i pokot, ma anche altri gruppi sono interessati alle operazioni di attacco (e di difesa). Di chi stiamo parlando? Il sistema socio-terrioriale basico dei tugen è di tipo agro-pastorale, fondato sul controllo del bestiame; in particolare i bovini sono la ricchezza di questa variegata comunità suddivisa in numerosi gruppi: rappresentano moneta corrente, carne e latte, nonché una preziosa dote. Esposti a condizioni climatiche particolarmente dure, caratterizzate da pesanti siccità, i tugen, come pure i pokot, hanno saputo sviluppare meccanismi di resistenza e di sopravvivenza che li rendono particolarmente resilienti e capaci di adattarsi ai cambiamenti, anche quelli più avversi. Originari delle fertili alte terre, i pokot, hanno anche loro da sempre praticato l’agricoltura e la pastorizia; oggi, quelli che vivono nei fondovalle – raggiunti a partire dal diciannovesimo secolo – avendo a disposizione suoli più aridi sono prevalentemente dediti al pascolo del bestiame (bovini, caprini, ovini). Lo spostamento delle mandrie verso valle è sempre stato causa di conflitti con le popolazioni occupanti i versanti e le piane. Non solo, tradizionalmente tugen e pokot, come altre comunità pastorali, utilizzavano le razzie del bestiame come pratica culturale per pagare la dote o per ripopolare mandrie e greggi, specialmente dopo periodi di siccità o di epidemia. Ma era una sorta di “razzia redistributiva”: per farla semplice, i pokot rubavano ai tugen e viceversa.

Dagli anni Novanta in avanti, e soprattutto negli ultimi anni, queste razzie sono diventate frequenti, violente e distruttive come quella del gennaio 2012 e poi riprese nel dicembre 2014. Sono i mezzi utilizzati a fare la differenza ed anche l’obiettivo: si è passati infatti a razzie di tipo predatorio dove non sono lance o frecce ad accompagnare gli assalti come in passato, bensì armi il cui mercato fiorentissimo viene alimentato attraverso traffici illeciti provenienti da Sudan e Somalia. Ad essere addestrati per le razzie sono ragazzi tra i quattordici e i vent’anni che lasciano la scuola, quando la frequentano, alla ricerca di qualche denaro facile: è un altro modo per compiere il rito d’iniziazione. Chi permette l’ingresso di armi non può essere fuori dalle istituzioni, come pure gli addestratori non sono degli apprendisti: serve sapere come si montano e smontano le armi, si usano, si uccide. Servono conoscenze e abilità, serve costruire un’economia del nemico e una psicologia del coraggio e della forza che solo l’uso di droghe può contribuire a raggiungere. Quindi, non è solo una questione di conflitti “tribali” causati dalla scarsità di risorse. Le letture che molti analisti propongono sono insufficienti a spiegare la complessità del fenomeno. O troppo semplicistiche da sforare il determinismo ambientale o culturale. Sicuramente motivazioni culturali, crisi ecologica e cambiamenti climatici incidono. Ma aumentare la ricchezza in capi di bestiame al fine di pagare una dote non può essere legittimata come ragione delle violenze armate in cui muoiono decine di persone e centinaia di donne e bambini sono costretti a lasciare le abitazioni insicure.

Chi perde sono le comunità, tutte, senza distinzioni: aumenta il livello di insicurezza percepita o tangibile precludendo la possibilità di utilizzo delle risorse, diminuisce la mobilità, si eleva il grado di insicurezza alimentare, chiudono i mercati ed anche le scuole. Chi vince probabilmente è da un’altra parte, qui non vive e non si vede. I pokot, come pure i tugen, sono parte di un gioco più grande del vasto territorio da loro abitato; ma non sono loro i vincitori, perlomeno non quelli che abitano la Rift Valley. Certo che essere i grandi esclusi dal gioco del potere non piace ad alcuno. La questione ruota attorno al potere che si costruisce con i voti e i voti si comprano, talvolta, anche con le armi e con le terre, perché potere significa anche spostamento dei confini, modifica degli assetti amministrativi e quindi delle diverse competenze sui suoli e sui loro usi. Del coinvolgimento politico non si dice nulla: non ci sono le prove. Non parliamone, quindi, per ora. Qui, oltre alla marginalizzazione politica si sperimentano anche quella geografica e sociale. Come ritrovare il centro allora?

Le strategie di gestione dei conflitti possono essere molteplici ed anche molto sofisticate, ma alcune in particolare mi hanno colpito tra quelle che ho avuto modo di ascoltare. Non sono state elaborate da uno scienziato, né da un gruppo di diplomatici. Alcuni studenti della scuola secondaria dell’area in questione ritengono che una lingua comune (perché ogni gruppo ha la sua lingua e non sempre kiswahili e inglese rappresentano lingue veicolari) e la possibilità di sperimentarsi nei panni dell’altro potrebbero contribuire a decostruire l’idea di nemico e soprattutto a costruire comunità di pace. È sicuramente l’incontro, romanticismi a parte, il terreno sul quale provare a sperimentare pratiche di pace.

C’è chi ci prova da anni e continua a provarci, tra le istituzioni locali e comunitarie, chiese, scuole, organizzazioni sociali. A Mochongoi, attraverso quella che potrei definire la “terapia” dell’incontro e del contatto, si è iniziato ad avvicinare le persone creando spazio per stare insieme, per incrociare sguardi e storie: prima le donne pokot e tugen, innanzitutto madri, poi i giovani tra i diciotto e i trent’anni; ma sarebbero i raiders i veri destinatari dell’operazione di pace. È da lì, dal territorio, alla scala locale, che possono nascere e fiorire azioni di rifiuto e di cambiamento verso un sistema che tende a dividere per imperare, a distruggere qui per arricchire altrove. È nel cuore di chi viene iniziato o si avvia a compiere razzie e violenze che andrebbero impiantati quei semi di “pace che ci piace tanto”, e diffusamente poi su tutto il terreno comunitario. Sisi tunapenda amani sana. Riparto, ma tornerò presto. Safari njema. Asante sana

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger. 

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