La finanza verde inizia a correre

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Immagine:  Greenreport.it

I green bond, ovvero quelle obbligazioni emesse per finanziare investimenti in tutti i settori della green economy, rappresentano oggi una leva di finanza verde in grande spolvero. A livello globale hanno raggiunto gli 81 miliardi di dollari nell’ultimo anno, circa il doppio rispetto al 2015 (41,8 miliardi di dollari) e oltre 30 volte tanto l’ammontare raggiunto nel 2012 (2,6 miliardi di dollari). Stiamo parlando di una quota ancora minoritaria rispetto al totale, ma significativa nella sua accelerazione. Nel 2015 sono stati raggiunti importanti accordi internazionali per la promozione di uno sviluppo più sostenibile – l’Accordo di Parigi sul clima e l’Agenda Onu 2030 –, e gli investitori mostrano di sapersi adattare al mutato contesto. Anche l’Italia, in ritardo sulla finanza verde, inizia a muoversi nella giusta direzione.

Oggi il London Stock Exchange Group e con esso Borsa Italiana – tra le principali infrastrutture di mercato a livello internazionale – hanno presentato «la prima Guida pubblicata dal Gruppo che offre le raccomandazioni di best practice in termini di reporting volontario ambientale, sociale e di corporate governance indirizzata a tutte le società quotate sui propri mercati», con l’obiettivo di rispondere «alla crescente necessità da parte degli investitori di integrare valutazioni di sostenibilità nel processo decisionale di investimento». Le mutate e mutevoli condizioni ambientali, nel cui contesto si svolge ogni attività umana, condizionano anche i profili di rischio in crescenti settori economici e gli investitori chiedono di esserne adeguatamente informati. Che senso ha investire ancora nel carbone, ad esempio, se i due terzi dei combustibili fossili oggi noti dovranno rimanere sottoterra per contenere il riscaldamento globale? Le nuove norme sulla rendicontazione non finanziaria appena entrate in vigore nel nostro Paese per le grandi aziende puntano a rispondere alle medesime domande. Per promuovere uno sviluppo realmente sostenibile è indispensabile tornare ad affermare il valore del controllo politico sulle scelte della finanza, oggi unico vero – e potente – attore globale.

Anche il ministro Gian Luca Galletti, presentando il “Rapporto del Dialogo nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile – Financing the Future”, pubblicato nei giorni scorsi da ministero dell’Ambiente e Unep, ha sottolineato che «lo sviluppo ambientale è lo sviluppo industriale del Paese. L’ambiente entra sempre più nelle nostre prospettive finanziarie, e sarà tra i fattori economici più rilevanti prevalentemente per tre ragioni: la prima, di tipo etico-morale, riguarda il debito ambientale che i Paesi sviluppati hanno nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. La seconda ragione – ha spiegato il ministro – è che l’ambiente sarà centrale in quella che definiamo la ‘quarta rivoluzione industriale’, e le imprese che capiranno prima l’economia circolare, saranno quelle più competitive nel nuovo mondo. La terza ragione è che la sostenibilità ambientale ha una stretta relazione con i bilanci delle aziende; molte materie prime considerate inesauribili non lo saranno più, e finanza e ambiente saranno sempre più legate».

Ad oggi rimane ancora moltissimo da fare, sia sull’incremento e la differenziazione degli investimenti in green bond a livello globale, sia per quanto riguarda lo specifico contesto italiano. Ad oggi, come documenta la Commissione Ue, le obbligazioni verdi finanziano soprattutto progetti su energie rinnovabili (45,8% dell’emissione globale nel 2015), sull’efficienza energetica (19,6%), sui trasporti a basso tenore di carbonio (13,4%), sull’acqua (9,3%), sui rifiuti e sull’inquinamento (5,6%). In Italia non uno specifico settore ma l’intera finanza verde è ancora molto acerba. «Il mercato delle obbligazioni verdi è ancora in una fase molto precoce dello sviluppo», si afferma nel rapporto della Commissione Ue. A dare il buon esempio sulle scelte d’investimento, ancora una volta, spetterebbe all’attore pubblico: eppure quando si tratta di elaborare la Legge di Bilancio o il Documento di economia e finanza (Def) puntualmente tutte le buone intenzioni a favore della green economy finiscono in cavalleria.

Luca Aterini da Greenreport.it

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