La non libertà di nascere in Cina

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Foto: I2.wp.com

In un Paese come l’Italia, con il tasso di natalità più basso dell’intera Unione Europea e al netto delle polemiche suscitate dalla campagna del cosiddetto Fertility day lanciata dal Ministero della Salute, non può non destare interesse la notizia diffusa a inizio anno sul boom di nascite in Cina. Secondo quanto riportato dalla Commissione nazionale cinese per la salute e la pianificazione familiare, con l’abolizione della politica del figlio unico nel dicembre 2013 si sta assistendo a un forte incremento delle nascite. I dati del 2016 hanno infatti registrato 17 milioni 86mila nascite, contro i 16 milioni e 55mila neonati del 2015, che risultava il numero più alto registrato da inizio secolo. Una cifra inferiore ai 20 milioni di nuovi nati all’anno stimata da Pechino, ma che attesta in ogni modo una crescita assoluta di 1 milione e 31mila bambini cinesi che sembra andare nella direzione di un rapido riequilibrio della situazione demografica del Paese dopo gli oltre 30 anni di politica del figlio unico.

In vigore dal 1979, si calcola che la politica di pianificazione familiare voluta dal Partito Comunista Cinese per ridurre la crescita della popolazione, ideata quando i tassi di fertilità media erano di quasi 6 figli a donna, abbia scongiurato circa 400 milioni di nascite con evidenti ripercussioni positive sullo sviluppo del Paese e della sua economia. Nonostante la Repubblica Popolare Cinese costituisca oggi la seconda economia mondiale, anche grazie a questa determinante scelta, la stessa politica ha però prodotto un forte invecchiamento della popolazione, la prospettiva futura di un calo del PIL del Paese in assenza di un’ampia classe di giovani e una maggioranza sproporzionata di uomini dati i numerosi aborti selettivi ai danni dei feti femmine. Secondo una stima dell’ONU, nel 2050 saranno quasi 440 milioni gli ultrasessantenni nel Paese, a fronte di una popolazione in età di lavoro in costante diminuzione; già quest’anno risultano 3 milioni e mezzo di lavoratori in meno e i cinesi maschi sono ben 33 milioni in più delle donne cinesi, con comprensibili difficoltà nella costituzione delle famiglie e del “rispetto” del progetto demografico. Senza calcolare inoltre che anche in Cina si sta assistendo a una progressiva diversificazione del modello familiare tradizionale, specialmente nei grandi centri urbani, con l’aumento dei divorzi, delle coppie che scelgono di non avere figli, e delle coppie apertamente gay.

Se nel 2013 la Repubblica Popolare aveva concesso la possibilità di avere un secondo bambino solo alle coppie in cui uno dei due membri era figlio unico, a partire dal gennaio 2016 questo diritto è stato esteso a tutte le coppie. Alla modifica normativa si è aggiunta una vera campagna di promozione per incoraggiare le “giovani coppie fertili a lavorare su se stesse” per avere un secondo figlio e per invitare al contempo le persone più mature a “fare pressioni e a vigilare” sul proprio figlio o nipote invitandolo a osservare le nuove indicazioni statali. Un’assoluta inversione di tendenza dopo la profonda educazione impartita per oltre 30 anni dal Partito basata sull’inconvenienza e sull’indecenza della pratica di fare figli. Il forte incoraggiamento alla natalità, per scongiurare la bomba demografica ad orologeria innescata, mantiene però forti limiti alla libertà di scelta degli individui. Due e non più di due prevede la nuova norma, che così di fatto ha sostituito la politica del figlio unico con quella dei due figli, non mutando quindi la strategia di restrizioni alla pianificazione familiare tanto cara al regime e dunque non mettendo fine alla piaga degli aborti forzati, della contraccezione obbligatoria, delle sterilizzazioni, dei femminicidi in culla, delle selezioni dei feti per genere e dei figli illegittimi. La realtà denunciata da tempo da alcune associazioni e ong, tra cui la Laogai Research Foundation Italia, è di un clima di coercizione che attornia la sfera della procreazione. Una violenza alle libertà personali nient’affatto volatile ma assolutamente concreta. La libertà della coppia è inesistente laddove per fare un figlio occorre un permesso scritto del governo; e se anche la messa nel cassetto della politica del figlio unico consente ora a tutte le coppie di mettere alla luce un secondo bambino, anche per esso va effettuata una domanda scritta. Un terzo figlio a coppia non è invece autorizzato e apre ancora oggi la strada al dramma dell’aborto forzato, della perdita del lavoro e di enormi sanzioni pecuniarie che equivalgono a diversi anni di stipendio dei multati.

Il dibattito dei demografi sul tema della natalità in Cina, all’interno e all’esterno del Paese, prosegue. E se Liang Zhongtang dell’Accademia di Scienze Sociali di Shanghai ipotizza che solo attraverso la totale abolizione del sistema di pianificazione familiare potrebbe migliorare la relazione tra i cittadini e l’apparato statale cinese, sempre più caratterizzato da frizioni, Gietel-Basten dell’Università di Oxford ha scongiurato tale possibilità che andrebbe a sconfessare un pilastro della politica cinese degli ultimi 3 decenni, provocando conseguenze inimmaginabili. Ma mentre gli intellettuali dibattono e analizzano i possibili scenari futuri, e gli amministratori politici della Cina promuovono con fervore le nuove indicazioni in materia di nascite, non mancano toni di cruda parodia o di pura disperazione di quanti cittadini si trovano in questo limbo di mancate libertà personali.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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