La Coca Cola e i “mercanti del dubbio”

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Non siamo più persone, ma consumatori. Non esiste la salute, ma il profitto. Se siamo consumatori malati tanto meglio, consumeremo anche più farmaci. In questo quadro il conflitto d’interesse tra il mondo della ricerca e quello dell’industria è una delle questioni forse meno trasparenti e quindi più urgenti da affrontare per saper leggere correttamente quell’enorme mercato globale nel quale siamo immersi. Come ricorda bene l’associazione No Grazie, un esempio eclatante di questo conflitto lo abbiamo nel rapporto tra salute e industria. “Che le industrie farmaceutiche, di presidi e di apparecchiature sanitarie investano molte risorse economiche per informare/sollecitare/convincere i medici a prescrivere i propri prodotti, è noto da tempo e ripetutamente documentato. Talmente scontato da non suscitare più neanche un moto di indignazione […]. Di conseguenza, non se ne parla più. Almeno qui in Italia, dove siamo stati vaccinati da terremoti corruttivi in grande scala”. Sapere però quanto il fenomeno coinvolga la classe medica e quanto sia in grado di influenzarne le scelte che ricadono sulla spesa del Sistema sanitario nazionale e sulla salute dei pazienti, “non è irrilevanteha spiegato questo gruppo nato per smascherare gli interessi in conflitto con la difesa della nostra salute. Ecco, qualcosa di analogo accade anche nel campo alimentare e non solo farmaceutico.

Già il British Medical Journal aveva denunciato nei mesi scorsi i legami tra le industrie della così detta “Big Sugar” e le istituzioni accademiche inglesi portando alla luce i conflitti d’interesse tra ricercatori e industrie. Ma qualche mese fa un’interessante inchiesta del New York Times (NYT) ha documentato in modo preciso e dettagliato il sostegno di Coca-Cola ad alcuni importanti ricercatori e divulgatori scientifici perché smontassero il legame tra bevande zuccherate e obesità spostando l’attenzione dell’opinione pubblica dalle bevande zuccherate alla mancanza di attività fisica. La grande multinazionale delle bollicine per riuscirci ha investito oltre 120 milioni di dollari negli ultimi 5 anni “per finanziare centri di ricerca, singoli ricercatori, medici e anche una fondazione per il National Institute of Healthha scritto il dottor Adriano Cattaneo del gruppo No Grazie e, come ci ha ricordato il NYT, ha finanziato anche la creazione di un’associazione no profit chiamata Global Energy Balance Network. 

Il messaggio pseudo scientifico pensato all’interno di questi contesti di "ricerca" doveva essere: “se volete mantenere il peso forma, fate molta attività fisica e non preoccupatevi molto di ciò che bevete”. Un messaggio utile per sgonfiare le proposte, negli USA e in molti altri paesi, di una sovrattassa per diminuirne il consumo delle bevande gassate e un modo per tentare di far risalire le vendite, diminuite del 25% negli ultimi anni negli USA. L’inchiesta molto ben documentata con prove inoppugnabili ha costretto il CEO della ditta, Muhtar Kent, ad ammettere l’evidenza e promettere trasparenza rendendo pubblica la lista di tutte le persone e istituzioni che avevano ricevuto soldi per partecipare al programma di “ricerca” della Coca Cola. Si tratta di centinaia di piccoli e grandi finanziamenti come quello all’American Academy of Pediatrics che ha ricevuto 3 milioni di dollari e quello all’Università del Colorado che ha deciso di restituire il milione di dollari ricevuto. Pochi giorni dopo il capo del dipartimento di ricerca della Coca Cola, che aveva orchestrato il programma, si è dimesso e il Global Energy Balance Network è stato smantellato.

Cosa è rimasto dell’esperimento di marketing pseudo scientifico di Coca Cola? Cinque anni di disinformazione in nome del profitto e il lancio della Coca Cola 0 con meno calorie e sembra un 50% di zuccheri in meno. Per Barry Popkin, professore di nutrizione globale presso l’Università del North Carolina a Chapel Hill,  l’inchiesta del NYT ha ricordato come il sostegno di Coca-Cola ad importanti ricercatori “assomiglia alle tattiche usate dall’industria del tabacco, che arruolava esperti perché diventassero mercanti del dubbio nella correlazione dei rischi del fumo per la salute”. Dello stesso avviso è anche Marion Nestle, autrice del libro “Le politiche delle bevande gassate” e professoressa di nutrizione, studi alimentari e salute pubblica alla New York University. Per la Nestle Il Global Energy Balance Network non è stato altro che un gruppo di facciata della Coca-Cola, il cui programma era molto chiaro: "fare in modo che questi ricercatori confondano la scienza e distolgano l’attenzione dall’alimentazione”.

Aspettando che le pubbliche relazioni della Coca Cola aggiustino il tiro è bene ricordare che l’abuso di questo prodotto (e sottolineo abuso), al pari di altre analoghe bevande gassate, non si limita ad incrementare l’obesità e la possibilità di sviluppare il diabete per via dell’alto contenuto di zuccheri in essa contenuti. L’acido fosforico presente nella Coca-Cola e nella Diet Coke è responsabile di altri danni molto gravi quali l'indebolimento osseo e dentale, e altre malattie legate alla struttura scheletrica come l’osteoporosi. Anche l’aspartame, ora conosciuto come AminoSweet e contenuto in larga misura nella Coca Cola Diet è responsabile di numerose malattie e problemi di salute. In materia di diritti umani e danni ambientali poi, la Coca-Cola vanta altri non edificanti primati che dovrebbero farci pensare come cittadini consapevoli e non solo subire come consumatori dalla salute a rischio.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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