L’uomo che tagliava gli alberi…

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Foto: Corriere.it

Nel 1953 lo scrittore Jean Giorno pubblicava un esile quanto intenso racconto: “L’uomo che piantava gli alberi”. Ottimo sia come favola della buona notte per i più piccoli, che come lettura metaforica della vita per i più grandi, la storia di Giono è quella del pastore Elzéard Bouffier che con costanza e dedizione nei primi decenni del ‘900 riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nei pressi del villaggio di Vergons. Ai tempi la deforestazione non era tra le prime preoccupazione dell’agenda globale, ma adesso quella di Giono è una storia che dovremmo rileggerci soprattutto dopo aver dato uno sguardo ai primi comunicati stampa del 2016 di Salva Foreste, il network italiano dell’osservatorio mondiale ed indipendente sulle foreste primarie.

Il 15 febbraio Salva Foreste ha ricordato che la FAOinvece che gioire dei nuovi accordi internazionali con l’Iran, ci ha avvertito con un recente rapporto che “Le foreste di bosso (Buxus hyrcana) e quercia (Quercus brantii Lindl) diffuse nell’Iran occidentale e settentrionale sono in pericolo”. Ora che non ci si dovrebbe più preoccupare delle minacce nucleari di Teheran, non si può più ignorare che “Negli ultimi cinque anni, la deforestazione, il pascolo i cambiamenti del clima, tra cui temperatura, precipitazioni, vento e funghi patogeni hanno portato al declino e al degrado di queste foreste”. Il deperimento delle foreste di bosso continua ad essere grave anche nella foresta del Caspio, che dall’Iran passa nell’Azerbaigian e arriva fino alla Georgia. 

Il 12 febbraio era toccato all’associazione ambientalista Guyra diffondere un nuovo rapporto che denunciava l’abbattimento di 14 milioni di alberi nel giro di un solo mese nel Chaco paraguaiano. Il Chaco è una foresta asciutta che si trova a sud dell’Amazzonica. È il principale habitat forestale dell’America meridionale e uno dei luoghi a più alta biodiversità della terra, ma soffre attualmente del tasso di deforestazione più alto al mondo. Nel Chaco, secondo il rapporto di Guyra, l’ottobre scorso sono stati abbattuti 28.000 ettari di foresta. Parte di queste terre appartengono alla tribù indigena degli  Ayoreo che, a causa degli allevatori di bestiame di aziende produttrici di carne come la Yaguareté Porà SA e la spagnola Carlos Casado SA, sono stati costretti ad uscire dalla loro foresta per sfuggire ai bulldozer che le invadono. La commissione inter-americana per i diritti umani, come ha ricordato anche Survival International,  ha intimato al Paraguay di rispettare le terre degli Ayoreo, ma intanto molti di loro, da sempre isolati, stanno morendo per banali malattie, come raffreddore e influenza, verso le quali non hanno nessuna difesa immunitaria.

Poco più a nord non va certo meglio. Un team internazionale di 158 scienziati ha da poco scoperto con uno studio pubblicato su Sciance Advances, che tra il 37 e il 57 per cento delle 16.000 specie di alberi dell’Amazzonia è da considerarsi ad oggi “minacciato”. La percentuale dipenderà dal tasso di deforestazione dei danni a venire: “Se la deforestazione continua allo stesso ritmo, quasi 8.700 tipi di alberi si troveranno in sofferenza. Prima fra tutte la noce brasiliana. Il mogano invece è da considerarsi commercialmente già estinto in tutta l’Amazzonia”. Questo vuol dire che esistono ancora un certo numero di alberi, ma attualmente sono talmente rari che non è economicamente remunerativo abbatterli.

Che fare? Per ora il Servizio Forestale brasiliano (SFB) ha iniziato ad usare veicoli teleguidati per monitorare le concessioni di taglio del governo. I droni sono già stati utilizzati in via sperimentale e il servizio forestale progetta di sostituire alcune delle attività dei tecnici sul campo accelerando il monitoraggio del legname e controllando così il movimento di 25.000 metri cubi di legname (circa 700 camion carichi), nel giro di poche ore” ha spiegato Salva Foreste. Un sistema importante per evitare le frodi ed il taglio illegale, visto che da qui al 2022 il Servizio Forestale brasiliano stima che l’area delle concessioni forestali potrebbe passare dai 875.000 ettari ai 7 milioni di ettari. Una cifra enorme che ci interroga sulla sostenibilità di così ampie concessioni. Quanti Elzéard Bouffier servirebbero per rimediare a questa sconsiderata distruzione? 

È bene inoltre ricordarci che il racconto di Giono è così toccante che molti lettori negli anni, me compreso, hanno creduto che Elzéard Bouffier non potesse non essere un personaggio realmente esistito e che il narratore fosse Jean Giono stesso. “Mi dispiace deludervi, - scrisse in una lettera del 1957 lo stesso Giono -, ma Elzéard Bouffier è un personaggio inventato. L’obiettivo era quello di rendere piacevoli gli alberi, o meglio, rendere piacevole piantare gli alberi”. Come a dire, che se vogliamo salvare il polmone vede della terra, tocca a noi in qualche modo darci una mossa, perché non tutto è perduto. Come scrisse Giono “Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”. Forse non solo in un racconto. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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