La “Mela” avvelenata: le responsabilità sociali e ambientali di Apple

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Nel suo codice di condotta la Apple si impegna a garantire produzioni rispettose della salute, della dignità dei lavoratori e dell’ambiente. Non producendo nulla direttamente, se non idee, questi principi si applicano (è affermato esplicitamente nel codice) ai fornitori della brillante società di Cupertino per la quale “ciò che in quelle fabbriche accade rientra nella nostra responsabilità”. Ma per un gruppo di ong cinesi e per Greenpeace le responsabilità della della “Mela” non risultano sempre trasparenti.

Una parte di questa storia è già nota: Cupertino in seguito ad alcune inchieste giornalistiche scattate dopo una serie di suicidi verificatisi nei primi 6 mesi del 2010 aveva chiesto all’americana Fair Labour Association (Fla), un’organizzazione che si occupa della tutela e del miglioramento delle condizioni dei lavoratori, di indagare sui suoi appaltatori cinesi. Gli ispettori di Fla hanno intervistato 35mila dipendenti, hanno effettuato dei sondaggi di opinione e hanno controllato le buste paga e i programmi di produzione. Il risultato? Orari di lavoro, buste paga e sicurezza in violazione alle leggi che regolano il diritto del lavoro in Cina a favore delle quali Apple si è detta pronta ad intervenire.

Ma che la qualità di Apple sia spesso raggiunta a scapito dei lavoratori e anche dell’ambiente emerge anche del report passato sotto silenzio The other side of Apple (.pdf). L’indagine di 36 tra le più importanti ong cinesi aveva anticipato la Fla (con la sua prima versione già nel 2011) attraverso la denuncia dei turni massacranti e delle misure disciplinari di estrema durezza cui vengono sottoposti anche ragazzi giovanissimi nelle fabbriche che producono componenti per Apple.

Ma non basta. La Foxconn è stata chiamata in causa dalle organizzazioni cinesi raccolte nella Green Choice Alliance anche per l'inquinamento derivante dalla lavorazione di metalli, che rende l'aria irrespirabile per chi vive nei pressi dello stabilimento, tanto da impedire ai residenti l'apertura delle finestre. Altrettanto preoccupanti sono le conseguenze dello scarico di sostanze inquinanti in corsi d'acqua da parte della Meiko Electronics “rame e nickel in grandi quantità, che finirebbero direttamente nel fiume Yangtze”, mentre le emissioni della Kaedar Electronics e della Unimicron Electronics, sempre fornitrici Apple, starebbero provocando nei bambini che abitano l'area “dolori al petto e sanguinamento nasale”.

E se la contaminazione dell'aria e delle acque minaccia vaste fasce di popolazione, l’uso di sostanze tossiche nei processi produttivi sembra avere effetti immediati sugli operai. Nel documento le ong si concentrano in particolare sulla Lian Technology Jian, che si occuperebbe di fornire touchscreen ad Apple. Il condizionale è d’obbligo visto che la Apple rivendica segretezza circa la catena di produzione da cui derivano le sue merci, sostenendo che i nomi dei suoi fornitori rappresenterebbero un’informazione strategica per il suo successo commerciale. Le conseguenze sono meno segrete: “neuropatia periferica, spossatezza e intorpidimento degli arti, difficoltà nel movimento e perdita del senso del tatto” sono solo alcuni dei sintomi dei lavoratori in seguito all'utilizzo di un particolare solvente utilizzato per rendere immacolati i nostri touchscreen.

Eppure quando si parla di inquinamento provocato da Apple e da altri colossi del “Business and Technology” l’orizzonte valica i confini cinesi e ci riguarda tutti. Perché? A spiegarcelo è How Clean Is Your Cloud il nuovo studio di Greenpeace che ha elaborato un Clean Energy Index sulla base della domanda elettrica degli impianti di questo settore e della percentuale di energia rinnovabile utilizzata da Apple, Amazon e Microsoft solo per citarne alcuni dei leader di questo immenso mercato.

Per soddisfare la nostra voglia di accedere ovunque e subito a informazioni infinite dai nostri computer, ma anche da telefoni e tablet di ogni tipo - si legge su How Clean Is Your Cloud - bisogna alimentare dei data center, fucine di informazioni con migliaia di computer che immagazzinano dati, li gestiscono, li fanno circolare e permettono quindi di utilizzare, in tempo reale, la nostra sempre crescente collezione di dati. “Poiché i costi energetici non sono trascurabili - ha spiegato Greenpeace - sono stati fatti notevoli sforzi per aumentare l’efficienza dei data center, ma la crescita esponenziale del cloud computing ha causato un aumento di consumi tale da annullare il risparmio energetico garantito dall’aumento di efficienza e richiede il sempre più frequente ricorso al carbone e all’energia nucleare”.

“Se il comparto del cloud computing non farà passi avanti verso politiche energetiche pulite e sostenibili - ha concluso Greenpeace - le conseguenze per il clima potrebbero essere catastrofiche. Alcuni data center, infatti, consumano quanto 250 mila case europee, mentre se la nuvola digitale fosse uno Stato, la sua domanda di energia elettrica sarebbe la quinta al mondo”. Consapevoli dei rischi, alcune aziende hanno già preso una posizione decisa nei confronti dell'ambiente, scegliendo di utilizzare una percentuale di fonti rinnovabili per alimentare i propri giganti elettronici. Nomi come Google, Yahoo! e Facebook spiccano, infatti, tra i virtuosi dell'energia nella classifica pubblicata da Greenpeace. Ma bisogna fare molto di più.
 “Speriamo, con la campagna Clean up, di convincere tutte le aziende a compiere un passo verso politiche energetiche più trasparenti, condividendo soluzioni innovative per migliorare il settore, sviluppando i data center dove siano disponibili energie pulite e aprendo una collaborazione con governi e fornitori per la distribuzione di reti elettriche rinnovabili”.

Insomma se grazie alle nuove tecnologie è possibile scambiare informazioni via etere in quantità e con una rapidità sempre maggiore tutto questo ha un prezzo. Tra gli altri la vita di qualche decina di operai cinesi, l’inquinamento di vaste aree nelle immediate vicinanze delle imprese appaltatrici di ditte come Apple ed infine il cambiamento climatico. Siamo sicuri di volerlo lo stesso?

Alessandro Graziadei

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