La disinformazione sull’Islam e sul Califfato

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Massimo Campanini - Foto: Artificiosarota.com

Massimo Campanini è un docente di Islamistica e Storia dei Paesi arabi all’Università di Trento, ed è autore di numerose monografie e saggi come “Islam e politica”, “Il Corano e la sua interpretazione”, “Le rivolte arabe e l’islam, la transizione incompiuta”, “Storia del Medio Oriente contemporaneo” o “Introduzione alla filosofia islamica” e tanti altri, tutte letture consigliatissime. È uno degli orientalisti e storici più stimati e seguiti in Italia, si occupa principalmente di filosofia islamica medioevale e contemporanea e di storia del Medio Oriente e nell’ambito del pensiero filosofico si occupa di pensiero politico. Da questa breve presentazione non possiamo non accorgerci di come il Professor Campanini possa essere pienamente ferrato sul tema Islam, grazie al proprio percorso di studi e ricerche a riguardo.

La maggior parte delle persone oggi sa di Islam solo quello che legge sui giornali o sentono dire sui mass media. Senza mai aver letto una riga di islam o di teologia islamica c’è chi ravvisa nell’Islam deficit di ogni tipo, spesso anche in buona fede perché influenzati da pregiudizi moderni.

Ecco, lo studioso in questione ha letto, si è documentato, ha studiato e quindi merita ascolto e interesse.

A.S.: Nell’immaginario collettivo occidentale l’Islam è una religione teocratica, che connette religione a politica. Cosa ne pensa?

Massimo Campanini: Teocrazia è un termine significativo nel linguaggio e nella storia politica dell’Occidente. Personalmente definirei l’islam teocentrico, non teocratico. Teocrazia significa “potere di Dio”, ma è evidente che Dio esercita il suo potere attraverso la mediazione umana. In Occidente questa mediazione è stata garantita dalla Chiesa, soprattutto cattolica, una istituzione che non esiste nell’islam. Manca dunque, per parlare di una teocrazia islamica, un presupposto fondamentale istituzionale. Storicamente, poi, la secolare dialettica avvenuta in Occidente tra papato e impero nel Medioevo non ha potuto riprodursi nell’islam: non solo perché, come detto, non vi esiste la “Chiesa” col suo apparato ecclesiastico, ma anche perché il Sacro romano impero germanico medievale non corrispondeva affatto al califfato. In Occidente, potere pubblico e potere religioso hanno cercato, per millenni direi, di prevaricarsi l’un l’altro; nella storia islamica i due poteri hanno convissuto per lo più parallelamente, anzi con una preminenza del politico sul religioso. Di fatto, se vogliamo rimanere nel contesto della terminologia politica occidentale, l’islam è stato più un cesaropapismo che una teocrazia, per quanto si è più spesso verificata una strumentalizzazione del religioso da parte del potere politico. Certo, il vicariato del giureconsulto realizzato in Iran dall’imam Khomeini è in certo modo vicino a una teocrazia, per quanto prevede che gli ayatollah controllino la gestione politica dello stato. In ogni caso, nello stesso sciismo non esiste una gerarchia piramidale come quella cattolica che fa capo al papa.

A.S.: Sempre parlando di Islam collocato in prospettiva storica, possiamo ritenerlo democratico? Nell’Islam sunnita, per esempio, sappiamo che il califfo era originariamente elettivo, eletto dal popolo. Il Capo supremo e l’unico Legislatore della umma è Allâh mentre il Califfo era solo titolare di un “mandato pubblico” per garantire il rispetto e l’applicazione della Legge rivelata (sharia) attraverso i giudici (quda), senza alcun potere nell’ambito legislativo e nemmeno in quello dogmatico. I poteri erano divisi e totalmente indipendenti. Questo e altri particolari non ci mostrano forse che al contrario degli stereotipi generali, l’Islam delle origini è un Islam davvero rappresentativo di democrazia e valori?

