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La guerra del pane: ripensare lo sviluppo

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Un forno tradizionale in Messico - da csam

Il 4 maggio scorso stato il compleanno di Mubarak. 80 anni: niente festa perché l'Egitto ha fame, manca il pane. Della cosa si è occupata a fondo con diversi richiami il XXIII° Congresso delle Acli.
Come ha voluto ricordare il presidente Olivero trentasei paesi sono a rischio rivolta ove la fame di pane si coniuga con la sete di libertà. A paventare il pericolo è stato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, intervenuto a New Dheli al primo Forum mondiale dell'industria agro-alimentare: "Sono necessarie misure urgenti per evitare che gli effetti negativi di breve periodo degli aumenti dei prezzi alimentari non abbiano conseguenze ancora più gravi sulle fasce povere della popolazione mondiale e sulla stessa sicurezza globale". I prezzi sono cresciuti del 45 per cento negli ultimi nove mesi e sul mercato iniziano a scarseggiare riso, frumento e mais. "Il problema è molto grave" - ha rimarcato la Fao e l'incontrollato aumento dei prezzi delle farine ha già provocato rivolte popolari anche in Tunisia, Camerun, Haiti e Burkina Faso. Problemi d'oltremare? Affatto.

Nell'era dell'interdipendenza si fatica a far la spesa anche nel vecchio continente. I più poveri dei nostri anziani devono provare la vergogna di rubare la pasta dagli scaffali dei supermercati, come ebbe a dire Silvestro Montanaro recentemente intervenuto a Trento. Il 16% della popolazione dell'Unione Europea è oggi a rischio povertà, cifra a cui va aggiunto l'8% dei cittadini già poveri. 120 milioni di persone che non arrivano a fine mese in Europa. I lavoratori dall'Atlantico agli Urali sono convenuti lo scorso week end a Lubjana per porre il problema del salario insufficiente e della quarta settimana.

Non c'è una sola causa per l'impennata dei prezzi dei beni di prima necessità ma un insieme di fattori - vedi tabella a lato. Si va dalla minore produzione dovuta ai cambiamenti climatici alle scorte al minimo storico; da un maggior consumo di carne e prodotti caseari da parte di 1,5 miliardi di nuovi consumatori che non si accontentano della ciotola di riso alla domanda di biocombustibili. Dai costi più alti di petrolio, energia e trasporti che nessuna guerra è riuscita a controllare, alla speculazione finanziaria da parte di organizzazioni che stanno trafficando l'oro verde come fosse oro nero o mercato immobiliare.

Ripensare lo sviluppo

Per rispondere alla crescente domanda di cibo, soprattutto di Paesi come Cindia (Cina ed India), il cui Pil cresce ogni anno a due cifre, Diouf ha osservato che "è essenziale investire di più nel controllo delle risorse idriche e nelle infrastrutture rurali, oltre che nell'aumento di una produzione che sia sostenibile per i microproduttori." Con maggiori investimenti nel settore agricolo e nello sviluppo rurale, ha sottolineato Lennart Bage, presidente dell'Ifad, "i 400 milioni di piccoli agricoltori del pianeta potrebbero sviluppare il loro potenziale sottoutilizzato, non solo per migliorare la propria alimentazione e il proprio reddito ma per rafforzare la sicurezza alimentare nazionale e la complessiva crescita economica".

Insomma, le Istituzioni internazionali invitano a dirigere la mano invisibile di Adam Smith perché "non è nella benevolenza del birraio che possiamo agire" sulla domanda ed offerta. Sono infatti milioni i contadini che hanno visto nei biocarburanti un'opportunità per uscire dalla miseria. Poco importa loro se il prodotto andrà nei serbatoi delle auto anziché nelle pance della gente perché devono prima rispondere ai loro bisogni, alle pance dei loro figli, alle proprie aspirazioni. A giugno avrà luogo a Roma una conferenza internazionale straordinaria targata Fao su 'Sicurezza alimentare, clima e biocarburanti" per dare indicazioni ai governi, a tutti i governi, su come dirigere le politiche dell'oggi senza sconvolgere né quelle dei paesi vicini e né quelle del domani. La sostenibilità non passa per gli OgM o le rivoluzioni verdi di progetti esogeni ma per le colture che s'intrecciano con le culture (saperi) endogene dei singoli territori.

Pane e diritti

L'impennata delle derrate alimentari ha fatto scendere in campo anche il primo ministro britannico, Gordon Brown, che sta esortando il G8 di luglio a Tokyo ad un'azione coordinata per fermare la guerra in atto come fosse un genocidio. "Per la prima volta in decenni é cresciuto il numero di persone minacciate dalla fame", ha detto Brown, il quale con un'inedita fermezza ha messo in guardia da scelte come l'impiego di cereali per le auto. Gli fa eco sia l'Unione Europea: "sull'Africa sta per abbattersi uno tsunami umanitario" che l'Unione Africana. I ministri delle Finanze di quest'ultima, riuniti recentemente ad Addis Abeba, hanno convenuto che l'aumento dei prezzi "costituisce una pesante minaccia alla crescita, alla pace e alla sicurezza" di tutta l'Africa. Gli analisti in Asia avvertono che il Bangladesh e le Filippine le classi meno abbienti devono sborsare il 70 per cento delle loro entrate per fare la spesa.

In Pakistan, per esempio, il prezzo del pane è raddoppiato mentre in India le opposizioni minacciano di mobilitare le piazze se il governo non fermerà l'inflazione. Negli Stati del Golfo, le cui economie dipendono fortemente da manodopera asiatica e dei Paesi arabi, l'aumento dell'inflazione, oltre alle conseguenze negative sul mercato interno, ha avuto l'effetto "dollaro debole" con minor valore delle rimesse degli immigrati ai loro cari.

In Egitto, ma non solo, il legame tra cibo e libertà non è mai stato più chiaro. I donatori possono e devono intervenire ricordandosi che, a 60 anni dalla Dichiarazione Universale, tutti i Diritti Umani sono interdipendenti ed indivisibili. Insomma, Presidente Mubarak, se non potrà agire sulla farina agisca subito sulla libertà di espressione, sulla fine della tortura nei commissariati, sui diritti civili, sulle mafie che traghettano clandestini. Sarà più facile avere l'attenzione di una Comunità Internazionale che, data la globalizzazione, si sta dando una parola d'ordine: corresponsabilità.

Fabio Pipinato

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