La Repubblica del cuoio e dell’illegalità

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Foto: Gonews.it

I recenti disastri dell’industria tessile, tra cui il crollo del Rana Plaza, hanno messo in evidenza le spaventose condizioni di lavoro degli operai e delle operaie del tessile. Quello che spesso si trascura è che problemi molto simili pervadono anche altri settori di produzione di beni primari, come quello calzaturiero e degli accessori. Ma non solo. Spesso ci troviamo a denunciare condizioni di lavoro inumane in paesi lontani e in via di sviluppo. Eppure fenomeni come il precariato, il lavoro nero, la manodopera straniera sfruttata e l'inquinamento sono fenomeni che emergono anche in Italia. È questo il quadro disegnato da Una dura storia di cuoio”, la nuova inchiesta realizzata dal Centro Nuovo Modello Di Sviluppo (CNMS) e dalla Campagna Abiti Puliti che analizza la situazione lavorativa nell’industria della concia italiana. La ricerca, presentata il 16 dicembre scorso, parte del progetto Change Your Shoes, e focalizza la sua attenzione in quella che viene definita la “Repubblica del Cuoio”: il distretto produttivo toscano di Santa Croce sull’Arno in provincia di Pisa (anche se l’attività di concia in Italia interessa, oltre a Santa Croce, Arzignano in Veneto e la valle del Chiampo in provincia di Vicenza). 

L’Italia non dispone di grandi allevamenti di bestiame, ma ha una lunga tradizione conciaria e molti stabilimenti di lavorazione, per cui riesce a generare il 17% del valore della produzione totale mondiale di pelli finite (con un indotto di 5,25 miliardi di euro circa). Si tratta soprattutto di pelle ottenuta a partire da semilavorati importati dall’estero, che il distretto toscano trasforma nel 70% di tutto il cuoio per suole prodotto in Europa e nel 98% di quello prodotto in Italia. A Santa Croce, infatti, ci sono 240 concerie, per la maggior parte di piccole dimensioni affiancate da oltre 500 laboratori terzisti impegnati nell’esecuzione di altre lavorazioni specifiche capaci di impiegare in tutto 12.700 persone, tra lavoratori alle dirette dipendenze delle imprese e assunti da agenzie interinali. “I primi rappresentano il 72% del totale, i secondi il 28%, ed è qui, nelle officine dei terzisti, che si concentra il lavoro interinale e le situazioni di maggior sfruttamento, con lavoratori che incarnano situazioni simili a quelle di una moderna schiavitù del lavoroha spiegato la Campagna Abiti Puliti.

I lavoratori e le lavoratrici di questo settore hanno spesso paura di denunciare i datori di lavoro per non perdere il posto, ma attraverso interviste e ricerche gli attivisti hanno fotografato situazioni di sfruttamento che spesso oltrepassano i limiti della legalità. Nel 2012 i lavoratori interinali nel distretto di Santa Croce erano 1.733. Nel 2014 sono 3.451, il doppio, segno che il lavoro è cresciuto, ma in forma sempre più precaria: “nel 2014 i lavoratori interinali sono stati 3.451, ma i contratti stipulati sono stati 5.021, uno e mezzo a testa. Sono diffusi persino contratti di 4 ore: un lavoratore viene assunto alle 8 e a mezzogiorno si ritrova già senza lavoro” si legge nell’inchiesta. Come se non bastasse “Nel distretto di Santa Croce è abituale lavorare ben oltre le ore di straordinario consentite, facendo ampio ricorso al pagamento al nero. Dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2014, nel distretto sono state ispezionate 185 aziende (concerie e terzisti) per un totale di 1.024 lavoratori. […]. Complessivamente sono state trovate irregolarità riguardanti 217 lavoratori fra cui 116 totalmente in nero. Il 43% dei lavoratori in nero erano immigrati”.

Una cosa spicca alla faccia dei diritti dei migranti, che quando fa comodo sono un peso per il nostro debole welfare, altre volte un’opportunità per industriali senza scrupoli. Non è un caso se negli ultimi dieci anni gli stranieri residenti nei comuni del distretto sono passati da 5.060 a 14.248. “La crisi ha indebolito ulteriormente la posizione degli immigrati e molti di loro stanno perdendo le posizioni che avevano raggiunto. Alcuni, che in passato erano riusciti a conquistarsi un lavoro a tempo indeterminato, lo hanno perso quando usufruendo di legittime ferie sono andati a trovare i propri cari”. Le dimissioni in bianco, che spesso sono fatte firmate al momento dell’assunzione, sono di fatto servite ai datori di lavoro per licenziare gli operai che si assentavano per periodi giudicati troppo lunghi. Le agenzie interinali da parte loro si adattano quasi sempre alle esigenze delle ditte, proponendo un rapporto di lavoro “usa e getta”, ma con l’obbligo di essere sempre a disposizione. 

Per la Campagna Abiti Puliti nel distretto toscano anche la salute è a rischio, almeno quanto il lavoro. “Ci sono aziende moderne, attente alle normative sulla sicurezza e all’igiene, ma anche concerie e terzisti che investono malvolentieri, cercando anzi di risparmiare a discapito dei vincoli normativi”. Dalla ricerca emerge che ancora una volta sono soprattutto gli interinali i più a rischio: “nelle ore in cui sono assunti vengono costretti a ritmi massacranti e spesso senza la fornitura degli indumenti antinfortunistici, come le cuffie contro il rumore o le mascherine per ripararsi dalle esalazioni”. Nel 2011 la sezione della Medicina del Lavoro competente per il distretto di Santa Croce, ha condotto uno studio su 101 lavoratori addetti alla scarnatura, con un’età media di 44 anni, di cui 37 stranieri: di tutti i lavoratori esaminati, 31 sono risultati positivi per disturbi alla colonna vertebrale. I casi di malattie professionali riconosciuti nel distretto di Santa Croce dal 1997 al 2014 sono stati 493, suddivisibili in cinque grandi gruppi: malattie muscolo-scheletriche (44%), tumori (19%), dermatiti da contatto, ipoacusie da rumore e malattie respiratorie

A questo sfruttamento sociale l’industria della concia accompagna anche un pesante inquinamento ambientale. I dati sono allarmanti: “In un'area in cui vivono circa 110.000 persone, il carico inquinante nel sistema delle acque è pari a quello di una città con 3 milioni di abitanti” anche se, per fortuna, con il riciclo dei rifiuti e il loro corretto smaltimento le condizioni ambientali sono molto migliorate rispetto al passato. Ciò nonostante la ricerca ha ricordato che esiste ancora un’evidente mancanza di collaborazione da parte delle imprese di smaltimento e una grande opacità dei dati. Non sono mancati casi eclatanti, come quando la Guardia di Finanza ha scoperto che tra 2006 e 2013 il Consorzio di Fucecchio (oggi chiuso) “ha immesso nel fiume Arno ben 5 milioni di metri cubi di fanghi tossici senza depurarli”.

È tempo che i consumatori sappiano in che condizioni sono prodotte le loro scarpe - ha concluso Francesco Gesualdi, presidente del Cnms e componente della Campagna Abiti Puliti - e occorre migliorare le condizioni dei lavoratori lungo tutta la catena di fornitura”. Con questo nuovo report, infatti, la Campagna Abiti Puliti spera di accrescere la consapevolezza dei cittadini, richiamare i brand al rispetto dei lavoratori e dell’ambiente e le autorità alla protezione dei diritti umani anche nell’industria calzaturiera. Pensiamoci quando dovremmo cambiare le nostre scarpe o la nostra borsa!

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