La Dichiarazione universale oggi, nella ricorrenza del #10Dicembre

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Immagine: Wfto.com

La macchina celebrativa si è già messa in moto da tempo. Oggi, 10 dicembre, è la Giornata internazionale per la tutela dei diritti umani e le bandiere arcobaleno della pace sono pronte per essere sventolate in incontri pubblici, in manifestazioni e nelle numerosissime iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo. Sì, perché l’ancoraggio della pace alla salvaguardia dei diritti umani è ormai un nesso incontrovertibile. O almeno lo è per una pace duratura. Non molti anni fa un premio Nobel per la pace espresse chiaramente dal palco di Oslo parole di incitamento alla protezione dei diritti umani per non creare una promessa “vuota” di pace: Sono convinto che la pace è instabile laddove ai cittadini viene negato il diritto di parlare liberamente o di venerare il dio che preferiscono, di scegliere i propri leader o di riunirsi senza pericolo. Il risentimento represso si inasprisce, e la repressione dell’identità tribale o religiosa può produrre violenza”. Quel premio Nobel del 2009 è il presidente statunitense Barack Obama. Una concezione quella allora espressa, purtroppo solo a parole, che si collegava idealmente al preambolo di quel decalogo di disposizioni che ha fatto la storia della tutela internazionale dei diritti umani, delineando un primo percorso di tutela “ideale da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni”. Fu infatti la Dichiarazione universale dei diritti umani, proclamata in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, a porre il valore della dignità umana che “costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo” al di sopra della sovranità degli Stati. Una data che fu registrata sui libri di storia per l’assoluta innovazione apportata al sistema dei rapporti tra individui-cittadini e Stato e che ancora oggi è segnalata sulle agende delle cancellerie degli Stati e di migliaia di organizzazioni al mondo.

Come si concilia l’affermazione di una tale concezione con l’assenza di una effettiva partnership globale che miri non solo a un pieno sviluppo, come promosso dall’ottavo degli Obiettivi del Millennio, ma vada nella direzione di una garanzia di “libertà dalla paura”, ossia di un’assicurazione sulla pace mondiale?

Non è solo il preambolo della Dichiarazione ad aver trovato un’adesione tanto diffusa quanto superficiale, ma anche molti dei suoi articoli.

Se è vero che i diritti umani preesistono al loro riconoscimento da parte del legislatore nazionale e internazionale, in quanto si nasce con diritti e libertà fondamentali (art. 1), come mai la protezione dei diritti umani di un individuo passa pressoché esclusivamente attraverso le strutture statuali? Nondimeno non è raro che il nesso tra diritti e doveri sia un leitmotiv ingurgitato da piccoli sui banchi di scuola, scalzando l’affermazione grandiosa che “i diritti umani siamo noi”, ossia che ciascun essere umano deve avere la consapevolezza dell’altissima responsabilità personale e sociale ricevuta, da spendere in termini di solidarietà e di servizio alla comunità.

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”. L’art. 2 della Dichiarazione elenca numerose possibili opzioni discriminanti che potrebbero indurre una limitazione delle garanzie di tutela dei diritti umani a…chi? Sono tante le categorie inserite, in un elenco praticamente infinito che guarda a donne, popolazione “colorata”, poveri, immigrati, omosessuali o transgender, islamici, “terroni”, disoccupati, criminali. La garanzia di diritti umani è indipendente non solo da alcuni caratteri oggettivi della persona (il colore della sua pelle, il genere, il Paese di nascita) ma anche dalla bontà dello stesso individuo: che sia uno sfaccendato, uno sfruttatore, un modello di “non brava persona”, gli “spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione”.

Il diritto alla vita e alla libertà (art. 3) passa attraverso la loro strenua difesa ma con quali limiti? È legittimo promuovere “guerre giuste” in nome della promozione delle libertà e dei diritti umani? E che spazio trovano in questa concezione le condanne a morte sancite a seguito di una perfettamente corretta procedura penale?

Come può conciliarsi con il divieto di tratta degli schiavi (art. 4) la condizione di tante donne, anzi di giovani ragazze, che per strada vendono i loro corpi, il più delle volte sfruttate da un sistema di moderna schiavitù?

Nondimeno la proibizione che un essere umano sia sottoposto “a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti” (art. 5) come si concilia con le terribili condizioni carcerarie in cui vivono i detenuti in Italia più volte parificate dagli organi di monitoraggio internazionale a forme di tortura? E come con gli eclatanti episodi di violenza operata dalle forze dell’ordine dinanzi alle persone sottoposte a fermo: la caserma di Bolzaneto al G8 di Genova si somma a episodi singoli di cui i casi Aldovrandi e Cucchi continuano a restare i più contestati.

Sono 30 gli articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani e sono 365 i giorni dell’anno in cui andrebbe festeggiata questa Giornata. Una celebrazione che deve passare attraverso l’impegno di ciascuno a operare per la sensibilizzazione, la promozione, la tutela, il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani. Clicca #rights365 dal tuo account twitter e poi agisci, oggi come domani.

Miriam Rossi

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