La bomba, la guerra e il Vangelo

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La scorsa settimana l’amministrazione americana ha fatto sapere che per la prima volta era stata usata Moab (Massive ordnance air blast bomb), ma nell’eterno gusto militare per le sigle, è conosciuta come Mother of all bombs, “la madre di tutte le bombe”, costruita dalla Dhinetics, pesa 9525 chili, lunga 9,15 metri con 8165 chili di esplosivo tritonal, tnt e polvere di alluminio.

Non è la più potente nell’arsenale non nucleare, il record va al Mot, pesante ben 14 mila chili, ma sganciata con un paracadute e poi guidata da sensori, penetra bunker fino a sessanta metri di profondità, lasciandosi intorno il deserto in un raggio di centocinquanta metri. Qualcosa di una potenza indicibile che vuole colpire terroristi di ogni tipo in ogni luogo, essendo operativa nelle gallerie, nei grotti e nei cunicoli per uccidere i terroristi che lì si rifugiano. Un fronte di fuoco senza limiti. Un attimo prima della bomba atomica, dando precisi segnali nei confronti della Corea del Nord, delegittimando tutta l’area del Pacifico e ponendo in grandi difficoltà la Corea del Sud, il Giappone e aprendo un rapporto duro e teso con la Cina.

La prima considerazione è la sterminata ambizione, che spinge il presidente americano, disposto a usare tutte le armi a disposizione per rendere visibile la sua cultura imperiale, dal bombardamento in Siria alle bombe per dominare di nuovo l’oceano Pacifico. Usare bombe di diecimila, quindicimila chili di potenza significa aprire la possibilità di usare anche la bomba atomica. Non c’è un limite, non c’è una soglia, che si ponga come argine, ma tutto è possibile fare e realizzare.

Appare un paradosso: scoppiano le bombe, non scoppiano più le guerre. Il sistema industriale militare americano è quello che detta le regole e i piani. Oggi si rilancia l’economia militare in modo imponente. La produzione di questo tipo di bombe impone investimenti colossali e senza misura per raffinare piani e tecnologie.

Probabilmente hanno festeggiato nelle grandi industrie americane per la guerra. Si è dato il segnale che tutto può essere prodotto, presto e bene e l’America indica in modo netto che non ci saranno limiti agli investimenti militari. È vero che ci sono anche segnali che un dialogo possa essere possibile, basti vedere le conclusioni dell’incontro tra il ministro degli esteri russo e quello americano, con l’ipotesi di costituire un gruppo di lavoro comune. L’acronimo che da il nome a questa bomba è Moab, il nome della terra da cui viene, secondo le scritture, Rut, la moabita che diventerà nonna del Messia di quel Messia povero e pacifico, la cui sorte abbiamo ascoltato in questi giorni.

Si pone un confronto tra il Messia e la bomba, dove il Messia appare come disarmato, lontano da ogni logica militare, che cavalca un’asina, mentre gli eserciti  sono composti da cavalli e cavalieri. È difficile, per non dire impossibile, pensare che bombe come queste non  destabilizzino il quadro diplomatico militare. La vera alternativa alla pace, non è la guerra ma la violenza, la dominante culturale degli arconti del mondo, che costruiscono la violenza sulla paura. E la paura domanda la violenza e la violenza cerca la paura.

Tutti siamo corresponsabili di fronte a questo scialo di guerra. La guerra avviene, perchè qualcuno la pensa, la produce, la fa. Sta su questo crinale la responsabilità anche della Chiesa. Per oltre millecinquecento anni i cristiani hanno giustificato la guerra e questo lo hanno fatto papi, vescovi, preti, teologi, re cristiani. Abbiamo in linea di principio giustificato armi atomiche, batteriologiche e chimiche in nome della guerra fredda e del mondo diviso in blocchi.

Con papa Giovanni si è spezzato il legame tra guerra e giustizia. C’è stato il Concilio Vaticno II, ma ancora nel Catechismo della chiesa universale e nel compendio ritornano tragiche formule, incapaci di generare la pace al cuore dei conflitti. Certo papa francesco ha denunciato ancora ieri la violenza della terza guerra mondiale fatta a pezzi, del ruolo decisivo dei produttori e dei trafficanti di armi, ha reso visibile che l’osare la pace di Dietrich Bonhoeffer ha la sua misura nel fare la pace con il sangue della Croce.

Mettiamoci in ginocchio di fronte alle vittime di ogni guerra, che noi abbiamo giustificato e con le nostre lacrime, cancelliamo ogni e qualunque giustificazione della guerra. La guerra è l’antivangelo, l’antimessia. La pace ha bisogno non di parole mondane, ma del Vangelo: il Vangelo dei piccoli e delle vittime, di coloro che danno la vita. Così si esce fuori dal dominio dell’onnipotenza e si entra nel servizio agli scartati del mondo. Non il realismo della politica, ma quello della testimonianza della pace, che sola può cambiare la storia.

Massimo Toschi da Cittanuova.it

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