Massimo Campanini: Esattamente come non ha senso parlare di teocrazia relativamente all’islam, non è corretto definirlo “democratico” o meno, questo fa parte di un linguaggio occidentale. Ma diciamo che il pensiero politico islamico classico ha elaborato concetti che sono compatibili con la democrazia occidentale in senso procedurale: concetti come ijma‘ (consenso), shura (consultazione), ikhtiyar (libera scelta) o maslaha (bene pubblico) sono certamente compatibili con la democrazia occidentale sul piano procedurale potendo prevedere pluripartitismo, parlamentarismo, costituzionalismo eccetera. Vi sono tuttavia alcuni aspetti divergenti tra l’islam e il concetto occidentale di democrazia. Il primo, più formale che sostanziale peraltro, è che in islam la sovranità (kratia) risiede in Dio e non nel popolo (demos). L’ostacolo può essere superato tenendo conto di quanto detto anche prima: Dio non esercita la sovranità direttamente, ma attraverso la mediazione umana. Anche quei teorici politici che agitano il tema della hakimiyya cioè della “sovranità di Dio” (Dio è l’unico legislatore) non possono non convenire sul fatto che la Legge di Dio non può che tradursi, nella sua applicazione, in linguaggio e prassi umana, il che inevitabilmente non ne fa più la “legge di Dio”. Il secondo aspetto di divergenza riguarda la questione dei “diritti”: il pensiero occidentale considera i diritti umani “naturali”, cioè propri dell’individuo a prescindere da ogni condizione esterna, mentre nel mainstream del pensiero islamico, ancora una volta, il diritto è garantito dall’intervento e dalla volontà di Dio. Islam e Occidente condividono i medesimi “diritti umani”: difesa della vita, della libertà di pensiero, della proprietà, uguaglianza tra le persone…  ma a monte vi è il principio che, in Occidente, l’uomo gode di quei diritti  qua homo, mentre in islam in quanto creatura di Dio. Il terreno comune sul piano procedurale è facilissimo trovarlo; sul piano valoriale è più complicato. Non per nulla il grande pensatore egiziano Hasan Hanafi ha affermato che la democrazia è solo uno “strumento”, non un “fine”.  Peraltro, quando teorici come al-Qaradawi parlano della shura come della “democrazia” islamica, non sono riusciti ancora a riempire il termine di contenuti effettivi: come di fatto si esercita la shura, al di là del principio di rappresentanza? Questo non è chiaro, né in Qaradawi, né, per esempio, in Yassine. Al-Jabri diceva papale papale che la shura è democrazia, cioè parlamentarismo, pluripartitismo, eccetera…

A.S.: Il califfo era il successore e il sostituto del Profeta, incaricato di guidare la ‘Umma, la comunità. Spesso e volentieri erano sovrani giusti e eminenti, che detenevano il solo potere esecutivo. Perché oggi questa parola ha un’accezione diversa e negativa?

Massimo Campanini: La cattiva fama che ha il califfato oggi presso l’opinione pubblica incolta o disinformata deriva certamente dall’identificazione della khilafa con un movimento aberrante come l’ISIS. Ma la storia ci insegna che non c’è nulla in comune tra i due modelli. Tuttavia continuare a considerare il califfato come un sistema politico riproducibile nella modernità (come fanno per esempio i Fratelli Musulmani sulle orme di Rashid Ridà) è ormai anti-storico, come pretendere, mutati mutandis, di ricostituire il comunismo. Il califfato può avere ancora una funzione mobilitante di utopia politica, ma non di sistema effettivamente realizzabile.

A.S.: Appunto, oggi più che mai sentiamo parlare di califfato. Al Baghdadi, capo dell’Isis si ritiene califfo del cosiddetto “stato islamico”, che abbiamo capito che di islamico non ha nulla. Perché al Baghdadi non può essere assolutamente ritenuto califfo?

Massimo Campanini: Per tre motivi: 1) innanzi tutto perché, secondo la dottrina classica, il califfo deve essere Qurayshita e dotto in religione (‘alim) cosa che palesemente al-Baghdadi non è, sebbene lo millanti e lo pretenda; 2) perché, secondo la dottrina il califfo deve essere eletto rispettando le norme dell’ijma‘, della shura e della bay‘a, cosa che evidentemente non è successa per al-Baghdadi; 3) perché il califfo è stato nella storia il simbolo dell’unità dei musulmani, non della fitna settaria, come invece è la politica dell’ISIS

A.S.: Nel suo ultimo libro parla di disinformazione sull’Islam. Secondo lei che informazioni e stereotipi sbagliati vengono veicolati sull’Islam. E invece quali sarebbero le verità.

Massimo Campanini: Come dicevo prima: che l’islam sia teocratico per esempio. Un secondo stereotipo diffuso è la questione che l’islam costringa i non musulmani alla conversione e che questo sarebbe il fine del jihad inteso come guerra santa. A parte  affermazioni coraniche come “non vi sia costrizione nella religione” (Q. 2:256), la questione del jihad è troppo complessa per venire affrontata, teologicamente e giuridicamente, in poche righe: il concetto ha indubbiamente sfumature che inclinano anche a una versione militare, ma al proposito è per esempio dirimente la distinzione del jihad difensivo che è obbligo comunitario (fard kifaya) dal jihad offensivo che è individuale (fard ‘ayni), una questione che gli stessi ‘ulema hanno dettagliato con casuistica infinita. Un terzo stereotipo è quello della subordinazione femminile che, come dimostrato da Fatima Mernissi, Asma Barlas o Amina Wadud, ha ragioni storiche più che testuali o rivelate. Innanzitutto bisogna studiare la storia e conoscere, educare nelle scuole prima e poi nelle università; in secondo luogo, è necessario sviluppare l’esegesi coranica in senso ermeneutico, che privilegi l’intenzione etica piuttosto che il dato letterale (uomo e donna sono uguali ma non bisogna recepire la norma che la testimonianza di una donna valga la metà di quella di un maschio), ad esempio.

Amani Salama da Oubliettemagazine.com

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