La dichiarazione delle due Coree parla anche a noi

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Foto:  Pressenza.com

Credo che la “Dichiarazione di Panmunjom per la pace, la prosperità e l’unificazione della Penisola Coreana” scaturita dallo storico summit fra le due Coree meriti alcune riflessioni ulteriori, oltre la pioggia di commenti che vi è stata. Intanto dissolve una minaccia che è stata agitata per quasi 30 anni, ed ha prodotto l’effetto esattamente contrario a quello che si diceva di volere. Personalmente ho sempre ripetuto e argomentato da un anno a questa parte la convinzione:

  • che la resistibile ascesa nucleare della Corea del Nord sia stata diretta responsabilità della politica di minacce e imposizioni degli Stati Uniti;
  • che il Presidente nord-coreano Kim Jon-un non fosse affatto il “pazzo” che veniva descritto in modo strumentale e caricaturale, ma che il suo comportamento fosse invece molto lucido (ora qualche commento lo paragona a un lucido giocatore di scacchi);
  • che fosse invece farneticazione velleitaria il “fire and fury” di Trump; che in realtà gli Usa fossero sotto scacco (per riprendere la metafora), perché un attacco militare a Pyongyang era ed è assolutamente impensabile e irrealistico;
  • che qualsiasi passo negoziale dovesse partire dalla presa d’atto che la Corea del Nord è ormai a tutti gli effetti uno Stato nucleare (per inciso, uno dei tanti effetti perversi del cosiddetto “regime di non-proliferazione” instaurato dal TNP del 1970, che è stato invece un “regime di proliferazione” pilotata dalle potenze nucleari);
  • ed infine che la sola soluzione possibile fosse che le due Coree prendessero in mano il proprio destino sottraendolo alle manovre perverse delle grandi potenze.

Mi soffermerò solo su qualche punto che, se pure è stato considerato nei tanti commenti, merita una riflessione più specifica. 

Che cosa implica la denuclearizzazione?

Penso che l’aspetto che più ha richiamato l’attenzione del pubblico sia quello della “denuclearizzazione”: il modo in cui esso viene impostato merita un commento approfondito, perché chi non segua da vicino questi problemi può non cogliere alcuni punti fondamentali .

In primo luogo si deve osservare che non si parla di smantellamento dell’arsenale nucleare di Pyongyang, di “denuclearizzazione della Corea del Nord”, come era richiesto finora come condizione dagli Stati Uniti. Si parla invece dell’«obiettivo comune di realizzare, attraverso la completa denuclearizzazione, una Penisola Coreana libera da armi nucleari» (the common goal of realising, through complete denuclerization, a nuclear-free Korean Peninsula). Questo è un obiettivo ben diverso e di portata molto maggiore, e non solo per la penisola coreana. Non è solo Pyongyang, infatti, ad avere introdotto le armi nucleari nella penisola: gli Stati Uniti inviano regolarmente aerei e navi con capacità nucleari verso la Corea del Sud per esercitazioni militari. È un aspetto che parla direttamente anche a noi, che ospitiamo tra le 40 e le 70 testate termonucleari statunitensi, e abbiamo 11 porti che ospitano visite di navi a propulsione nucleare, che dai primi anni Novanta non dovrebbero più trasportare bombe nucleari, ma non possiamo averne la certezza in caso di crisi internazionali, come per esempio l’attacco alla Libia.

La questione poi delle Nuclear Free Zones  è di scottante attualità perché richiama direttamente la regione nella parte opposta del continente asiatico – il Medio Oriente – dove minaccia di riesplodere la crisi riferita all’Iran, con la prospettiva sempre più concreta che Trump non certifichi nuovamente in maggio l’accordo sul nucleare JCPOA (Joint ‎Comprehensive Plan of Action) del luglio 2015. In questa regione sono in ballo l’arsenale di Israele e le testate termonucleari statunitensi schierate in Turchia. Vale la pena richiamare alcuni fatti che forse non molti hanno presenti. In primo luogo la “Dichiarazione di Teheran” sottoscritta il 21 ottobre 2003 da Francia, Germania e Gran Bretagna con l’Iran, a fronte dell’impegno di Teheran di sviluppare solo tecnologia nucleare civile: la UE si impegnava a cooperare per la realizzazione di una “Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa in Medio Oriente”. Senza contare quello che era stato praticamente l’unico risultato positivo nel fallimento della VIIaConferenza di Revisione del TNP del maggio 2005, l’impegno a convocare per il 2012 una Conferenza Internazionale per rendere il Medio Oriente «Zona Libera da Armi Nucleari e di Distruzione di Massa», con esplicito riferimento (per la prima volta) all’arsenale nucleare di Israele, e l’invito esplicito ad aderire al tnp e ad accettare le ispezioni della iaea. Israele, dopo avere esercitato pressioni fortissime sugli usa, reagì in modo furioso, dichiarando che mai avrebbe partecipato a questa conferenza, che poi di fatto non fu mai convocata. Insomma, promesse di marinaio!

La  Dichiarazione di Panmunjom parla quindi anche di altri problemi e indica la strada di possibili soluzioni. Ed propone anche un percorso concreto, con l’affermazione che “La Corea del Sud e del Nord hanno concordato di cercare attivamente il sostegno e la cooperazione della comunità internazionale per la denuclearizzazione della Penisola Coreana”. Questa è la vera posta in gioco. L’impegno della chiusura del centro nucleare di Punggye-ri nel nordest del Paese, dove sono stati condotti i sei test nucleari, sarà probabilmente un segnale positivo, d’immagine, ma certamente non risolutivo.

Quale “pace” e “sicurezza”?

È già stato ampiamente sottolineata l’importanza storica dell’obiettivo di concludere finalmente, a distanza di 65 anni dalla Guerra di Corea (1950-1953), un Trattato di Pace. Così come l’intenzione di “stabilire un permanente e solido regime di pace nella Penisola Coreana”, che però dovrà affrontare e risolvere alcuni nodi cruciali e complessi. In primo luogo la presenza in Corea del Sud di circa 25.000 soldati statunitensi. Per non parlare delle esercitazioni militari che si svolgono periodicamente nelle acque limitrofe alla Corea del Nord, e che non danno certamente un segnale di “sicurezza”. Queste brevi considerazioni rafforzano l’importanza storica dell’incontro di Panmunjom.

Angelo Baracca da Pressenza.com

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